Parola di insegnante

Nel 2005 ero un collaboratore a progetto di Indire e pubblicai un articolo che ricordo con affetto. Si tratta di un collage di brani letterari che compongono un racconto, il racconto di un insegnante. Tratta di quel che può pensare, affrontare, di com’è visto dai suoi allievi o da una famiglia. Tanti personaggi lontani che ho rubato e messo insieme, che restituiscono una storia possibile.

Dia IndireCosì passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d’ogni ceto, d’ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto, invariabilmente le scolare che stavano più vicino di casa, sicché, ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito. Le mamme lo conoscevano tutte; dacché erano al mondo l’avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull’orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffi come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro distacco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po’ curve.
G. Verga, Il maestro dei ragazzi, 1887

Ma un giorno, sul principio di maggio, gli seguì un caso che ebbe per effetto di scuotere fortemente le sue idee intorno all’educazione. Stava in faccia all’uscio della scuola, con l’ombrello in mano, sotto una pioggia fitta, a invigilare l’uscita degli ultimi alunni, quando sentì dietro a sè le grida disperate d’un ragazzo, e, voltandosi, vide un contadino in maniche di camicia che con una mano teneva afferrato per la nuca uno dei suoi alunni, e con l’altra lo picchiava furiosamente nel viso. L’istinto imperioso che l’aveva sempre gettato con un coraggio cieco contro i percotitori dei fanciulli, lo gettò contro quell’uomo. Si cacciò, gridando, fra lui e la vittima, fu percosso, afferrò la mano che percoteva, si sforzò di separarli; ma non riusciva che a inferocir di più quel furioso. Era il padre che aveva scoperta una birbonata del figliuolo mentre era a scuola, ed era venuto ad aspettarlo all’uscita perché non pigliasse pei campi.
– Me ne infischio del maestro! – urlava continuando a menar le mani; – ho diritto di castigare i miei figliuoli! Mi si levi d’attorno, giuraddio, o ne do anche a lei!
Gli alunni intanto avevan fatto cerchio, altra gente accorreva; il maestro riuscì a buttar via con uno spintone il ragazzo, che andò a dar la schiena nel muro, atterrito, filando sangue dal naso.
E. De Amicis, Il romanzo di un maestro, 1886

5 Novembre.
In questi giorni non ho avuto un minuto di tempo per scrivere nel mio caro giornalino, e anche oggi ne ho pochissimo perché ho da fare le lezioni. Proprio così. Si sono riaperte le scuole, e io ho messo giudizio e voglio proprio studiare sul serio e “farmi onore”, come dice la mamma. Con tutto questo non posso esimermi di mettere qui, nel giornalino delle mie memorie, il ritratto del professore di latino che è così buffo, specialmente quando vuol fare il terribile e grida:
– Tutti zitti! Tutti fermi! E guai se vedo muovere un muscolo del viso!…
Per questo noialtri, fin dai primi giorni gli s’è messo il soprannome di “Muscolo” e ora non glielo leva più nessuno, campasse mill’anni!
A. F. Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, 1920

– Ho il figlio malato, potrei andare a casa mezz’ora?- domandai.
Il direttore mi guardò scuotendo la testa.
– Le voglio raccontare un aneddoto, signor maestro Mombelli. Quando noi eravamo ancora maestro, capitò che mio padre stava morendo. Noi andammo a scuola e ci dimenticammo che nostro padre stava morendo. Questo perché? Perché, signor maestro, le preoccupazioni personali non si devono portare nell’aula scolastica. Ma pensi, signor maestro Mombelli, ai missionari, pensi che la nostra è una missione. Mi faccia vedere il registro, signor maestro!
Sfogliò il registro e si portò le mani ai capelli.
– Signor maestro, stia attento alle anellate! La elle deve toccare la riga superiore; la effe deve toccare quella superiore e quella inferiore; la di invece è l’unica anellata che non deve toccare la riga superiore ma deve fermarsi poco sotto, alla stessa altezza della ti… Ah! Non c’è un’anellata che sia ben anellata, signor maestro! Vede qui: la bi è più alta della elle; la gi è più bassa della effe. Ma, signor maestro, il registro è un documento ufficiale!
L. Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962

Dia, IndireVerso il meriggio, però, venne dai Verre poveri il maestro di scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent’anni, alto ed elegante, tutto roseo in volto.
Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arrossì e si sentì battere il cuore, anche perché provava un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l’eleganza del giovine maestro.
– Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? – chiese il maestro.
– Favorisca, venga su – disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guardò attorno: del che Andrea gli fu grato.
G. Deledda, Per riflesso, 1905

