11 ragioni per guardare o non guardare Masterpiece

senza rompere gli zebedei.

Domani sera inizia Masterpiece.
A chi si scandalizza per un reality sulla scrittura dico che è un ipocrita.
Così. D’emblée

Frequentando la rete degli aspiranti scrittori da anni, ho maturato una convinzione semplice: da una parte ci siano editori e autori che lottano per sopravvivere grazie a un’idea editoriale; dall’altra c’è un mercato che può essere stronzo com’è stronzo il mercato specialmente se un po’ truccato (è il mercato che ti porta davanti a una parete enorme di assorbenti per signora senza poter capire come realizzare la richiesta di tua moglie che pure ti ha dato delle indicazioni, evidentemente non abbastanza precise; è il mercato truccato che però ti  convince di quanto sia più sano l’olio di ricino senza zuccheri aggiunti).

Undici rapide considerazioni sul tema.

Primo: avere un’idea editoriale non significa bandire il piacere dell’intrattenimento, basta coi pregiudizi verso chi lavora con senno e prospettiva senza dover per forza abusare di cilicio. Nessuno snobismo è permesso, anche se le flatulenze han smesso di far ridere da un po’ mentre, ammetto, le malattie rare e le agonie vanno fortissimo.

Secondo: disastroso è l’approccio di chi scrive, che s’abbevera a siti di settore per capire “cosa vogliono gli editori” e lecca il culo a pseudo-professionistidecheccosa? elemosinandone l’attenzione. In generale tutti quelli che scrivono si sentono soli: chi non regge farebbe bene a smettere o a far pace con la condizione umana che da vivi e da morti è poco simile a un villaggio vacanze.

Terzo:
un romanzo come Stoner edito da Fazi spacca il culo e vende, ma è stato scritto cinquant’anni fa, senza ricette. Se ti rode di poter morire senza andare da Fazio, a me m’importa una sega, spero di non leggerti mai. Di non conoscerti mai. Spero tu non esista.

Quarto:
si è scambiata la condivisione con il cazzodicanesimo, il confronto con l’egotismo, quasi che tutto si possa dire e tutto valga, perchè la prima morte nella produzione letteraria italiana è stata quella della critica, su quel cadavere si è banchettato e si banchetta masticando maledette opinioni.

Quinto:
il selfpublishing è reazionario, permette a chi ha risorse di promuoversi e imporre la propria presenza.

Sesto:
l’editoria a pagamento è senza colpe, se ci sono coglioni coi soldi da buttare è bene che li spendano, l’economia deve girare.

Settimo:
i siti della controinformazione editoriale sono troppo sorridenti e compiaciuti, gli stroncatori si beano della merda a cui dedicano tempo, i brutti libri e le pessime aziende fan parlare di sé più dei buoni tentativi sdentati.

Ottavo:
se vuoi scrivere non devi avere figli, non devi lavorare dodici ore al giorno per mantenere una famiglia, non devi cagare sangue perchè il precariato ti stupra, ma devi fare tante presentazioni o “inventarti qualcosa”, altrimenti non ci tieni abbastanza, non ci credi. Non scrivi. Non sei.

Nono:
ditemi chi spende ore a riflettere sulla natura digitale del libro e saprò riconoscere uno che non ha un cazzo da fare.

Decimo:
ma poi chi scrive in fin dei conti decide di starci e sticazzi. Per cui nessuno è autorizzato a menarsela, tutti sono invitati a sperare nel successo postumo o nei postumi dei posteri.

Undicesimo: i blog sono morti e io ho sprecato un’ora a scrivere sta cosa invece di guardarmi The good wife. Perché, miseria ladra, perché! Vanitoso del cazzo, dovevo dire la mia.

E dettala… Insomma.
Non vedo perché non dovevano fare un reality sulla scrittura. E’ televisione. E blablaismo escatologico ed è dove dovrebbe stare. Spero solo che sia divertente nonostante Massimo Coppola. Penso che Masterpiece sia davvero l’ultimo dei problemi.

