Co.co.co. linguistiche (e narrative) #1

ossia
Co
ntaminazioni, compressioni, congestioni
linguistiche (e narrative) #1

Con Federico Longo, già autore di Vorrei fare il postino, esordisce questo nuovo tentativo di aggiornamento rituale. Le domande che hanno animato un incontro interessante in occasione del Festival della Letteratura saranno proposte agli autori insieme al documento di contesto scaricabile qui.
Se hai un romanzo da presentare e vuoi farlo rispondendo a queste domande proponi la tua partecipazione scrivendomi su antonio.sofia@gmail.com.

Ecco l’intervista con Federico Longo.

Per chi, a chi scrivi?

Per l’interlocutore  o gli interlocutori sconosciuti  che ho accanto quando scrivo, in questo modo mi sembra che l’attività di scrivere, in sé solitaria, sia uno scambio.
Per me è come una conversazione che però viene posticipata nel tempo, sono da solo davanti alla pagina bianca ma il tentativo è di raccontare come se ci fosse qualcuno ad ascoltare e a intervenire nel flusso della narrazione, nella ricostruzione dei fatti, nei dialoghi. Quando chiacchieriamo non sappiamo dove ci porterà la discussione, oppure se  lo sappiamo ci annoiamo a morte, così nella scrittura non mi piace l’idea che ci sia una meta in vista.

Le storie sono tutte buone?

Come dice Celati gran parte delle cose che ho occasione di leggere sono costruite per essere delle storie, perché il lettore vuole storie, perché i mass media cercano le storie da raccontare, perché quello che contano sono i fatti, meglio se penosi e meglio se raccontati in una non lingua, cioè qualcosa di asettico, neutro, astorico, che può andar bene per tutti, a tutte le latitudini, in tutti i momenti storici. Non credo quindi sia importante avere delle buone o cattive storie, quanto l’originalità e autenticità di un costrutto narrativo. L’oggetto letterario mi piace quando non svela tutto, quando le contraddizioni emergono tra le righe, quando non è un prodotto perfetto con una storia perfetta (per il lettore).

Ma tu che vuoi dai lettori?

Presuppongo l’assenza del lettore. Non ho molto da dire a qualcuno che si avvicina a un mio scritto, glielo posso porgere  ma è il lettore che deve cercare un rapporto con la scrittura e tale rapporto può rimanere privato, così il testo vive in quanto tale senza la mediazione dell’autore che non appena apre bocca lo trasforma, lo interpreta, lo rende qualcosa  di diverso da ciò che era in principio.
Non credo si debba necessariamente chiedere qualcosa  agli ipotetici lettori, non si deve necessariamente voler qualcosa da loro. Non riesco a immaginarmi il lettore, così come il senso comune lo categorizza, per cui alla fine forse non c’è davvero, quasi fosse una figura creata ad hoc per dare una risposta agli autori, agli editori, a chi gravita nel mondo della cosiddetta letteratura.

A te non basta la pagina?

A me la pagina basta eccome, anzi talvolta mi sembra anche troppo. Mi piace però l’idea che la pagina si trasformi e prenda nuova vita. Con questo intendo che la pagina scritta rischia l’immobilità e l’oblio proprio per l’assenza del lettore di cui parlavo prima. Questo non sarebbe un grande dramma e spesso infatti le pagine scritte finiscono in qualche cartella del mio pc senza che niente o nessuno faccia qualcosa per riportarle fuori. Altre volte invece, e mi sta capitando in occasione del libro da poco uscito, le pagine, attraverso lo sguardo di altri, prendono una forma nuova, vengono lette, recitate, interpretate. Il senso di tutto questo sta nel ritrovare quegli sconosciuti a cui mi rivolgo quando scrivo che si materializzano e, anche se naturalmente non sono gli stessi,  danno la loro versione della pagina, rendendola  a volte comica altre triste, incazzata o serena. Io non sono capace di fare questa operazione così complicata per cui mi fermo alla fine della pagina e lascio agli altri questo compito.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

A niente. A che serve andare a lavorare? Io ti direi a pagare l’affitto o l’assicurazione della macchina. Qualcun altro potrebbe dirti che serve a fare ingrassare il padrone, qualcun altro che serve a migliorare la situazione del paese o del mondo in cui viviamo. Non serve, esiste questo fenomeno e con questo ci dobbiamo o possiamo confrontare. Un insegnante di lettere di potrebbe dire che serve a un sacco di cose ma non credo riuscirebbe a convincermi perché potrei raggiungere le stesse cose  con altri mezzi, al di là della scrittura o, soprattutto, della lettura.

Le parole come si scelgono?

L’operazione che tento di fare è quella di riprodurre il più possibile il parlato, mi pare che la narrazione diventi più vera, più fluida, che crei una situazione riconoscibile anche se poi le pieghe della storia, che a volte c’è altre volte no, possono portare al surreale o al ridicolo. Questo in realtà porta il testo ad essere ancora più vicino a ciò che quotidianamente affrontiamo, l’assurdo e il grottesco caratterizzano in maniera decisiva il tempo che viviamo, anche se mi sembra che di questo non vi sia grande consapevolezza.

E le facce?

Le facce sono quelle di chi parla. Non ho mai riflettuto sul rapporto tra l’uso delle parole e la faccia che le accompagna. Lo scritto non svela il tono della voce che secondo me è fondamentale per immaginare un viso,  ma solo lo stato d’animo dei personaggi. Potrebbe essere una cosa interessante far disegnare i personaggi da qualche lettore, anche quando non ci sono descrizioni fisiche particolareggiate, è probabile che ci sia una corrispondenza tra le idee dell’autore e quelle del lettore. In realtà, per il mio modo di scrivere, non considero di grande importanza i volti. Quando qualcuno racconta qualcosa al bar non si sofferma molto sull’aspetto fisico o sull’espressione dei personaggi protagonisti delle vicende, sono altri gli aspetti che emergono. La faccia viene usata per caratterizzare per dare un’idea, che ne so, aveva una faccia di merda per esempio ci rimanda a un’immagine che però è soggettiva, la associamo a qualche faccia di merda che abbiamo conosciuto.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Sono abituato ad aspettare sempre qualcosa e raramente mi viene da piangere. Aspetto il treno, il bus, aspetto che inizi un film al cinema. Questa cosa di aspettare la ritrovo in tutte le cose che faccio quotidianamente e penso che il tempo nell’attesa abbia una valenza importante. Importante nella misura in cui è tempo dedicato a qualcosa di preciso che dovrà avvenire, anche se non è sempre detto che qualcosa succeda. Non direi mai, Ho aspettato per niente. In quel niente ci trovo molto: pensieri, persone, sigarette, letture, telefonate con amici, chiacchierate con sconosciuti.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Questo del parlare dei libri che scrivo è un bel problema. Di certo ne scriverò ma non è detto che ne parlerò anche perché alla fine quelli che presentano i libri non parlano dei libri, parlano di tutto, dalla moda  alla situazione dei gamberi dell’oceano atlantico, da dove vanno in vacanza all’ultimo film visto in televisione. Non c’è cosa più difficile che parlare di un proprio testo, soprattutto quando quel testo che vai a presentare non l’ha letto nessuno, non la capisco tanto sta cosa del parlare dei propri libri come se fossero un paio di scarpe, perché questa è la sensazione che ho. Ecco, se dovessi parlare delle mie scarpe credo che avrei molte più cose da dire e avrei delle buone argomentazioni.

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