Era sempre rimasta in piedi, nel corso della lezione. Tese la mano, afferrò la caraffa e, tenendola per il manico, disse: “Non capisco perché i bambini siano così repellenti. Sono un vero flagello, come gli insetti. Bisognerebbe sbarazzarsene una volta per tutte, come si uccidono le mosche con l’insetticida o con la carta moschicida; perchè non inventare uno spray che ci liberi dai bambini piccoli? Sarebbe splendido entrare in questa classe con una bombola gigantesca e spruzzare dappertutto. Delle enormi strisce di carta appiccicaticcia sarebbero ancora meglio. Le appenderei ovunque, voi ci rimarreste attaccati, e addio. Non le sembra una buona idea Dolcemiele?”.
“Se si tratta di uno scherzo, direttrice, non lo trovo molto divertente.”
“Non mi stupisce. Comunque, non scherzavo. Secondo me la scuola perfetta è quella dove i bambini non ci sono. Un giorno aprirò un istituto del genere. Penso che avrebbe un grande successo”.
R. Dahl, Matilde, 1983

Infatti, Kolja una volta gli aveva posto la domanda: “Chi fondò Troia?”, al che Dardanelov aveva risposto vagamente parlando di popoli, dei loro spostamenti, delle trasmigrazioni, della remotezza dei tempi, della mitologia, ma non riuscì a rispondere esattamente alla domanda su chi effettivamente avesse fondato Troia, cioè proprio quali persone, anzi, chissà perché, considerava la domanda oziosa e inconsistente. Ma i ragazzi restarono nella convinzione che Dardanelov non sapesse chi aveva fondato Troia.
F. Dostojewskij, I fratelli Karamazov, 1880

– Prendiamo i verbi, – continuò il professor Grammaticus. – Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come per esempio: mentire, rubare, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no?
– Parole d’oro – disse la domestica. E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti.
G. Rodari, La riforma della grammatica, 1964

Dia, Indire4 maggio 1986. Ora è il tempo della nube mortale che viene dall’Est: così, con tono scespiriano, comincia il documento della nostra sezione Cgil sul disastro di Cernobyl. A scriverlo sono stati il collega Vivaldi e il collega Pettazzoni, che seguitano, abbassando il tono: “la nube bussa ai vetri delle nostre aule e cerca di entrare, come tanti altri eventi di quest’anno scolastico fin troppo intenso”. Ma i docenti fanno finta di niente – riassumo qui io a occhio e croce: fuori danno l’assalto ai supermercati, fanno incetta di surgelati, temono per la vita dei loro figli; dentro dicono: “Parliamo di Parini” o incollano le fascette intorno ai compiti appena corretti. “La routine è la nostra armatura” conclude il testo, già affisso in bacheca. “Se si spezza cadiamo in ginocchio”.
D. Starnone, Ex cattedra, 1989

Quando le scuole erano chiuse per le vacanze estive, la maestrina Boccarmé non sapeva che farsi della sua libertà. Avrebbe potuto viaggiare, coi risparmi di tanti anni; le bastava sognare così, guardando le navi ormeggiate nel Molo o in partenza.
L. Pirandello, La maestrina Boccarmé, 1924

Pubblicato su Indire.it, il 13/4/2005
Immagini dall’archivio DIA.

Ci sono anche io nel settimo numero di “Im@go, a journal of the Social imaginary” dedicato al tema: Technology and/as imaginary.

Il mio contributo si intitola:
“Facebook & Co.: un dispositivo narrativo sintetico a comprimere l’immaginario”.

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Due giorni indimenticabili

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Con Ippolita, nell’acquario di Facebook

Il passaggio più appassionante della riflessione di Ippolita da Nell’acquario di Facebook (2012, Ledizioni: Milano).

