Co.co.co. linguistiche (e narrative) #2

Rieccoci dopo la pausa estiva per il secondo atto di questa piccola rubrica.
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Laura Costantini e Loredana Falcone.
Si presentano così:

Siamo nate a Roma quando il mondo tirava un sospiro di sollievo dopo la fifa blu per la crisi dei missili a Cuba, ignaro che stava per assistere alla fine di due grandi uomini: J.F. Kennedy e papa Giovanni XXIII. Siamo cresciute tra sbarchi sulla Luna, contestazioni studentesche e anni di piombo. Sarà per questo che amiamo tanto la storia? Abbiamo cominciato a scrivere sui banchi di scuola, facendo credere ai prof che stavamo prendendo appunti. Ci siamo laureate insieme. Ci siamo supportate a vicenda nei passi fondamentali della vita, ma soprattutto è insieme che portiamo avanti la nostra passione: scrivere, scrivere, scrivere.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il loro lavoro:
Il destino attende a Canyon Apache, per Las Vegas Edizioni
Carne innocente, per Historica.
Inoltre potete leggere Laura Costantini anche su ScrivendoVolo, nella rubrica Scrivere Donna.

Ecco le loro risposte di  Laura Costantini e Loredana Falcone.

Per chi, a chi scrivi?

Laura: Per le storie. Per i personaggi che incontro negli sguardi e nei gesti della gente. Li sento sussurrare, chiedermi di dar loro un senso. Perché in fondo scrivere è ricreare la vita dandole una scaletta.
Lory: Per me. Scrivere è l’unico modo che conosco per prendermi una pausa dalla mia vita. Ma mi piace pensare di scrivere anche per tutti coloro che vogliono ascoltare una storia.

Le storie sono tutte buone?

Laura: Sì. Anche perché a ben guardare, da che esiste il genere umano, le storie son sempre le stesse. La differenza è chi le racconta. E non mi pare differenza da poco.
Lory: Domanda a trabocchetto. se rispondo di no posso essere tacciata di falsa modestia, se dico si… però dico si. Credo che fino ad oggi non ci sia capitato, a me e alla mia socia, di scrivere una “cagata”, si può dire?

Ma tu che vuoi dai lettori?

Laura: Che riconoscano, in ciò che scrivo, se stessi. Che si fermino su una frase e pensino “è vero, è successo anche a me di sentirmi così”. E pare che succeda abbastanza spesso.
Lory: Che mi leggano, è ovvio. Le nostre sono storie di fantasia ma anche quando non si legano al passato, come nei nostri romanzi storici, la realtà è sempre presente, trasuda dai personaggi, dalle ambientazioni, dai dialoghi. Nonostante questo io vorrei, voglio, che il lettore riesca a sognare insieme a me.

A te non basta la pagina?

Laura: La pagina è una porta che consente di passare oltre. Mi è necessaria per trovare tutto quello che c’è al di là.
Lory: Credo proprio di no, ho bisogno di ampio respiro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Laura: A scoprire che posso sorprendere e sorprendermi delle mille voci che mi si agitano dentro. E che non mi appartengono mai del tutto.
Loredana: Non so se serva a qualcosa, sicuramente serve a qualcuno, a me e a Laura. Per esprimere quella parte di noi che siamo costrette a tenere nascosta. Perché nella società in cui viviamo certi pensieri, certi sentimenti non sono apprezzati.

Le parole come si scelgono?

Laura: Sono le parole che scelgono me e non viceversa.
Loredana: Questa è una domanda a cui mi è difficile rispondere. Io credo che le parole non debbano essere scelte, credo che esse nascano insieme alle idee.

E le facce?

Laura: Le facce non si scelgono e non ci appartengono. Ognuno dei nostri personaggi ha un volto diverso per ogni singolo lettore. È l’inarrivabile potenza della parola scritta.
Loredana: Le facce nascono nel sogno, vengono plasmate della fantasia per poi trasformarsi nella mente di ognuno in ciò che deve essere.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Laura: Persevero. Li prenderò per sfinimento.
Loredana: Me ne sbatto?

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Laura: Finché avrò un filo di fiato.
Loredana: Spesso io e Laura veniamo accusate di essere troppo produttive. La critica è implicita. Lo scrittore serio è quello che soffre, che si strugge, che scrive pagine su pagine, le straccia, le riscrive, le medita, poi le rintraccia e nel frattempo si consuma nei dubbi, nelle angosce, nei “se” è nei “ma” per finire in un suicidio di “forse”. Noi no. È la pura verità. Non voglio dire che è sempre buona la prima, ma non abbiamo mai stracciato niente e la riprova è che tanti dei nostri romanzi sono il riadattamento, se mi è concesso il termine, di storie scritte molti anni fa. Comunque, per rispondere alla domanda, scriveremo un altro libro, e poi un altro ancora e ancora, perché ci piace, perché ci gratifica e anche per dar da parlare a quanti vorrebbero che smettessimo!

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