Racconti #0: I don’t like mondays

Sto pensando di mettere insieme alcuni vecchi racconti e di scriverne di nuovi, mettendo per un po’ da parte la scrittura in lungometraggio. 
Non ho ben chiaro strutturare la cosa, ci sto pensando. Intanto pubblico uno scritto di alcuni mesi fa, ancora inedito, su queste pagine.
Mi farebbe molto piacere leggere i commenti di chi passa. Grazie per la lettura.

I don’t like mondays

Tu non hai mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Siamo stati tu e io. E non ero io a risolvere i problemi.
Mia madre ti ha chiesto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada c’eravamo io, te e i resti dell’inferno che era passato: “Devi tenerla lontana dal sole, lei è bionda, com’ero io”.
Lei che i capelli li aveva persi tutti da ragazza, una strega per le bambine più piccole, non una parola gentile per chi pure l’avesse voluta ascoltare.

E siamo stati attenti. Abbiamo preferito gli inverni per passeggiare, abbiamo scelto la pioggia per correre, la notte per nuotare.
Ho imparato le cose dell’amore. Per te. L’ombra mi ha concesso di ascoltarti chiamare il mio nome e stavo bene quando restavi in silenzio e non mi guardavi.
Mi hai detto ogni giorno: “Va tutto bene”. E ogni giorno tornavi e ti pulivo le unghie, che odiavi averle nere e non mi toccavi.

Io ti rispondevo. Ogni giorno. Ma quando eri già abbastanza lontano da non sentire, dopo aver chiuso la porta, lasciando fuori l’inferno che era passato. Ti rispondevo senza parole, come una bestia che ha scoperto il modo perfetto per rendere la pace, e tornavo a letto per non dormire mai davanti a te.
Siamo sempre stati tu e io e non mi chiedevi mai aiuto, né ti lamentavi.

Io non ho mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Mio padre ti ha detto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada l’inferno era a pezzi e ci camminavamo sopra, senza scarpe: “Non ce la farai, fallirai come io ho fallito”. Eppure non l’hai ascoltato, lui che non aveva mai imparato a scrivere, né a contare, portava a casa libri e quaderni di bambini. Mentre tu porti il gesso del cantiere e la polvere e i graffi e il rumore.

Ti ho detto, era un mattino di fine marzo: “Sono incinta”. E da quella primavera, sei tornato sempre un minuto prima e un minuto prima ancora. La pelle delle tue mani si è addolcita. Ti portavi un cambio e sembravi un figurino, nonostante tutto non hai mai avuto delle grosse spalle. Per nove mesi. Un minuto e un minuto prima ancora.
E siamo stati felici quando è nata Nina, nata piccola, bionda come me e le foglie d’autunno. L’hai tenuta in braccio, le hai cantato qualcosa ma non ho capito; mentre sanguinavo, vi vedevo e vi amavo. Ci amavamo.

Siamo stati madre e padre per tutto un inverno.
Nina dipendeva da me in tutto, ma io non ho mai pensato di poter restare sola. Se avessi risposto al telefono la prima volta avrebbero usato certamente altre parole. Ma dormivamo. Se avessi risposto al telefono la seconda volta avrebbero usato certamente un altro tono. Ma facevamo il bagno. Ho risposto al telefono la terza volta, quando tu eri già morto. E ho avuto troppa paura.
Ho avuto paura di restare sola, di non farcela. Ho avuto paura e io non avevo mai avuto paura.
Una mia decisione.
Sono uscita per strada di corsa con Nina tra le braccia. C’era il sole, lo sapevo, l’ho sempre sentito il sole là fuori, oltre le tende, oltre le pareti, il sole e l’inferno.
Ho aspettato il fuoco, Nina non ha pianto.

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