Da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, di C.E. Gadda

Il passo che segue è tra le cose più belle che io abbia mai letto. Non starò qui a stilarne la classifica. Propongo invece la lettura di questo breve estratto, per quanto vi si annida di conoscenza, radicalità, potenza.
Quando leggo cose del genere comprendo cosa non potrò mai arrivare a scrivere. Ma ne godo fino in fondo e ringrazio chi ha condiviso tanto genio col mondo: ogni parola un’interpretazione dell’esistenza, pregnante di sapere l’umano, non una vita leggera.

Al veder la foto dell’amor suo riparar sul cuore dello Sgranfia, la Ines, povera pupa, allibì. Le si addensarono al di sopra del nasetto i contristati sopraccigli, un corruccio che sembrò ira e non era: lacrime brillarono, splendide repentinamente, sotto i lunghissimi cigli dorati (traverso il di cui pettine, un tempo, al suo sguardo di bimba, si frangeva e si iridava nei mattini la luce, la fulgida luce albana). Discesero lungo le gote, lasciandovi, o parve, due gore bianche, discesero fino alla bocca: il cammino della umiliazione, dello sgomento. Non aveva di che soffiarsi il naso, né rasciugarsi quel pianto : levò la mano come per contenere col solo gesto ciò che dalla solitudine immiserita del suo volto avrebbe potuto sgorgare, a render perfetta la crudeltà degli attimi, il gelo e l’irrisione dell’ora che ne è la somma. Le pareva d’esser nuda, sprovveduta, avanti a chi ha facoltà d’inquisire la nudità della vergogna e, se pur non la irride, la giudica: nuda, sprovveduta: come sono i figli e le figlie senza ricovero e senza sovvento, nell’arena bestiale della terra. La stufa era diaccia. Lo stanzone era freddo, vi si vedeva il fiato: le lampadine della Mobile erano lampadine del governo. Ella sentiva su di sé, rabbrividendone, le guardate degli uomini, e le sdruciture, gli strappi, la misera stamigna, la sordida povertà del vestito : una maglia di vagabonda. A Dio, così vestita, non poteva certo rivolgersi. Quando l’aveva chiamata per nome, il nome del battesimo, tre volte, Ines! Ines! Ines! al principiare della macchia, tre volte ! quante so’ le Perzone de la Trinità… le querci si storcevano in presagi sotto le raffiche del vento maestro: le aprirono il cammino della macchia, dietro il deliberato andare del giovane. Quando il Signore l’aveva richiamata, col suo sguardo di raggi d’oro nella sera, dal fìnestrone rotondo di Crocedomini, lei, ar Zignore, che aveva avuto er core d’arisponneje? « Io vado cor mi’ amore, » j’aveva arisposto a quelo sguardo, a quela voce. Sicché ‘r Zignore, adesso, bisognava lassallo sta.
Chinò il capo, che, ricadendo sul volto, i capelli aridi o impastati misero in ombre, e amomenti nascosero. Le sue spalle parvero affilarsi, ischeletrirsi, quasi, nei sussulti di un tacito singhiozzo. Si rasciugò il volto, e il naso: con la manica. Levò il braccio: volle nascondervi il pianto, ripararvi il suo sgomento, il pudore. Una sdrucitura, all’attacco della manica, un’altra della sottostante maglietta, scoprirono il biancheggiare della spalla. Nulla aveva più, per celarsi, che quello strappato e scolorato avanzo d’un indumento di povera.
Ma gli uomini, quegli uomini, la ricattavano col solo sguardo, acceso e rotto a intervalli, dai segni e dai lampi, non pertinenti alla pratica, di una cupidità ripugnante. Quegli uomini, da lei, volevano udire, sapere. Dietro di loro c’era la giustizzia: na macchina! No strazzio, la giùstizzia. Mejo piuttosto la fame; e annà pe strada, e sentisse pioviccicà ne li capelli; mejo addormisse a na panchina de lungotevere, a Prati. Volevano sapere. Mbè? Che cosa trafficava chesto Diomede. E lei zitta. E loro: su su: parlare, cantare. Non le chiedevano di far male ad alcuno, dopo tutto: solo de dì la verità, la supplicaveno. Bella verità! de fa carcera la gente. La gente… che pe forza deve aranciasse in quarche modo: sinnò nun sa come campa. Parlare, cantare. E sbrigasse pure. Nulla di male, dopo tutto. Nel caso contrario, brutti certificati per lei. Loro aveveno bisogno pe la giustizzia, perch’era stato commesso un gran dilitto, che c’era su tutti li giornali. Glie ne mostrarono alcuni. Cartaccia. Glie li fecero vedere sotto il naso, battendovi sopra la mano come a dire: ecco qua. (Lei ritrasse il capo.) Pe la giustizzia : « no pe fatte der male a te, né a nissuno, » aggiuntò pacato lo Sgranfia, suasivo, con un vocione che veniva propio dar core. Era de li fratelloni de la bona morte, lo Sgranfia, quelli cor cappuccio in testa, che vanno a fa l’accompagno de li morti: pe conzolà le vedove nun c’era nessuno come lui. « Diomede, » si disse la ragazza, « è certamente incolpevole. Schiaffi in faccia, vijaccone, nun vordì scanna le donne cor coltello. » Stava sulle sue. Titubava. « Con questi nun se sa mai. » Forse era meglio contentarli, pensò. Meglio per Diomede, e meglio anche per sé. Sarebbe finita, armeno ! Loro l’avrebbero piantata, co quela lagna. Pompeo l’avrebbe ricondotta ar dormitorio. Se sarebbe buttata sur tavolaccio: duro pe duro, se sarebbe potuta addormì. Chissà che puro li parenti nun s’addormìssino, poveri cocchetti!Se sentiva stracca da morì: ribbambita: sfinita.

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One thought on “Da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, di C.E. Gadda

  1. (lo dico con vergogna) ho letto il Pasticciaccio e proprio non sono riuscito ad abitarlo. l’ho letto fino in fondo, dalla prima all’ultima pagina, e ne sono uscito sconfitto. hai presente quando vai a fare il bagno al mare e non riesci a “prendere” l’acqua? stessa cosa. chissà, un giorno ci riproverò. comunque condivido lo spirito di questo post, è giusto essere grati alle letture che ci hanno arricchito.

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