A quel punto sarà la guerra

Ancora una volta questo Paese di merda trova modo di far parlare di sè per il suo volto più osceno.
Quanto facciamo schifo?
Sì, evitando le giaculatorie ora pro nobis, la domanda è proprio questa.
Non sto invocando uno schifometro o ancor più banalmente inneggiando all’antipolitica.
Quello che sottende al mio interrogativo è il dubbio mordente che gli italiani, già compiaciuti della tanto celebrata arte di “arrangiarsi” (!!!), siano ben avanti in un processo assai rischioso e non so quanto condiviso oltre i confini nazionali: la rimozione del pudore.
Il pudore.
Il pudore è in negativo un sentimento prossimo alla vergogna, un senso di malessere in relazione all’essere al mondo, inscritto in reti di significati spesso dolorosi, modulazioni dell’inadeguatezza al giudizio di sé secondo un codice morale o un criterio puramente estetico (distinguendo con sforzo le due cose). Così come la nausea deriverebbe dall’insensatezza, dall’assenza di una destinazione, dal vuoto, il pudore è un’increspatura sulla superficie del pieno, sulla superficie di un’otre grassa e faticosa, impinguata nel tempo dalle relazioni e dalla necessità di riferirsi a esse. Sono informazioni e interpretazioni dell’essere sociale nella sostanza e il pudore si genera nella misura in cui si avverte di trasgredire a quanto è condiviso o alla base dell’accettazione di sè e del sè nel contesto condiviso.
Il pudore è in crisi sul suolo italico. Perché. Probabilmente per lo stesso motivo per cui abbiamo in atto una rimozione forzosa della nausea (sostituita da religiosità posticce, relativismo ipocrita e idiozie extraqualcosa).
Il pudore è in crisi perché è fastidioso, è un sentimento di malessere si diceva, e il rimedio più diffuso che vi si pone, molto banalmente, è il vaffanculo.
Sì, quel vaffanculo per cui tutto vale, per cui in fin dei conti viviamo ognuno per i cazzi propri, che condensa il “che cazzo ne sai di me”  e  il “ma sì, chi se ne frega”.
Forse mi sto arrischiando a dare un verdetto sulla primogenitura dell’uovo e della gallina. La crisi del pudore ha generato disgregazione sociale o la disgregazione ha rimosso il pudore?
Non so quanto sia importante. Il dato comunque è sotto agli occhi: possiamo giudicare merda chi ruba, chi tradisce, chi fotte nel modo più vergognoso la cosa pubblica. Possiamo farlo.
E possiamo indulgere nel puntare il dito sul reo confesso o rivelato. La Lega, il calcio truccato, fate vobis. Ma l’impressione che ho è che nulla si muova sulla superficie dei significati, che l’otre sia vuota o più probabilmente custodita altrove; che siano storie percepite all’esterno, dietro un oblò, come uno stronzo galleggiante appena scorto in pieno oceano: che presto sarà lontano.
La crisi del pudore è la crisi delle connessioni e le connessioni sono quel che rende possibile l’immaginario di un’Identità nazionale. Sono sempre più convinto che le rimozioni della nausea e del pudore siano premesse di un futuro in cui si scaglierà forse un ulteriore e decisivo attacco all’essere sociale: la rimozione della paura, cui non consegue l’assenza della paura, bensì la paura altrove. A quel punto sarà la guerra.

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