Racconti #4: La cena

Trovarsi intorno a un tavolo e parlare non è stato semplice.
Quando è nato Francesco – Francesco Beniamino, perché non c’è la virgola e ce l’hanno detto in prosa e musica “dovrà sempre usare tutti e due i nomi” – quando è nato nostro figlio o un po’ dopo, quando ha iniziato a sedersi nel seggiolone per le prime pappe, abbiamo scoperto che quell’unico momento faccia a faccia, dopo aver vomitato lavoro e ingurgitato noia e frustrazione era ostaggio delle sue bizze.
Non che questo ci sia poi dispiaciuto al punto da diventare un problema: le giornate troppo spesso rivivevano nei nostri racconti, persino quando cercavamo di farci coraggio a vicenda non andava mai a finire bene. Eppure, quel sentimento che era stato amore quando avevamo scelto di vivere insieme, sposarci, avere un figlio, non l’abbiamo mai perduto, ne sono sicuro: per lei, ancora oggi, mi priverei di tutto.
Non andava a finire bene, mai. Non puoi semplicemente ascoltare tutti i santi giorni una persona elencare i motivi della sua disperazione; non basta stare dalla sua parte quando l’intero pianeta sembra aver ordito trame furiose e spesse per avvincere qualsiasi tentativo di rivalsa. Non puoi, non basta e soprattutto non devi ricordare che sei arrivato a quel punto della giornata anche tu quasi senza respirare, schivando le stesse infamie, nello stesso ufficio, della stessa agenzia, per vendere le stesse notizie, usando gli stessi secchi, ridotti, abulici caratteri di ogni giorno. Mai un aggettivo, mai un’interpretazione: se va bene ci pescano sul Televideo, se va benissimo rimbalziamo sui giornali; ma in ogni caso non c’è il nostro nome.
Quando c’è stato da imboccare Francesco, nonostante non siano mancati i tentativi di discutere del caporedattore analfabeta o del direttore satanasso, ci siamo accontentati di fare i genitori: a turno mescolare, a turno provare a propinargli i pallidi intrugli vegetali che gli avrebbero fatto bene. Augurandoci che il suo buon cuore volesse esimerci dalla tortura del rifiuto e dall’ennesima cena fatta a pezzi: pezzi per terra, pezzi sui vestiti, pezzi da rimettere insieme per comporne un’altra versione più piacevole di quel passato verde in cui di nascosto infilavo un po’ di sale.
Poi Francesco ha preso a parlare lui, a chiedere con meno ingenuità e a pretendere con maggior rabbia. La sua rabbia: anno dopo anno, fino a cambiar la voce, allo spuntare dei primi peli sul viso, all’esplosione dei muscoli nella maglia e ai pugni tatuati battuti sul tavolo. Francesco ha smesso presto di parlare con noi. Forse, mi viene il dubbio, non l’ha mai fatto: ha evitato che noi affondassimo nelle nostre pene, ci ha imposto la sua rivolta, ci ha parlato sopra. Ci ha soverchiato senza alcuna fatica. E mi rendo conto, quando guardo mia moglie stasera, che siamo stanchi da sempre.
Per quanto riguarda il secondo nome, ovviamente, se n’è fregato. Di questo, però, non ho mai dubitato, io. Quel secondo nome, virgola o non virgola, era lì tanto per dargli una scelta, un’opzione pur minima, che quando scegli il nome comunque tuo figlio non ha modo di darti un’opinione. Lui dice che Beniamino suona bene per un cane. Evidentemente la sua scelta l’ha fatta. E ha scelto con la stessa nettezza molte altre cose: non che non ne abbia voluto discutere, anzi. Francesco ha sempre preteso di condividere le sue imposizioni, perché tali erano; le sue risoluzioni su quel che andava comprato, su quel che gli era dovuto, sulla natura del futuro persino; futuro che, noi non capivamo un cazzo, aveva iniziato a mostrargli segni incontrovertibili. Francesco non ha mai saltato una cena. E noi non abbiamo mai smesso di chiederci come renderlo un po’ meno infelice, un po’ meno feroce. Durante la notte, uno di schiena all’altra nel letto, senza pregare, ma solo auspicando che si potesse realizzare la sua volontà, noi sognavamo Francesco onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
Trovarsi intorno a un tavolo senza di lui questa sera non è stato semplice. Ci siamo accorti di non aver preparato nulla, pur avendo entrambi apparecchiato con molta cura. Ho preso il pane, ne ho tagliato alcune fette, le ho posate nei piatti. Lei ha riempito l’oliera, ha recuperato il sale, ha lavato i pomodori. Io ho usato il forno per seccare un po’ la mollica delle mie fette; non riesco a mangiare il pane diversamente. Lei ha iniziato subito a masticare. Ed è stato questo sfasamento, questa asincronia, a liberare a un certo punto il vuoto. Io, ancora alle prese con la mia prima razione di bruschetta, lei già a calare il sipario in un ultimo sorso d’acqua.
«Che abbiamo fatto?» mi ha chiesto.
Ho ingoiato, ho riempito il mio bicchiere ancora asciutto, non ho bevuto e ho tirato un altro morso.
«Cosa pensi?» mi ha chiesto, e non s’è mossa di un millimetro: i gomiti sul tavolo, le mani, invecchiate più di lei, dinanzi alla bocca, gli occhi come sempre gentili ma fissi a scandagliare il mio viso restio all’immediatezza di una reazione comprensibile.
Ho strappato un tovagliolo dal rotolo di carta, mi sono pulito il muso, ché ho sempre esagerato con l’olio sul pane. E col sale. Le ho risposto.
«Penso che Francesco stasera non c’è, che è con sua moglie e suo figlio finalmente, che qua tutti non potevamo più stare e che dovresti esser felice di questo».
Non sono stato all’altezza della sua domanda: un’altra costante del nostro non parlarci. Si è alzata, si è lavata le mani. Ho proseguito.
«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo fare, se n’è andato sbattendo la porta come sempre, quando usciva. Ci ha detto che siamo due stronzi, non è la prima volta. Ci ha detto che moriremo soli, e su questo ha ragione. Era orgoglioso di avercela fatta, di aver finalmente vinto a quel suo fottuto gioco, ma tu, io, cosa possiamo fare se non esser contenti per lui? L’ha beccato, finalmente: potrà godersi l’esistenza se non fa cazzate. E non le farà, è uno furbo. Di che ti preoccupi?»
Ha abbassato gli occhi. Ho ancora da finire il mio pane, ma so che piangerà ora, adesso, che dovrò consolarla in questo momento, ché non le è mai importato nulla dei miei tempi.  La stringo al petto, guardo dalla cucina il resto dell’appartamento vuoto, un ingresso ampio e le stanze intorno. Penso che dopo vent’anni dovremo cercare qualcosa di più piccolo, un affitto più conveniente.
La luce dello sgabuzzino accesa mi infastidisce. Aspetto che si calmi, poi andrò di là a spegnerla e lo farò senza che lei se ne accorga. L’ha lasciata lei accesa, ne sono certo: prima, la lattina dell’olio l’ha presa lei. Ma stasera non me la sento proprio di dirglielo; la spegnerò e non le dirò nulla.

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta “La sovranità appartiene al popolo” edita da Autodafè Edizioni all’interno del progetto editoriale Narrativo Presente. Consiglio a tutti gli scrittori, o aspiranti scrittori, di approfondire questa interessante iniziativa ancora attiva sulle pagine dell’editore.