Il mare di spalle su Youbookers

Ci sono state recensioni e interviste per Il mare di spalle. Mi hanno spesso sorpreso, mi hanno gratificato, mi hanno dato un feedback a volte inatteso.
Questa recensione è di una potenza inaudita. Posso dire solo grazie a Luisa e Federica di Youbookers. Per aver letto, per aver capito il mio lavoro, per averne voluto parlare nelle loro pagine animate da competenza e passione AUTENTICA. Consiglio vivamente di scoprire questo progetto che con tanta fatica e dedizione si sta distinguendo in una zona del web in cui c’è tanto rumore.

banneryoubookers

Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

Terzo appuntamento con le contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche (e narrative).
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Marco Proietti Mancini.

Si presenta così:
Nato con la vocazione innata a non fare nulla si ritrova sempre più anziano e sempre più con mille cose da fare, segno evidente che l’innalzamento dell’età pensionabile per lui ha senso. Ipertrofico produttore di parole – ovvero “scrittorroico” – ride di sé stesso sempre più di quanto non riescano a riderne gli altri, anche per togliere loro la soddisfazione di essere i primi. Romano tanto romano da permettersi di amare il mare senza sentirsi in colpa neanche un po’ ha accumulato in oltre mezzo secolo di vita tanti di quei ricordi da minacciare la pubblicazione di almeno una sessantina di altri romanzi. Altro? Non chiamatelo scrittore, autore, poeta o artista, altrimenti le risate su sé stesso potrebbero soffocarlo, lui si definisce scrittente e possibilmente vivente, almeno per un altro mezzo secolo.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il suo lavoro:
Roma per sempre” per Edizioni della Sera
Gli anni belli” per Edizioni della Sera
Dal prossimo 3 ottobre, Da parte di Padre in ebook, per Edizioni della Sera.
Inoltre potete trovare suoi racconti in parecchie raccolte, tra cui l’antologia “Nessuna più” pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno del “Telefono Rosa” e  “Cronache dalla fine del mondo” per Historica Edizioni.

Ecco le  risposte di Marco Proietti Mancini.

Per chi, a chi scrivi?

Per nessuno; ovvero scrivo per rispondere a una esigenza, a un istinto, non cerco nessun alibi alla mia scrittura. Scrivo per rispondere a una voce che mi detta dal dentro le parole (a dire il vero è una voce che deve appartenere a un ignorante, perché spesso mi detta degli sfondoni grammaticali vergognosi!). Quindi, dovendo essere sintetico, scrivo per obbedire a una personalità multipla e scrivo a me stesso. Poi rileggo e allora quello che ho scritto vorrei che fosse per tutti, senza distinzioni e categorie. Come le mie storie, che non appartengono a nessun “genere narrativo”.

Le storie sono tutte buone?

Sono le vite, che sono tutte buone. Se uno scrive di vite, di vite vere – o verosimili – le storie sono tutte buone. Anche se uno queste vite se le inventa, le crea. Poco fa ho scritto della poesia del panino con la mortadella, una persona mi ha risposto “mi hai fatto venire fame”, tipico esempio di una storia tanto minima da sembrare non esistere, che diventa vita. Vita vera e buona.

Ma tu che vuoi dai lettori?

Io? Io non volevo, ovvero non sapevo neanche di volere dei lettori. Scrivevo tanto di nascosto da essere l’unico lettore di me stesso. Poi ho scritto una cosa per un amico e lui ha seminato le mie parole e mi ha regalato dei “lettori”, persone che si sono prese le mie parole e me ne hanno restituite in cambio mille di più, da riscrivere ancora e poi via così. Ecco, se devo chiedere qualcosa ai miei lettori è di ridarmi indietro parole in cambio delle mie. Poi basta sostituire il termine “parole” con il termine “emozioni” e il gioco è fatto.

A te non basta la pagina?

