Della prossimità

Da adulti i problemi sono: le tasse, la casa, il governo, la spesa. Da adolescente i problemi erano la vita la morte l’amore. Non c’è paragone.

Questo affermava stamani L., una mia amica su facebook. Trovo sia un’affermazione che condensa molte cose. Scelgo in breve di occuparmi di una di queste.
La vita la morte l’amore è il complesso fondante le infinite domande che pensatori, filosofi e artisti si pongono da sempre, implicando questo trittico anche Dio, nelle risposte che vi hanno fatto ricorso. Sono problemi che hanno prodotto riflessioni complesse, ponendo le basi alla stessa ricerca scientifica.
Tre parole che sostanziano la storia dell’uomo, e il rapporto con quel che significano sostanzia o meno il progresso.
A me piace questa idea di progresso, quella di Pasolini negli Scritti Corsari:

Chi vuole, invece, il «progresso»? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il «progresso»: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. Quando dico «lo vuole» lo dico in senso autentico e totale (ci può essere anche qualche «produttore» che vuole, oltre tutto, e magari sinceramente, il progresso: ma il suo caso non fa testo). Il «progresso» è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico (P.P. Pasolini).

Abdicare al problema della vita della morte e dell’amore nell’età adulta significa per me, dunque, rinunciare a questo progresso pasoliniano, così semplice e così rivoluzionario, non solo al vestito ozioso di un ragionamento speculativo. Significa rinunciare a qualsiasi ricerca di un avanzamento sociale, significa dimettersi dalla costruzione di un presente che sia un passo avanti nel riconoscimento di un merito. Non mi piace parlare di diritti, questa parola mi risulta svuotata, così imbastardita dall’interpretazione che se n’è data nel nostro triste Paese. Preferisco parlare di prossimità. All’Università, quando godevo del privilegio di diventare adulto potendomi occupare della vita della morte dell’amore mi insegnarono che la parola giustizia (lat. justitia) ha una familiarità assai stretta con la parola iuxta, che significa vicino, presso. Perché la prossimità e il giudizio sono indissolubilmente connessi, intimamente imprescindibili l’uno dall’altro. Rivendicare il progresso, rivendicare la vita la morte l’amore, rivendicare la giustizia, come rivendicare maggior prossimità alle cose, ai fenomeni, alle persone. Quella prossimità che paradossalmente la risposta ai bisogni primari sembra vedersi negata, così vincolata all’aleatorietà del globalmente invisibile, all’umanizzazione del flusso finanziario, alla spersonalizzazione persino del carnefice che opera manu propria (proper può significare vicino, ci risiamo) il licenziamento o la negazione di un principio.
Chiedere. Di avvicinarsi. Chiederlo a chiunque. E decidere cosa fare. Stringere la mano o colpire.

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