Top of the lake (ovvero J.C. è una stronza)

Ho appena finito di vedere Top of the lake. Per me la conferma. Jane Campion mi fa schifo.
Scelgo la sintesi, potrei argomentare, ma ho già sprecato molte ore con i suoi film e con questa serie poi. La cosa che più mi inquieta è quanto il suo sguardo compiaciuto e banale su tragedie e immoralità tagliate con l’accetta e condite da poesia cartonata sia oggetto di tanto appassionato voyeurismo. Se dovessi definirla in un saggio critico la chiamerei stronza. Perché sin da Un angelo alla mia tavola, per passare da Lezioni di piano, e arrivare a massacrare Ritratto di signora o deliziarci con Holy smokeIn the cut, tutta l’opera di sta cloaca filmica si delizia di abusare dei suoi personaggi, rendendoli giusto un bolo alimentare masticato che possa andare di traverso, nascondendo il piatto che l’aveva originato: un malsano hamburger umano. Non le nego la perizia tecnica, anzi: trovo che la sua mano sia raffinata nell’agghindare la monnezza diegetica dei suoi trattamenti e questo ne accresce semplicemente la responsabilità. Una delle presenze più sciocche e insulse a cui la critica ha regalato la celebrità ovvia in un tempo che richiede che persino i dolori più devastanti dell’animo umano si possano soffriggere con del burro e servire in tavola. Un pasto per il quale si prova immediatamente fastidio e poi ancor più rapidamente compensazione e appagamento. Ci si sente male per sentirsi meglio dinanzi a una mediazione vigliacca – e a guardar bene per certi versi involontariamente boccaccesca – del dramma umano. La peggiore.

Una recensione meno informale e più gentile su Bad Tv.

Recensione #1: Vorrei fare il postino, di Federico Longo

Nel mio piccolo scrivo. E gira e rigira ho pubblicato un libro,  oramai due anni fa.
Una cosa che ho imparato, tra le tante altre, è che le recensioni  sono preziose e rare.
Recensirò tre libri di tre autori che conosco personalmente e con cui ho fatto, sto facendo o farò un pezzo di strada. Non sono famosi, in diversi gradi hanno però radunato un loro pubblico.
Per ragioni diverse, tempi diversi, prossimità diverse li considero miei amici.
Ho letto i tre libri che hanno scritto e penso che una recensione, una in più, possa valer qualcosa.
Anche se la scrivo io, penso che un pensiero detto, scritto valga in questi casi più del silenzio.
Un’ultima cosa: non sarò particolarmente professionale. In primis perché su ‘ste pagine faccio come mi pare e poi perché in fin dei conti dovendo economizzare energie e tempo preferisco privilegiare l’intenzione di arrivare in fondo senza procrastinare questi commenti in attesa di tempi migliori.

I tre romanzi, ché di romanzi si tratta, sono:
#1 Vorrei fare il postino, di Federico Longo;
#2 L’orizzonte degli eventi, di Cristò Chiapparino;
#3 Domani no, di Cristiano Carriero.


#1. Vorrei fare il postino
di Federico Longo
ISBN 978-88-6770-030-1
2013, 72 pagine
Editore: L’Erudita  (collana L’urgente)

Tra i tre autori Federico è quello che conosco da meno tempo ma è quello che ho letto per primo. Perché: prima di tutto il suo libro non è lunghissimo e nei giorni in cui per varie vicende sono stato costretto a portarmi il portatile in treno, poteva coesistere, discreto, con il resto del peso sulla mia schiena. Ed è stata una fortuna: capita raramente, ma capita, di dover contendere agli altri pendolari uno spazio in piedi, per cui non c’è verso in quei giorni di aprire il macbook e fare quello per cui me l’accollo. E allora sia mai che si rimanga tutti a guardarsi negli occhi in attesa che a Prato o a Sesto qualcuno miseramente strisci altrove liberando un posto da contendere a sangue. Meglio dissimulare e quindi leggere.

C’è da dire che lo spessore del volume non significa una mazza: ricordo per esempio un libricino per l’esame di qualcosa all’università che ricostruiva le origini dei cognomi in Francia a ridosso della Rivoluzione. Ovviamente, io pusillanime, lasciai perdere e passai ad altro.
Nel caso di Vorrei fare il postino non siamo di fronte a un piccolo libro per tutte le occasioni, né abbiamo a che fare con un concentrato impossibile da dirimere senza assumere droghe o avere un filologo accanto.
Il romanzo di Federico Longo richiede attenzione e soprattutto orecchio, perché una delle cose che maggiormente connota la sua narrazione è un’andatura ritmica a cui bisogna affidarsi per comprendere a pieno le variazioni d’animo di un testo che si dispiega in una confessione amara, logica, a tratti grottesca ma sempre oltremodo lucida. Chi si racconta è un uomo che non si sente adeguato, che fatica a darsi un orientamento semplicemente produttivo, che non rinuncia a un suo posto del mondo nonostante faccia poco per definire le sue coordinate in senso relativo (benché ami comunicarle in senso assoluto), un uomo che evidentemente non ama i suoi simili ma che non vi rinuncerebbe perché comunque ha bisogno di avere qualcuno a cui riferire le sue considerazioni potenzialmente infinite.
Vorrei fare il postino mi ha evocato, senza peccare in originalità, alcuni monologhi di Ascanio Celestini, quell’Ascanio capace di dare forza musicale enorme a una parola intrisa di laica, asciutta poesia (quello del teatro, non quello televisivo, cinematografico o ancor meno il musicista); e forse anche alcuni passi di Palahniuk, ma solo nello spirito di alcuni personaggi, perché non riconosco all’autore di una monnezza come Survivor lo stesso rispetto, la stessa cura del lettore che Federico dimostra, cercando equilibrio e strutturando il suo lavoro con rimandi interni e una dinamica sorprendente.
La trama? No, quella no. Ve la cercate.
Per me Vorrei fare il postino è un libro buono, come quel vino che può esser buono senza che qualcuno ti debba spiegare perché berlo e come berlo: l’autore con garbo ti porge una prospettiva pruriginosa, difficile da gestire e non conclusa sulle cose, su tutte le cose di cui scrive e non scrive. Leggerlo, ascoltarlo in treno per andare dove dovevo andare, mi ha fatto venir voglia a tratti di pigliare a pugni il protagonista per farlo stare un attimo zitto. Che poi ti viene il sospetto di esser come lui e non è una sensazione semplice da lasciarsi alle spalle.
Bravo Federico.

