Dead line

Ho scoperto di poter migliorare il nuovo romanzo grazie alla collaborazione con uno scrittore che non ho mai incontrato di persona, ma che generosamente mi ha messo a disposizione il suo tempo e la sua competenza. L’ho inviato nuovamente, con un po’ di imbarazzo, a quasi tutti gli editori che avevo contattato: perché è vero che editor, redattori, esperti sanno andar oltre una ripetizione o qualche avverbio di troppo, è vero che credo nella storia che ho scritto, ma è anche vero che ora il libro è migliore e non ho la presunzione di pensare che potesse fare a meno di un’ultima revisione.
Sono un po’ pessimista sulla possibilità di trovare un editore. No, non credo di essere troppo bravo, ah, pia illusione sarebbe utile a tirarmi un po’ su l’autostima. Semplicemente son passato dal rischio di esser troppo letterario al sentirmi dire “Ti pubblicheranno solo se penseranno che sei il Palahniuk italiano”. Ecco, a me Palahniuk manco piace. Se devo palesare i riferimenti di questo lavoro, allora non posso non citare Lansdale, Lethem e Lindqvist dal punto di vista di scelte strutturali e diegetiche.
E poi nello scrivere le sinossi faccio proprio schifo. Senza contare che i miei personaggi non cavano nulla da questa storia, non hanno malattie gravi, non so dire se si innamorano come ci si innamora generalmente, e dicono pure tante parolacce. L’incipit poi. Un attacco mortale: letteralmente sul gabinetto.
Va bene, non è che me l’ha prescritto il medico o avessi una pistola in bocca mentre lo scrivevo così e non altrimenti.
Fatto sta però che, dopo “Il mare di spalle”, volevo scrivere qualcosa che realizzasse con minor filtro la mia prospettiva sulle cose. Cosa dovrebbe fare uno scrittore se non questo? Certamente non tutte le prospettive sono interessanti, per cui zitto e mosca se non ti si inculerà nessuno. Tuttavia sono io che scrivo e allora se non provo a mostrare il mondo come vedo, a reinterpretarlo nelle voci che voglio lo dicano, se non mi metto al lavoro per dare a chi avrà la bontà di leggermi una cazzo di impressione sulla contemporaneità, che scrivo a fare? Occhio. Nessun rifiuto all’intrattenimento e nessun passo indietro rispetto al piacere di leggere. Sono convintissimo di dover ambire a una narrazione onesta ma anche rispettosa, perché non sta scritto da nessuna parte che chi mi legge debba odiare il giorno in cui sono nato, o rimpiangere il momento in cui s’è avvicinato al mio libro. Credo invece che sia persino divertente in certe parti, questo romanzo. Ma potrebbe non bastare e se non basterà, oh, ne scriverò un altro. Una cosa è certa: senza lettori ‘sta roba non ha ragion d’essere. E una presunzione minima di aver scritto qualcosa che invece potrebbe suscitare un ragionamento, un movimento, un cazzo di pensiero da condividere ce l’ho.
Boh. Si vedrà.
Fatto sta che nelle prossime settimane devo sostenere uno scritto su ben altre questioni, per poter continuare ad aver uno stipendio, per poter pagare l’affitto, per poter dare a mia figlia quello di cui ha bisogno. Le due cose si sono sovrapposte, la scrittura e il lavoro, in questi mesi in cui sarà più chiaro quanto io sia una maledetta sega o no.
Tendo a non amare i colpi di scena, o quanto meno diffido di quelli che prevedo e auspico. In questo momento sono in difficoltà ma devo restare calmo, che il peggio potrebbe ancora esser là da venire.

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