Temo che a me non basti una vita – come da mia precedente risposta sulle vite che invento, pur di averne mille altre per le mie personalità multiple – figurarsi se può bastarmi una pagina. Vivo e scrivo, contemporaneamente, su piani paralleli che, per dirla alla Andreotti, a volte convergono e si contaminano tra loro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Fino a qualche tempo fa avrei risposto che scrivo solo per emozionarmi e per emozionare. Adesso mi sono anche dato un obiettivo più lucido, più professionale,; scrivo per raccontare la storia minima delle persone e delle società, scrivo per lasciare traccia di quegli episodi e abitudini, tradizioni che gli storici veri, i saggisti, tralasciano perché sono considerati ininfluenti nel grande disegno della Storia delle nazioni e dei popoli ( la “S” maiuscola non è casuale). Se non scrivessi io – e i malati come me – dei sandalini blu con gli occhielli, che usavamo noi bambini degli anni ’60, se non scrivessi io delle caramelle da 5 lire e degli scarpini “Valsport”, i giochi di strada e tutto quello che ci riempiva le giornate, quale sarebbe il ricordo di questi oggetti? Il ricordo di questi oggetti è importante, perché sono i dettagli che danno senso all’affresco, che fanno capire com’era e cos’era la vita vera.

Le parole come si scelgono?

Correggendo quelle sbagliate, rileggendo – con umiltà e fatica – dieci volte quel che si è scritto di getto. Ma questo è valido per me, forse per qualcuno non funziona così. Scrivo di pancia e poi lavoro per sottrazione; tra la prima stesura e la pubblicazione le mie storie dimagriscono almeno del 30%.

E le facce?

Fotografando tutte le facce che incontro, ogni giorno, ogni minuto, ovunque mi trovi. Fotografandole con gli occhi e poi richiamandole quando invento un personaggio che mi riporta quella faccia in mente. Spero tanto, ogni volta, che qualche cattivo che racconto si riconosca nella brutta faccia che gli ho dato nei miei romanzi, ma non succede mai. Nella vita “vera” tutti si sentono belli e buoni.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Piangere? Per cosa? Scrivo da quando ho sei anni, da qualche parte ho ancora nascosto ilmioprimomanoscritto scritto a quindici anni in triplice copia carta carbone sull’Olivetti “Lettera 22”; nonostante questo per mangiare il famoso pane e mortadella di cui sopra devo lavorare ogni giorno almeno otto ore in una multinazionale, facendo cose e vedendo gente che non c’entra nulla con lo scrivere. Se dovessi piangere per qualcosa dovrei farlo ora, che sono pagato per fare un lavoro che mi piace meno di quello che mi piace fare, ma per il quale non vengo pagato. Sono già rassegnato, quindi non aspetterei, né piangerei. Sopravviverei.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

La domanda che faccio a me stesso è: “pubblicherò un altro libro, eccetera?”. Che io scriva e scriverò, su questo non ho dubbi, anche perché sono già in valutazione un romanzo e un romanzo breve (chiamasi anche racconto lungo). Alla domanda “Pubblicherò” la risposta è “penso proprio di sì”.

 

Co.co.co. linguistiche (e narrative) #2

Rieccoci dopo la pausa estiva per il secondo atto di questa piccola rubrica.
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Laura Costantini e Loredana Falcone.
Si presentano così:

Siamo nate a Roma quando il mondo tirava un sospiro di sollievo dopo la fifa blu per la crisi dei missili a Cuba, ignaro che stava per assistere alla fine di due grandi uomini: J.F. Kennedy e papa Giovanni XXIII. Siamo cresciute tra sbarchi sulla Luna, contestazioni studentesche e anni di piombo. Sarà per questo che amiamo tanto la storia? Abbiamo cominciato a scrivere sui banchi di scuola, facendo credere ai prof che stavamo prendendo appunti. Ci siamo laureate insieme. Ci siamo supportate a vicenda nei passi fondamentali della vita, ma soprattutto è insieme che portiamo avanti la nostra passione: scrivere, scrivere, scrivere.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il loro lavoro:
Il destino attende a Canyon Apache, per Las Vegas Edizioni
Carne innocente, per Historica.
Inoltre potete leggere Laura Costantini anche su ScrivendoVolo, nella rubrica Scrivere Donna.