In una massa non abbiamo ragione di volerci distinguere perché l’identità di gruppo è determinata dall’omologazione, non dall’eccezionalità. Banalmente, un individuo atomizzato formato in permanenza a essere il più possibile intercambiabile con qualsiasi altro atomo deve sviluppare caratteristiche standard per essere appetibile al mercato globale, in un’infinita riproduzione dell’identico con minime variazioni, già previste dal sistema di profilazione. Un individuo autonomo sarà invece tanto più interessante quanto più unico, dotato di caratteristiche particolari, miscela di differenti ingredienti ed esperienze. E’ logico pensare che un individuo del genere parteciperà a diversi gruppi, non per auto promozione, ma per il piacere di scambiare e di stare con altri individui affini. Appartenere a una comunità, a una rete organizzata come un noi, significa allora sentirsi rappresentati, non perché si ha il diritto di veto o il potere di voto, ma perché si influenza direttamente la rete, si influenzano gli altri e ci si fa influenzare. Si cambia e si inducono cambiamenti, stratificando una storia comune. E’ un equilibrio necessariamente dinamico e complesso, nel quale i limiti reciproci sono oggetto di rinegoziazione continua.
Non si possono immaginare individui già dati una volta per tutte, determinati da principi assoluti come gli attori del mercato libertariano, che intervengono in gruppi perfettamente e compiutamente codificati, aderendo totalmente a un manifesto o a una dichiarazione di intenti. D’altra parte anche le competenze più straordinarie di un singolo devono trovare il modo di armonizzarsi in una rete organizzata, perché uscire dalla dimensione di massa non significa diminuire il controllo. Al contrario: il controllo capillare esiste sicuramente anche nei piccoli gruppi, anzi forse proprio nelle piccole dimensioni raggiunge il suo apice di intensità. L’errore di una sola persona può determinare il fallimento di tutti. Il malessere di uno può contagiare gli altri, i conflitti possono incancrenirsi fino a oscurare ogni rapporto positivo.
C’è però una grande differenza fra un controllo gestito da sistemi automatizzati a scopo di lucro, come nel caso della profilazione di massa, e il controllo reciproco dei membri di un piccolo gruppo. In un gruppo di affinità i legami che danno vita alla rete sono altrettante relazioni di fiducia.  Si può avere fiducia nel giudizio altrui e usare il gruppo come specchio. Il controllo sociale può diventare così una forma di garanzia dell’autonomia individuale, soprattutto nei momenti di scoramento e stanchezza, quando l’individuo manca di lucidità, si comporta in maniera avventata, noiosa, distruttiva. Depositari di una storia condivisa, e quindi anche della nostra storia, sono gli altri a ricordarci che non siamo sempre stati in preda alla disperazione, alla sofferenza. In passato abbiamo contribuito in maniera significativa, e potremmo farlo anche in futuro. E’ l’attenzione, il riconoscimento per la creatività individuale il bene circolante in una rete organizzata. E’ il tempo dedicato in maniera esclusiva, o comunque prioritaria e privilegiata alla tessitura di quel legame a creare un valore inestimabile.

 

