Quel che la rete non è

Leggo le riflessioni, questa e la successiva in particolar modo, sugli strumenti di ‘navigazione’ della produzione editoriale, che sono gli strumenti poi nelle mani delle realtà editoriali per proporre una navigazione nella propria offerta, e abbozzo una mia provocatoria tesi.
Si è organizzata negli anni una piramide di suggestioni farlocche, più o meno consapevolmente insinuate: dico piramide perché l’impressione che ho maturato produce sostanzialmente un vertice alto cui tende la gerarchia della mendace occorrenza. Questo vertice è occupato dall’approccio sistematico dei mezzi tradizionali al web, destinato a una cialtronesca rarefazione dell’oggettivo nell’apocalissi semantica del virtuale. La ‘rete’, anche in occasione dei movimenti politici più romantici del nostro tempo (dalla campagna di Obama alle ipotetiche rivoluzioni del nord Africa, per non parlare dei referendum) è stata in un certo senso ammantata di un potere che non può possedere né nel senso stretto dell’architettura telematica, né nel senso lato della condivisione di informazioni in tempo reale.
La rete non ha il potere di sovvertire il potere, né di aprire porte altrimenti chiuse – e qui vengo al focus primo del nostro discorso, ossia il fronte editoriale. La rete non è quello che il giornalismo massivo ipotizza per semplificare e arrotondare fenomeni altrimenti meno comprensibili. La rete non è molte cose, insomma. Lo dico con certezza, pur ipotizzando molte smentite, ma è per amor di brevitas che mi pongo in questo senso. La rete non amplifica, la rete non produce un cervello mondiale, la rete non protegge i deboli, non salva, non sorprende se non nella misura in cui siamo addomesticati a gestire la sorpresa. Cambia la dimensione dei “fatti”, forse. Non è poco sapere cosa accade in Giappone durante un assaggio di ben-altra-apocalisse, per bocca poi dei diretti testimoni e senza filtro (!?) persino. Ma di fondo quel che si realizza (sic) nella rete è la messa in comune di un’impressione già formata delle cose, entro cui non esistono spiragli di libertà che non siano già libertà d’analisi al di fuori della rete stessa.
Sono in gioco le libertà dei soggetti che usano la rete dunque, ispirandosi a definire l’orizzonte (informativo, ma ancor più commerciale) con un’offerta straordinariamente variegata e quindi dal potenziale rinnovato. Quel che voglio dire è: possiamo sviluppare un’abitudine all’uso di spazi e strumenti web entro cui si mimetizza il capolavoro del nuovo mercato, ossia la neutralizzazione totale del prodotto. La voce libera sostanzialmente si articola come un gusto raffinato di cui si iniziava a sentir la mancanza in gelateria. I cambiamenti “epocali” son partiti da Facebook, ci dicono a proposito dei regimi in disgrazia. Non credo ma. Il brand sulla ribellione è forse la vetta più estrema del capitale, capace di azzerare sì i costi di produzione svincolandosi persino dalle più basiche oggettivazioni del tempo denaro. Produciamo rete. Produciamo la suggestione di una democrazia mondiale. Produciamo persino nuovi dis-ordini in questa suggestione. E questi prodotti sono al momento l’aria che tiene in piedi fluttuazioni e costruisce nuove egemonie. [Per inciso: in questo ragionamento ammanto, ancor più provocatoriamente la convinzione che anche i referendum si siano vinti fuori dalla rete e senza internet si sarebbero vinti lo stesso.]
Tornando ai libri. Le piccole librerie muoiono, la grande factory costruisce centri commerciali. Vero. Il passo è già antico, però. L’acquisto in rete non è vezzo di pochi. Lo sbarco di Amazon in Italia  innesca un processo che community e social network possono e potranno solo alimentare, producendo un nuovo terreno di confronto (che la stessa grande factory aveva azzardato a soffocare in culla). Qual è lo strumento del piccolo editore per occupare un pezzo di mercato? Veder lungo, su questo. Investire nella distribuzione sul web può voler dire cavalcare l’onda. Credo poco all’ebook in sè. Credo molto alle possibilità di investimento nel web per costruire una ridefinizione di alcuni meccanismi di controllo nell’esposizione del prodotto. Le classifiche dei “più venduti” hanno le ore contate, probabilmente, così come sono al momento, ossia un catalogo che produce e conferma se stesso. Forse è ancora presto, ma ci sarà da sporcarsi le mani per occupare un pezzo di questo mercato che è la rete. Ecco, cosa può essere al momento la rete, senza timor di smentita. Un mercato dove nessuna parola è priva di collocazione, perché qualsiasi spazio è di qualcuno e produce qualcosa al di là del significato, secondo un ordine che ha la sola qualità di non esser interessato, per ora, ai significati.

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2 thoughts on “Quel che la rete non è

  1. Molto interessante come punto di vista!
    Cercherò di esplicitare la mia curiosità e nascondere la mia ignoranza nella seguente domanda: cosa significa “mezzo di informazione”?
    “La rete non amplifica, la rete non produce un cervello mondiale, la rete non protegge i deboli, non salva, non sorprende se non nella misura in cui siamo addomesticati a gestire la sorpresa.” La televisione cosa fa? I giornali cosa fanno? Le radio cosa fanno? Semplicemente nulla. Come sempre siamo noi a delineare cose che già nella nostra mente hanno una forma, quelle che noi consideriamo “decisioni” e “scelte”, non sono altro che la mera illusione che parti del nostro mondo utopistico siano presenti nel mondo reale.
    La rete non ha fatto nulla, come i libri non fanno nulla, siamo noi a decidere se quello che leggiamo è istruzione, opinione, inutilità, storia, verità, eccetera…
    Se il mezzo tramite cui l’informazione giunge a noi è ridotto a nulla, possiamo considerarci onniscenti nel sapere oggi cose che tempo fa non avremmo nemmeno potuto immaginare? O possiamo considerarci uguali a noi stessi in una dimensione parallela senza “la rete”?
    Grazie per le risposte 🙂

    • Ciao Emanuele. Non voglio essere evasivo, ma devo necessariamente sintetizzare. La mia provocazione non vuole appianare ogni considerazione sulla posizione di una sorta di neoplotinismo. Non credo che i mezzi di informazione non siano in grado di fare alcunché. Penso invece che vadano analizzati molto bene, radicando però l’analisi in un contesto storico da interpretare con sobrietà e piedi di piombo. Nel caso specifico della “rete” nell’ultima parte dell’intervento scrivo: “Un mercato dove nessuna parola è priva di collocazione, perché qualsiasi spazio è di qualcuno e produce qualcosa al di là del significato, secondo un ordine che ha la sola qualità di non esser interessato, per ora, ai significati.”. Grazie del contributo!

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