Ecco le loro risposte di  Laura Costantini e Loredana Falcone.

Per chi, a chi scrivi?

Laura: Per le storie. Per i personaggi che incontro negli sguardi e nei gesti della gente. Li sento sussurrare, chiedermi di dar loro un senso. Perché in fondo scrivere è ricreare la vita dandole una scaletta.
Lory: Per me. Scrivere è l’unico modo che conosco per prendermi una pausa dalla mia vita. Ma mi piace pensare di scrivere anche per tutti coloro che vogliono ascoltare una storia.

Le storie sono tutte buone?

Laura: Sì. Anche perché a ben guardare, da che esiste il genere umano, le storie son sempre le stesse. La differenza è chi le racconta. E non mi pare differenza da poco.
Lory: Domanda a trabocchetto. se rispondo di no posso essere tacciata di falsa modestia, se dico si… però dico si. Credo che fino ad oggi non ci sia capitato, a me e alla mia socia, di scrivere una “cagata”, si può dire?

Ma tu che vuoi dai lettori?

Laura: Che riconoscano, in ciò che scrivo, se stessi. Che si fermino su una frase e pensino “è vero, è successo anche a me di sentirmi così”. E pare che succeda abbastanza spesso.
Lory: Che mi leggano, è ovvio. Le nostre sono storie di fantasia ma anche quando non si legano al passato, come nei nostri romanzi storici, la realtà è sempre presente, trasuda dai personaggi, dalle ambientazioni, dai dialoghi. Nonostante questo io vorrei, voglio, che il lettore riesca a sognare insieme a me.

A te non basta la pagina?

Laura: La pagina è una porta che consente di passare oltre. Mi è necessaria per trovare tutto quello che c’è al di là.
Lory: Credo proprio di no, ho bisogno di ampio respiro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Laura: A scoprire che posso sorprendere e sorprendermi delle mille voci che mi si agitano dentro. E che non mi appartengono mai del tutto.
Loredana: Non so se serva a qualcosa, sicuramente serve a qualcuno, a me e a Laura. Per esprimere quella parte di noi che siamo costrette a tenere nascosta. Perché nella società in cui viviamo certi pensieri, certi sentimenti non sono apprezzati.

Le parole come si scelgono?

Laura: Sono le parole che scelgono me e non viceversa.
Loredana: Questa è una domanda a cui mi è difficile rispondere. Io credo che le parole non debbano essere scelte, credo che esse nascano insieme alle idee.

E le facce?

Laura: Le facce non si scelgono e non ci appartengono. Ognuno dei nostri personaggi ha un volto diverso per ogni singolo lettore. È l’inarrivabile potenza della parola scritta.
Loredana: Le facce nascono nel sogno, vengono plasmate della fantasia per poi trasformarsi nella mente di ognuno in ciò che deve essere.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Laura: Persevero. Li prenderò per sfinimento.
Loredana: Me ne sbatto?

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Laura: Finché avrò un filo di fiato.
Loredana: Spesso io e Laura veniamo accusate di essere troppo produttive. La critica è implicita. Lo scrittore serio è quello che soffre, che si strugge, che scrive pagine su pagine, le straccia, le riscrive, le medita, poi le rintraccia e nel frattempo si consuma nei dubbi, nelle angosce, nei “se” è nei “ma” per finire in un suicidio di “forse”. Noi no. È la pura verità. Non voglio dire che è sempre buona la prima, ma non abbiamo mai stracciato niente e la riprova è che tanti dei nostri romanzi sono il riadattamento, se mi è concesso il termine, di storie scritte molti anni fa. Comunque, per rispondere alla domanda, scriveremo un altro libro, e poi un altro ancora e ancora, perché ci piace, perché ci gratifica e anche per dar da parlare a quanti vorrebbero che smettessimo!

