Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

Terzo appuntamento con le contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche (e narrative).
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Marco Proietti Mancini.

Si presenta così:
Nato con la vocazione innata a non fare nulla si ritrova sempre più anziano e sempre più con mille cose da fare, segno evidente che l’innalzamento dell’età pensionabile per lui ha senso. Ipertrofico produttore di parole – ovvero “scrittorroico” – ride di sé stesso sempre più di quanto non riescano a riderne gli altri, anche per togliere loro la soddisfazione di essere i primi. Romano tanto romano da permettersi di amare il mare senza sentirsi in colpa neanche un po’ ha accumulato in oltre mezzo secolo di vita tanti di quei ricordi da minacciare la pubblicazione di almeno una sessantina di altri romanzi. Altro? Non chiamatelo scrittore, autore, poeta o artista, altrimenti le risate su sé stesso potrebbero soffocarlo, lui si definisce scrittente e possibilmente vivente, almeno per un altro mezzo secolo.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il suo lavoro:
Roma per sempre” per Edizioni della Sera
Gli anni belli” per Edizioni della Sera
Dal prossimo 3 ottobre, Da parte di Padre in ebook, per Edizioni della Sera.
Inoltre potete trovare suoi racconti in parecchie raccolte, tra cui l’antologia “Nessuna più” pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno del “Telefono Rosa” e  “Cronache dalla fine del mondo” per Historica Edizioni.

Ecco le  risposte di Marco Proietti Mancini.

Per chi, a chi scrivi?

Per nessuno; ovvero scrivo per rispondere a una esigenza, a un istinto, non cerco nessun alibi alla mia scrittura. Scrivo per rispondere a una voce che mi detta dal dentro le parole (a dire il vero è una voce che deve appartenere a un ignorante, perché spesso mi detta degli sfondoni grammaticali vergognosi!). Quindi, dovendo essere sintetico, scrivo per obbedire a una personalità multipla e scrivo a me stesso. Poi rileggo e allora quello che ho scritto vorrei che fosse per tutti, senza distinzioni e categorie. Come le mie storie, che non appartengono a nessun “genere narrativo”.

Le storie sono tutte buone?

Sono le vite, che sono tutte buone. Se uno scrive di vite, di vite vere – o verosimili – le storie sono tutte buone. Anche se uno queste vite se le inventa, le crea. Poco fa ho scritto della poesia del panino con la mortadella, una persona mi ha risposto “mi hai fatto venire fame”, tipico esempio di una storia tanto minima da sembrare non esistere, che diventa vita. Vita vera e buona.

Ma tu che vuoi dai lettori?

Io? Io non volevo, ovvero non sapevo neanche di volere dei lettori. Scrivevo tanto di nascosto da essere l’unico lettore di me stesso. Poi ho scritto una cosa per un amico e lui ha seminato le mie parole e mi ha regalato dei “lettori”, persone che si sono prese le mie parole e me ne hanno restituite in cambio mille di più, da riscrivere ancora e poi via così. Ecco, se devo chiedere qualcosa ai miei lettori è di ridarmi indietro parole in cambio delle mie. Poi basta sostituire il termine “parole” con il termine “emozioni” e il gioco è fatto.

A te non basta la pagina?

Temo che a me non basti una vita – come da mia precedente risposta sulle vite che invento, pur di averne mille altre per le mie personalità multiple – figurarsi se può bastarmi una pagina. Vivo e scrivo, contemporaneamente, su piani paralleli che, per dirla alla Andreotti, a volte convergono e si contaminano tra loro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Fino a qualche tempo fa avrei risposto che scrivo solo per emozionarmi e per emozionare. Adesso mi sono anche dato un obiettivo più lucido, più professionale,; scrivo per raccontare la storia minima delle persone e delle società, scrivo per lasciare traccia di quegli episodi e abitudini, tradizioni che gli storici veri, i saggisti, tralasciano perché sono considerati ininfluenti nel grande disegno della Storia delle nazioni e dei popoli ( la “S” maiuscola non è casuale). Se non scrivessi io – e i malati come me – dei sandalini blu con gli occhielli, che usavamo noi bambini degli anni ’60, se non scrivessi io delle caramelle da 5 lire e degli scarpini “Valsport”, i giochi di strada e tutto quello che ci riempiva le giornate, quale sarebbe il ricordo di questi oggetti? Il ricordo di questi oggetti è importante, perché sono i dettagli che danno senso all’affresco, che fanno capire com’era e cos’era la vita vera.

Le parole come si scelgono?

Correggendo quelle sbagliate, rileggendo – con umiltà e fatica – dieci volte quel che si è scritto di getto. Ma questo è valido per me, forse per qualcuno non funziona così. Scrivo di pancia e poi lavoro per sottrazione; tra la prima stesura e la pubblicazione le mie storie dimagriscono almeno del 30%.

E le facce?

Fotografando tutte le facce che incontro, ogni giorno, ogni minuto, ovunque mi trovi. Fotografandole con gli occhi e poi richiamandole quando invento un personaggio che mi riporta quella faccia in mente. Spero tanto, ogni volta, che qualche cattivo che racconto si riconosca nella brutta faccia che gli ho dato nei miei romanzi, ma non succede mai. Nella vita “vera” tutti si sentono belli e buoni.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Piangere? Per cosa? Scrivo da quando ho sei anni, da qualche parte ho ancora nascosto ilmioprimomanoscritto scritto a quindici anni in triplice copia carta carbone sull’Olivetti “Lettera 22”; nonostante questo per mangiare il famoso pane e mortadella di cui sopra devo lavorare ogni giorno almeno otto ore in una multinazionale, facendo cose e vedendo gente che non c’entra nulla con lo scrivere. Se dovessi piangere per qualcosa dovrei farlo ora, che sono pagato per fare un lavoro che mi piace meno di quello che mi piace fare, ma per il quale non vengo pagato. Sono già rassegnato, quindi non aspetterei, né piangerei. Sopravviverei.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

La domanda che faccio a me stesso è: “pubblicherò un altro libro, eccetera?”. Che io scriva e scriverò, su questo non ho dubbi, anche perché sono già in valutazione un romanzo e un romanzo breve (chiamasi anche racconto lungo). Alla domanda “Pubblicherò” la risposta è “penso proprio di sì”.

 

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One thought on “Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

  1. Roma per sempre | Edizioni della Sera

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