Recensione #1: Vorrei fare il postino, di Federico Longo

Nel mio piccolo scrivo. E gira e rigira ho pubblicato un libro,  oramai due anni fa.
Una cosa che ho imparato, tra le tante altre, è che le recensioni  sono preziose e rare.
Recensirò tre libri di tre autori che conosco personalmente e con cui ho fatto, sto facendo o farò un pezzo di strada. Non sono famosi, in diversi gradi hanno però radunato un loro pubblico.
Per ragioni diverse, tempi diversi, prossimità diverse li considero miei amici.
Ho letto i tre libri che hanno scritto e penso che una recensione, una in più, possa valer qualcosa.
Anche se la scrivo io, penso che un pensiero detto, scritto valga in questi casi più del silenzio.
Un’ultima cosa: non sarò particolarmente professionale. In primis perché su ‘ste pagine faccio come mi pare e poi perché in fin dei conti dovendo economizzare energie e tempo preferisco privilegiare l’intenzione di arrivare in fondo senza procrastinare questi commenti in attesa di tempi migliori.

I tre romanzi, ché di romanzi si tratta, sono:
#1 Vorrei fare il postino, di Federico Longo;
#2 L’orizzonte degli eventi, di Cristò Chiapparino;
#3 Domani no, di Cristiano Carriero.


#1. Vorrei fare il postino
di Federico Longo
ISBN 978-88-6770-030-1
2013, 72 pagine
Editore: L’Erudita  (collana L’urgente)

Tra i tre autori Federico è quello che conosco da meno tempo ma è quello che ho letto per primo. Perché: prima di tutto il suo libro non è lunghissimo e nei giorni in cui per varie vicende sono stato costretto a portarmi il portatile in treno, poteva coesistere, discreto, con il resto del peso sulla mia schiena. Ed è stata una fortuna: capita raramente, ma capita, di dover contendere agli altri pendolari uno spazio in piedi, per cui non c’è verso in quei giorni di aprire il macbook e fare quello per cui me l’accollo. E allora sia mai che si rimanga tutti a guardarsi negli occhi in attesa che a Prato o a Sesto qualcuno miseramente strisci altrove liberando un posto da contendere a sangue. Meglio dissimulare e quindi leggere.

C’è da dire che lo spessore del volume non significa una mazza: ricordo per esempio un libricino per l’esame di qualcosa all’università che ricostruiva le origini dei cognomi in Francia a ridosso della Rivoluzione. Ovviamente, io pusillanime, lasciai perdere e passai ad altro.
Nel caso di Vorrei fare il postino non siamo di fronte a un piccolo libro per tutte le occasioni, né abbiamo a che fare con un concentrato impossibile da dirimere senza assumere droghe o avere un filologo accanto.
Il romanzo di Federico Longo richiede attenzione e soprattutto orecchio, perché una delle cose che maggiormente connota la sua narrazione è un’andatura ritmica a cui bisogna affidarsi per comprendere a pieno le variazioni d’animo di un testo che si dispiega in una confessione amara, logica, a tratti grottesca ma sempre oltremodo lucida. Chi si racconta è un uomo che non si sente adeguato, che fatica a darsi un orientamento semplicemente produttivo, che non rinuncia a un suo posto del mondo nonostante faccia poco per definire le sue coordinate in senso relativo (benché ami comunicarle in senso assoluto), un uomo che evidentemente non ama i suoi simili ma che non vi rinuncerebbe perché comunque ha bisogno di avere qualcuno a cui riferire le sue considerazioni potenzialmente infinite.
Vorrei fare il postino mi ha evocato, senza peccare in originalità, alcuni monologhi di Ascanio Celestini, quell’Ascanio capace di dare forza musicale enorme a una parola intrisa di laica, asciutta poesia (quello del teatro, non quello televisivo, cinematografico o ancor meno il musicista); e forse anche alcuni passi di Palahniuk, ma solo nello spirito di alcuni personaggi, perché non riconosco all’autore di una monnezza come Survivor lo stesso rispetto, la stessa cura del lettore che Federico dimostra, cercando equilibrio e strutturando il suo lavoro con rimandi interni e una dinamica sorprendente.
La trama? No, quella no. Ve la cercate.
Per me Vorrei fare il postino è un libro buono, come quel vino che può esser buono senza che qualcuno ti debba spiegare perché berlo e come berlo: l’autore con garbo ti porge una prospettiva pruriginosa, difficile da gestire e non conclusa sulle cose, su tutte le cose di cui scrive e non scrive. Leggerlo, ascoltarlo in treno per andare dove dovevo andare, mi ha fatto venir voglia a tratti di pigliare a pugni il protagonista per farlo stare un attimo zitto. Che poi ti viene il sospetto di esser come lui e non è una sensazione semplice da lasciarsi alle spalle.
Bravo Federico.

Nei prossimi giorni le recensioni degli altri due romanzi.
Federico Longo presenta Vorrei fare il postino a Firenze l’11 Maggio, ore 18:30, presso La Cité.

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3 thoughts on “Recensione #1: Vorrei fare il postino, di Federico Longo

  1. Recensione #2: L’orizzonte degli eventi, di Cristò – L'ulteriore prospettiva

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  3. Co.co.co. linguistiche (e narrative) #1 – L'ulteriore prospettiva

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