Della rivoluzione e del tempo

Ok, lasciamo un attimo da parte il resto. Per più di un attimo.
Questi anni mi hanno convinto di una cosa semplice e che nessuno mi convincerà sia reazionaria: la mia rivoluzione, la mia resistenza, il mio cambiamento è nel rimanere in piedi per la mia famiglia. Sopportare, aspettare, ingoiare e se possibile ridere quando capita. Tifare Roma per vincere ogni tanto. Scrivere per dire qualcosa che vorrei dire e come vorrei dirla. Essere dentro le cose anche se le cose non mi sembrano aver valore perchè mia moglie mi ha insegnato che essere dentro le cose che fai ha sempre un valore. E se adesso c’è qualcuno che fa la rivoluzione, resiste, cambia il mondo, dovrà convincermi che ci sono una rivoluzione, una resistenza e un cambiamento più comodi della mia vita, più semplici e forse persino più appaganti. Eppure non credo che possa farlo. Non credo davvero possa riuscirci. Perché se c’è una cosa che reputo incontrovertibile è che la rivoluzione, la resistenza, il cambiamento costano sacrifici, dolore, perdita. Questa è la Storia dell’uomo e il suo pensiero. Non discuto i sacrifici, il dolore e la perdita di chi oggi crede di operare la rivoluzione, la resistenza, il cambiamento di questo Paese: non è un problema di prospettiva, è un problema di tempo. Il tempo ha un peso enorme nel nostro essere al mondo e si può in buona fede sognare di piegarlo, scalfirne la maschera impugnando l’energia e la pulizia della giovinezza. Ma la Storia non cambia mai nel presente e il presente non è mai la Storia. Per cui non mi preoccupa cosa sta accadendo perchè è oggi, mi preoccupa sapere che quel che sta accadendo e accadrà ha radici antiche e che si voglia realizzare una rivoluzione, resistere, cambiare indossando rami, appiccicando foglie su qualche muso, ignorando il tempo.

Il tempo. Per nove mesi ho cantato ogni sera a mia figlia l’inno della Roma. E quando è nata e l’ho avuta in braccio le ho cantato ancora l’inno della Roma, per farmi riconoscere. Poi sono passati sedici mesi, quasi diciassette in cui anche se provavo e riprovavo a cantarle l’inno della Roma per calmarla, per farla dormire, o solo per un po’ di tenerezza, lei sembrava non ricordare. Invece no. Non l’ha dimenticato e sono tre notti che qualsiasi cosa io le canti, e ne ho imparate canzoni in questi mesi, non funziona più. Funziona invece la versione rattoppata di quell’inno sciocco, di cui confondo dopo anni ancora toni e strofe, ma che lei anche in questo disordine assoluto riconosce e la fa stare bene. E mi fa stare bene.

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