Co.co.co. linguistiche (e narrative) #1

ossia
Co
ntaminazioni, compressioni, congestioni
linguistiche (e narrative) #1

Con Federico Longo, già autore di Vorrei fare il postino, esordisce questo nuovo tentativo di aggiornamento rituale. Le domande che hanno animato un incontro interessante in occasione del Festival della Letteratura saranno proposte agli autori insieme al documento di contesto scaricabile qui.
Se hai un romanzo da presentare e vuoi farlo rispondendo a queste domande proponi la tua partecipazione scrivendomi su antonio.sofia@gmail.com.

Ecco l’intervista con Federico Longo.

Per chi, a chi scrivi?

Per l’interlocutore  o gli interlocutori sconosciuti  che ho accanto quando scrivo, in questo modo mi sembra che l’attività di scrivere, in sé solitaria, sia uno scambio.
Per me è come una conversazione che però viene posticipata nel tempo, sono da solo davanti alla pagina bianca ma il tentativo è di raccontare come se ci fosse qualcuno ad ascoltare e a intervenire nel flusso della narrazione, nella ricostruzione dei fatti, nei dialoghi. Quando chiacchieriamo non sappiamo dove ci porterà la discussione, oppure se  lo sappiamo ci annoiamo a morte, così nella scrittura non mi piace l’idea che ci sia una meta in vista.

Le storie sono tutte buone?

Come dice Celati gran parte delle cose che ho occasione di leggere sono costruite per essere delle storie, perché il lettore vuole storie, perché i mass media cercano le storie da raccontare, perché quello che contano sono i fatti, meglio se penosi e meglio se raccontati in una non lingua, cioè qualcosa di asettico, neutro, astorico, che può andar bene per tutti, a tutte le latitudini, in tutti i momenti storici. Non credo quindi sia importante avere delle buone o cattive storie, quanto l’originalità e autenticità di un costrutto narrativo. L’oggetto letterario mi piace quando non svela tutto, quando le contraddizioni emergono tra le righe, quando non è un prodotto perfetto con una storia perfetta (per il lettore).

Ma tu che vuoi dai lettori?

Presuppongo l’assenza del lettore. Non ho molto da dire a qualcuno che si avvicina a un mio scritto, glielo posso porgere  ma è il lettore che deve cercare un rapporto con la scrittura e tale rapporto può rimanere privato, così il testo vive in quanto tale senza la mediazione dell’autore che non appena apre bocca lo trasforma, lo interpreta, lo rende qualcosa  di diverso da ciò che era in principio.
Non credo si debba necessariamente chiedere qualcosa  agli ipotetici lettori, non si deve necessariamente voler qualcosa da loro. Non riesco a immaginarmi il lettore, così come il senso comune lo categorizza, per cui alla fine forse non c’è davvero, quasi fosse una figura creata ad hoc per dare una risposta agli autori, agli editori, a chi gravita nel mondo della cosiddetta letteratura.

A te non basta la pagina?

A me la pagina basta eccome, anzi talvolta mi sembra anche troppo. Mi piace però l’idea che la pagina si trasformi e prenda nuova vita. Con questo intendo che la pagina scritta rischia l’immobilità e l’oblio proprio per l’assenza del lettore di cui parlavo prima. Questo non sarebbe un grande dramma e spesso infatti le pagine scritte finiscono in qualche cartella del mio pc senza che niente o nessuno faccia qualcosa per riportarle fuori. Altre volte invece, e mi sta capitando in occasione del libro da poco uscito, le pagine, attraverso lo sguardo di altri, prendono una forma nuova, vengono lette, recitate, interpretate. Il senso di tutto questo sta nel ritrovare quegli sconosciuti a cui mi rivolgo quando scrivo che si materializzano e, anche se naturalmente non sono gli stessi,  danno la loro versione della pagina, rendendola  a volte comica altre triste, incazzata o serena. Io non sono capace di fare questa operazione così complicata per cui mi fermo alla fine della pagina e lascio agli altri questo compito.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