Il tempo delle opinioni sta finendo

Ci penso da due giorni per capire cosa penso e fino a che punto lo penso.
Ci sono state molte cose di cui scrivere in questi giorni, terribili eventi che mi hanno inevitabilmente sollecitato una riflessione. Forse per rispetto, forse perché sono situazioni su cui percepisco chiaramente di non poter influire in alcun modo, forse perché lontana è la guerra come mi chiede ogni giorno mia figlia che tra poco farà quattro anni, forse per tutto questo resto zitto sulle tragedie dei profughi di guerra trattati come cose, numeri, come personaggi di una storia in cui ciascuno può avere un’opinione davanti allo schermo.
Io credo, e questa è la prima riflessione, che il tempo delle opinioni stia finendo. Non si può aver un’opinione legittima su tutto, proprio nell’epoca in cui, come mai prima le opinioni sembrano certificare nel mondo a cui appartengo una possibilità di connessione. Le opinioni sono figlie di punti di vista, prospettive e questo blog da anni reca in effigie il bisogno di un’ulteriore prospettiva. Che non è un’altra prospettiva da aggiungere. Ma una prospettiva superiore, non la mia, bensì qualcosa a cui tendere, un’aspirazione, una seduzione, l’illusione di un pensiero che vada oltre ogni relativizzazione.
Non è più tempo di opinioni, non è legittima alcuna discussione sulle risorse, sulle carte di identità, non è legittimo il confronto che pone sul tavolo interessi contrapposti nel merito di vite umane in preda al terrore verso gli umani. Possiamo avere paura di esser sepolti nelle macerie di un terremoto, di non svegliarci al mattino, possiamo tradire l’inquietudine di ospitare cellule impazzite o la stanchezza infinita dell’insoddisfazione. Ma nessuno dovrebbe provare il terrore verso i propri simili: per quelle masse di nervi e liquidi e ossa e pensieri e parole e terribili brame che infliggono l’impotenza, che addestrano al sangue fuori dal corpo, che annullano il movimento dosando rumori e tormenti. Pietà per chi rinuncia a qualsiasi bisogno, per il terrore, per la disperazione così dentro gli occhi da mostrar un’unica impietosa ombra. Nessuno dovrebbe parlare. Nessuno dovrebbe decidere cosa fare. Bisognerebbe solo aspettare chi fugge, accoglierlo o lasciarlo passare. Non c’è diritto a un pensiero diverso.
Poi leggo qui in Italia dello scandalo instillato, laddove la vergogna è minuziosamente rimossa da un puntiglioso processo di esposizione a sputi, violenze, volgari loquele di un discorso sociale disperso nelle feci.
Leggo di un’assemblea sindacale. Non mi interessa riportare le ragioni di quella assemblea anche se le conosco. Perché entreremmo nel campo delle opinioni, cosa credi possa esser ragionevole o cosa non lo sia per motivare un’assemblea.
Un’assemblea di due ore che avrebbe impedito la visita al Colosseo a molti turisti. E recato un danno di immagine, colpito uno dei beni essenziali del Paese prossimo alla celebrazione del Giubileo. Un’assemblea è stata oggetto di valutazioni, discussioni, denunce, arringhe e persino di una decisione di governo.
Queste sono posizioni, punti di vista, prospettive per cui non c’è più tempo, perché per queste posizioni, per questi punti di vista, per queste prospettive il tempo è finito da molti anni. Sono tutti quegli anni che hanno originato il valore sacrosanto e inalienabile, assoluto e puro, del ragionamento umano nella forma elevatissima della condivisione, il risultato della coraggiosa azione di altri esseri umani oppressi dal terrore, avvinti alla  disperazione per l’agire di altri esseri umani. Qualcosa che è stato sancito, scolpito nel diritto e regolamentato nella forma come punto altissimo del nostro essere storicamente democratici. Il diritto a riunirsi in un’assemblea è qualcosa che non può permettere opinione, qualcosa di sacro, di cui non si può discutere. Non c’è immagine del Paese, non c’è Colosseo, non c’è bene più essenziale per noi esseri umani liberi dalla paura. Qualsiasi opinione contraria non ha senso di esistere. Eppure di questo si discute, come se fosse qualcosa che vale a volte e altre volte no, come se in fin dei conti esistessero delle forme di lavoro talmente importanti, una produttività assoluta, a cui conformare la possibilità di riunirsi, di stare insieme.
Sembra paradossale. Nego sia legittimo discutere del diritto di discutere. Nego, in realtà ancora più profondamente, che chiunque abbia il diritto di esprimersi nel merito. Perché un’assemblea di uomini liberi è l’unico organismo che può esprimersi nel merito e stabilire dunque il diritto e regolamentare la forma dei beni essenziali della democrazia. E questa assemblea non è un luogo circoscritto, non è il Parlamento o il governo, dio mio. Questa assemblea è ulteriore, è altrove, c’è già stata e per parteciparvi occorre accettare alcune regole fondamentali: una di queste è che l’assemblea è un bene essenziale per gli uomini. Nessun pensiero diverso è possibile per chi rifiuta di aver paura di un proprio simile, per chi può ancora vivere senza aver paura dei propri simili.

Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro

Annuii lentamente. – Allora ecco perché portavano via i nostri lavori…
-Potrebbe essere. Madame da qualche parte possiede una Galleria piena di cose che appartengono agli studenti da quando sono piccolissimi. Immagina che due persone saltino fuori a dire che sono innamorate. Lei può ritrovare i lavori fatti nel corso degli anni. Può rendersi conto se vanno bene insieme. Se hanno qualcosa in comune. Non dimenticartelo, Kath, ciò che lei possiede rivela le nostre anime. Potrebbe essere lei a decidere se è una coppia che funziona o se si tratta soltanto di una stupida cotta.

Community as collection, con R. David Lankes

10/7/2015, Pistoia, Biblioteca San Giorgio

La conoscenza si crea tramite la conversazione. Le conversazioni possono aver luogo tra amici e colleghi, “qui ed ora”. Ma possono anche avvenire nel corso dei secoli, con partecipanti diversi su uno stesso tema, e con la conversazione registrata su migliaia di artefatti, come libri, immagini, e file digitali. In molti casi gli utenti hanno bisogno di processi sofisticati per facilitare la conversazione. La facilitazione non solo arricchisce le conversazioni di informazioni diverse e dettagliate, ma serve anche come custode della memoria, documentando concordanze e risultati, per facilitare le conversazioni future[1].

Il seminario con R. David Lankes era destinato soprattutto al mondo delle biblioteche, ma la riflessione che dava la cornice all’approfondimento specialistico riguardava l’innovazione nell’approccio alla conoscenza.