Nei prossimi giorni le recensioni degli altri due romanzi.
Federico Longo presenta Vorrei fare il postino a Firenze l’11 Maggio, ore 18:30, presso La Cité.

Endeavour

Come fa? A lasciarsi tutto alle spalle?

Devo farlo.

Casi come questo possono strappare via il cuore. Trova qualcosa che valga la pena difendere.

Pensavo di aver trovato qualcosa.

La musica? La musica va benissimo. Vai a casa. Metti su il disco più bello che hai al massimo volume e, a ogni nota, ricorda che c’è qualcosa che l’oscurità non è riuscita a portarti via.

Da Endeavour, Fugue, ITV. Grazie a Subsfactory.

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I giovani infelici

Certo che devo esser proprio fatto male. Ma a me i professionisti delle poltrone non mi appassionano mai. Sarà che quello rappresenta stocazzo e quello avrebbe garantito stafava ma di fondo ho la sensazione che sia l’anima del Paese a essere zozza e idiota. Son qualunquista? No. Io ho molta fiducia nell’ingegno di chi non ha e si costruisce una dignità, nella voglia di chi non è e potrà diventare. Ma le colpe dei nostri padri, realmente una generazione dannata, ricadono adesso su noi figli incapaci, mediocri, vigliacchi. Nessuna speranza per questa Italia, nessuna fiducia nelle voci di piazza o di partito. Se devo sperare allora spero in chi deve ancora venire, quei figli che ora non sanno parlare, perchè di certo noi, che nel futuro saremo la conservazione di tutto questo male, saremo molto più stanchi, molto meno feroci di chi oggi ci tiene al guinzaglio e ci sputa in faccia in uno scenario di conflitto farlocco.

I giovani infelici, Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

Ero presissimo (e/scatologia democratica)

Ero presissimo dalla lettura di articoli e articoli su Bersani, PD, elezioni del Presidente, quando un ciuffetto di polvere si è mosso sulla mia scrivania generando un’ombra gigantesca. Poi, fuori per la strada qualcuno, credo una signora, ha tossito. Quindi ho riscontrato la presenza di un po’ di pesce tra i denti e per dieci minuti buoni ho provato con la lingua a liberarmene. A quel punto un improvviso prurito sulla coscia sinistra mi ha costretto a sollevare il pantalone della tuta per controllare: niente, solo un brufoletto sotto pelle. Mi sono stiracchiato. Troppo, un po’ di dolore nei nervi, quando un vicino, deve essere quello di sopra, ha finito di cucinare qualcosa al forno: chiaro il “din” dalla sua cucina mi ha raggiunto. Son rimasto qualche secondo così a sentire se c’era dell’altro: e questo mi ha fatto ricordare quando giocavamo a un due tre stella e quel ricordo mi ha fatto ricordare quando arrivava qualcuno proprio sul più bello. Niente, il vicino si muove come un gatto o è morto. Le unghie. Non sopporto averle sporche, controllo. Ecco, lo sapevo, colpa della pipa. Quasi, quasi fumo. Prima mi mangio le unghie. Poi mi accendo la pipa. Quando fumo mi piace guardare una serie tv, mi sembra ottimo. Macbook già acceso, sto per chiudere il browser aperto su Repubblica, Corriere della Sera e tutti gli articoli interessantissimi su Bersani, PD, le elezioni del Presidente. Ma prima apro Facebook. Scrivo due parole su quello che stavo facendo. Fatto. Ora mi guardo qualcosa e accendo la pipa. Buonanotte.

scat

#Nuclearwar so #80s

Un attacco nucleare? Ma diamine questo recupero degli anni ’80 ha rotto i coglioni lo vogliamo dire chiaramente o no? A step forward. Buttar giù qualche muro, tirar fuori un figo biondo dal cilindro che urla in flanella, che ne so ridare Brian Eno agli U2 e rivalutare Wenders che fa sentir tutti più intelligenti, no? Finché l’hip hop truzzo venderà dischi l’incantesimo di sti cazzo di Eighties non sarà concluso. Per cui, per fermare l’atomica, propongo di sacrificare Fabri Fibra agli dei e di procurare al nuovo Papa un leccaculo con la voglia sulla pelata. Dobbiamo allontanarci dagli Spandau Ballet finchè siamo in tempo e Caparezza mi ricicla Tony Hadley? Diamine, abbiamo scherzato col fuoco. E vogliamo parlare delle scarpe di merda o della pizza con wurstel e patatine fritte? Per fermare l’atomica occorre una presa di coscienza seria: l’elettronica fa schifo e cacciamo tutti i vincitori dell’82 dalle trasmissioni sportive. Sarà sufficiente? Deve pur valere qualcosa, deve esserci un cazzo di modo per fermare la guerra. O così o Pomì.

A nuclear war

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