A niente. A che serve andare a lavorare? Io ti direi a pagare l’affitto o l’assicurazione della macchina. Qualcun altro potrebbe dirti che serve a fare ingrassare il padrone, qualcun altro che serve a migliorare la situazione del paese o del mondo in cui viviamo. Non serve, esiste questo fenomeno e con questo ci dobbiamo o possiamo confrontare. Un insegnante di lettere di potrebbe dire che serve a un sacco di cose ma non credo riuscirebbe a convincermi perché potrei raggiungere le stesse cose  con altri mezzi, al di là della scrittura o, soprattutto, della lettura.

Le parole come si scelgono?

L’operazione che tento di fare è quella di riprodurre il più possibile il parlato, mi pare che la narrazione diventi più vera, più fluida, che crei una situazione riconoscibile anche se poi le pieghe della storia, che a volte c’è altre volte no, possono portare al surreale o al ridicolo. Questo in realtà porta il testo ad essere ancora più vicino a ciò che quotidianamente affrontiamo, l’assurdo e il grottesco caratterizzano in maniera decisiva il tempo che viviamo, anche se mi sembra che di questo non vi sia grande consapevolezza.

E le facce?

Le facce sono quelle di chi parla. Non ho mai riflettuto sul rapporto tra l’uso delle parole e la faccia che le accompagna. Lo scritto non svela il tono della voce che secondo me è fondamentale per immaginare un viso,  ma solo lo stato d’animo dei personaggi. Potrebbe essere una cosa interessante far disegnare i personaggi da qualche lettore, anche quando non ci sono descrizioni fisiche particolareggiate, è probabile che ci sia una corrispondenza tra le idee dell’autore e quelle del lettore. In realtà, per il mio modo di scrivere, non considero di grande importanza i volti. Quando qualcuno racconta qualcosa al bar non si sofferma molto sull’aspetto fisico o sull’espressione dei personaggi protagonisti delle vicende, sono altri gli aspetti che emergono. La faccia viene usata per caratterizzare per dare un’idea, che ne so, aveva una faccia di merda per esempio ci rimanda a un’immagine che però è soggettiva, la associamo a qualche faccia di merda che abbiamo conosciuto.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Sono abituato ad aspettare sempre qualcosa e raramente mi viene da piangere. Aspetto il treno, il bus, aspetto che inizi un film al cinema. Questa cosa di aspettare la ritrovo in tutte le cose che faccio quotidianamente e penso che il tempo nell’attesa abbia una valenza importante. Importante nella misura in cui è tempo dedicato a qualcosa di preciso che dovrà avvenire, anche se non è sempre detto che qualcosa succeda. Non direi mai, Ho aspettato per niente. In quel niente ci trovo molto: pensieri, persone, sigarette, letture, telefonate con amici, chiacchierate con sconosciuti.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Questo del parlare dei libri che scrivo è un bel problema. Di certo ne scriverò ma non è detto che ne parlerò anche perché alla fine quelli che presentano i libri non parlano dei libri, parlano di tutto, dalla moda  alla situazione dei gamberi dell’oceano atlantico, da dove vanno in vacanza all’ultimo film visto in televisione. Non c’è cosa più difficile che parlare di un proprio testo, soprattutto quando quel testo che vai a presentare non l’ha letto nessuno, non la capisco tanto sta cosa del parlare dei propri libri come se fossero un paio di scarpe, perché questa è la sensazione che ho. Ecco, se dovessi parlare delle mie scarpe credo che avrei molte più cose da dire e avrei delle buone argomentazioni.

Contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche

BMOi8nACcAA47O7.jpg-large

Condivido questo pdf che riassume gli interrogativi sviluppati nella presentazione di ieri a Milano. Credo che la struttura e l’impianto grafico (essenziale ma d’impatto) sia riutilizzabile. Sentitevi liberi di farlo.

Contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche

A Milano per il #letmifest

310102_613900438620439_1264114414_n