Recensione #2: L’orizzonte degli eventi, di Cristò

#2. L’orizzonte degli eventi
di Cristò Chiapparino
ISBN: 978-88-89651-89-6
2012, 88 pag.
Editore: Il Grillo

Dopo l’invettiva contro Jane Campion torno alle tre recensioni promesse qualche giorno fa.
Come anticipato nell’introduzione a questo piccolo ciclo di commenti da lettore, conosco personalmente gli autori di questi romanzi e sono autori che non possono contare su una ribalta nazionale e una spinta costante sul mercato, se non confidando nella loro iniziativa e nel buon lavoro degli editori che li han pubblicati.
Conosco Cristò dai tempi degli studi universitari: gli riconosco che negli anni, ormai tanti, trascorsi, non ha mai smesso di insistere nel tentativo di dire qualcosa attraverso la sua scrittura, attraverso la su musica e, conoscendo Bari, attraverso una presenza attiva nella dialettica culturale cittadina. Non sono mai stato, neanche nei momenti di maggior immersione sociale, molto a mio agio con questa dialettica e quando non sono a mio agio credo di essere anche abbastanza fastidioso come interlocutore. Ho però sempre ricordo di una porta aperta e quando mi ha parlato de L’orizzonte degli eventi eravamo alla presentazione del mio romanzo, trascorso nell’indifferenza della mia città d’origine, ma non sfuggito alla curiosità di questo compagno di strada.
Per cui, intanto, grazie. E mi scuso per il ritardo di questa mia.
Detto questo procedo con questa recensione che, come la precedente, sarà informale e limitata allo spirito di questo mio spazio assolutamente autogestito.

Ho letto il romanzo di Cristò nella sua edizione digitale. Sul telefono.
Cazzo. Ma come? Si può? E l’odore della carta, la copertina, la fascetta ecc.?
Sono sicuro che l’ironia dell’assenza di tutto questo sia coerente con quanto ho letto.

Il lavoro di Cristò affronta un dilemma che a mio parere domina su tutto il resto del suo più complesso tentativo: ma che cazzo si diranno mai la figlia e l’agente di uno scrittore mezzo rincoglionito in cucina mentre quello sta leggendo e rileggendo il suo libro di maggior successo?
No, non è irriverente. Non credo. Però va spiegata questa piega del mio discorso. Io ho letto molte delle meritate ottime critiche rivolte a questo romanzo,
spesso utilmente indirizzate a sottolinearne la natura metatestuale, le parentele nobili, l’essenziale contemporaneità. E dico meritate perché tutto quel che di intrinsecamente letterario è stato sottolineato effettivamente è presente e coltivato con autentica passione.
Ma a me del post-moderno, non me ne abbia a male Cristò, non me ne frega nulla. Anzi. Ne sto abbastanza alla larga, nonostante qualche concessione ad alcune interpretazioni di confine (Lethem, Takahashi Gen’ichiro). E non è, credo, un gran problema: semplicemente penso che uno possa, nel tanto di buono che c’è, scegliersi un percorso o privilegiare una prospettiva sulle cose. Dunque, per farla breve, tutta la questione del libro nel libro, tutta la riflessione dell’autore sull’autore senza autore, i diversi piani di lettura… Stop. La lascio a chi l’ha trattata meglio di quel che potrei fare io.
Quello che invece mi preme dire del lavoro di Cristò è che i suoi personaggi, in particolare figlia e agente, sono maledettamente belli. Nel modo in cui si parlano e si muovono per il modo in cui descrive come parlano e si muovono. In questo senso la letterarietà estrinseca del romanzo esalta il mio palato: perché non è un problema di stile o la conseguenza di una sperimentazione. Ma il frutto di un’osservazione acuta degli animi e dei corpi, quando semplicemente interloquiscono, si scambiano battute “medie” o cenni di tenerezza. E la prosa asseconda, accompagna e dosa e sostiene.
Cristò non è autore da grandi discorsi, no, ovviamente, anche in virtù della prospettiva sulle cose che ha scelto e posso apprezzare. Ma al di là di quella prospettiva, dell’estetica che anima il suo percorso e questo capitolo in particolare, al di là persino dell’idea portante del romanzo (e del romanzo nel romanzo – anche lì si muove con la stessa cura, pur assecondando forse giustamente l’artificio con minor levità), mi sembra che io, in quanto lettore, abbia potuto godere soprattutto di una preziosa confidenza: certe case non sono mai aperte e certi discorsi son destinati a restare privati (di pubblico) se qualcuno non li interpreta con quella che definirei una meravigliosa decenza (per non abusare del termine armonia, che però renderebbe la virtù anche formale di quanto scritto).
Un’ultima suggestione. Potrebbe farne un film Pupi Avati, capovolgendo quelli che ritengo essere i migliori pregi del romanzo: dirigerebbe magistralmente quanto ha scritto Giovanni Bartolomeo, si perderebbe di certo nel narrato di Cristò. Questa meravigliosa decenza ritengo non sia ancora patrimonio del nostro più diffuso discorso culturale, tanto meno presenza riconoscibile nel nostro cinema.
Bravo Cristò.

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