Empty spaces

Tardo a scrivere su queste pagine e non è un male. Sia mai che siano gli spazi vuoti a pretendere qualcosa.
Semplicemente ho poco tempo e, non è un caso, mi ritrovo a constatare anche che ho pochi soldi.
L’asilo nido, il part-time dopo la maternità di Laura, la baby-sitter, gli annessi e i connessi, hanno totalmente estinto i nostri risparmi.
E il lavoro, per ora, c’è fino a Dicembre.
Ciò nonostante non difetto di vivere la quotidianità del mio impegno precario cercando di non dovermi mai vergognare del mio lavoro. Non so che succederà dopo il Concorso, se io e Laura entreremo o saremo disoccupati. Ma ho molto a cuore che gli spazi vuoti, quei brevissimi tempi morti che posso rubare al sonno e agli spostamenti in treno, godano del privilegio di un’infunzionalità preziosa. Quando torno a casa invece sono marito e soprattutto padre: e non è un tempo “occupato”, nel senso della professione, nè un tempo infunzionale, perchè in particolar modo l’esser padre non può in nessun modo esser impegno privo di scelte e responsabilità. Ma è un tempo libero, un tempo sacro: quello a cui devo destinare il meglio del mio cuore e della mia testa. Perché mia figlia ora può imparare a esser amata e a esser compresa e questo la aiuterà a esser forte e a distinguere l’amore dalla merda in futuro. Non potrò insegnarle come vivere, ma potrò però dedicarle il meglio: è così che si fa con le persone a cui si vuole un bene talmente grande da dover immaginare che esista l’anima

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