“KNOWLEDGE IS UNIQUELY HUMAN. CREATING KNOWLEDGE IS LEARNING”.
La biblioteca non è un archivio di volumi e documenti, per quanto una prima definizione – nell’immaginario o nei dizionari – resti ancorata all’edificio destinato a contenere carte e alle pagine rilegate. Lankes invita a riflettere in primo luogo su cosa sia un libro e da questo interrogativo si arriva presto a inserire qualsiasi opera d’ingegno nello scenario di una società dell’informazione densa di connessioni. E le connessioni non si realizzano tra oggetti senza un’interpretazione umana che predisponga o gestisca un framework: i bibliotecari sono operatori dell’accesso, facilitatori della condivisione, allestitori di un ambiente accogliente, dispensatori di stimoli e motivazioni. Negli States questa maieutica appaia le biblioteche e le scuole come co-equal institutions ed è inevitabile riconoscere analogie tra la professione del bibliotecario e quella del docente come progettisti di un ambiente che produce conoscenza: una conoscenza svincolata dai supporti in cui è conservata in potenza (“books are not knowledge”) e messa in circolo come atto nell’apprendimento della comunità.

“IF YOU ARE IN THE KNOWLEDGE BUSINESS YOU ARE IN THE CONVERSATION BUSINESS”.
Le biblioteche negli ultimi venti anni sono cambiate molto. Oltre ai documenti hanno accolto nuove “collections”: media, database, servizi, internet a disposizione dell’utenza. Per innovazione non si intende una pratica tecnologica sic et simpliciter, né una astratta disposizione culturale: Lankes rileva come il cambiamento abbia investito in primo luogo le informazioni e il modo in cui siano ricercate, organizzate, comunicate. Se la biblioteca nasceva per consentire la memoria e la formazione attraverso i rotoli e poi la carta, oggi essa continua ad assolvere a quella vocazione fornendo alla comunità una organizzazione che si occupa di garantire pari condizioni di accesso alle informazioni per tutta la cittadinanza e favorire, inoltre, l’emersione di quelle passioni che sono all’origine di percorsi qualificanti di cui la comunità si può giovare.
Cambiano, dunque, anche le domande del bibliotecario: si passa dal “Cosa posso fare per lei” al “Quali sono le tue passioni? Come potresti condividerle con la comunità?”.
Il compito di una biblioteca, vero e proprio civic center, è quello di fornire tutte le opportunità per sostenere una risposta a queste due domande, favorendo la crescita della curiosità e accompagnando la maturazione degli interessi (“intructions, reference, makerspace, employment, data-management, tutoring”), allestendo occasioni e strutture in cui i suoi utenti possano comunicare e mettere a disposizione della comunità quanto hanno imparato e sanno fare (community reference, community center argument…”). La conoscenza dalla comunità e la conoscenza per la comunità sono organizzate in una circolarità che è la narrazione di quella comunità così viva, protetta, in crescita.

“LIBRARIANS ARE EDUCATORS”.
A Ferguson in Missouri, la violenza della polizia bianca nei confronti dei neri ha prodotto l’esplosione del conflitto sociale e le scuole hanno dovuto chiudere. La biblioteca locale ha messo a disposizione la propria struttura per proseguire con l’insegnamento, raccogliendo sostegno pubblico e donazioni. Il corto circuito dell’omicidio di Michael Brown, il giovane nero assassinato dalla polizia da cui è scaturita la rivolta successiva, ha trovato una prima risposta positiva in questa resistenza del tessuto connettivo della comunità, incardinata nella biblioteca, avamposto di accesso, accoglienza, condivisione, per non abbandonare la speranza di una nuova sintesi civile.
Se è vero che i bibliotecari sono educatori è possibile immaginare che gli educatori debbano ispirarsi alle innovazioni a cui è chiamato ogni bibliotecario? Educare, lavorare nella formazione, significa anche garantire l’accesso alla conoscenza, orientare al suo sviluppo, permettere l’emersione di quelle competenze che sono ricchezza per la comunità. Può essere questa l’innovazione introdotta dalla società dell’informazione, così potente nel connettere persone, dati, cose, eventi: i libri continuano a essere un oggetto dal design perfetto per la lettura e l’apprendimento, ma quella straordinaria capacità di innesco di relazioni, idee, visioni, che hanno per secoli coagulato nelle proprie pagine, è esplosa in una infinità di link attraverso cui muoversi e procedere. Si può approdare più velocemente a nuove relazioni, il bacino delle idee è sterminato, le visioni entrano in contatto e si modificano reciprocamente. Tuttavia, velocità, quantità e confronto richiedono condizioni paritarie d’accesso, formazione e supporto. Perché è una responsabilità sociale, perché può produrre beneficio per la collettività, perché può fare la differenza tra una “storia” che si sviluppa da sé e la costruzione del futuro.

[1] R.D. Lankes, J. Silverstein, S. NIcholson, Le reti partecipative, la biblioteca come conversazione