Racconti #2: Ho visto una balena in cielo

Sono stato dal dottore. Le recidive sono domande, domande mal poste. Quelle della commissione di un concorso che, lo sai, sarà vinto da altri. Eppure lo provi che non si sa mai risulti idoneo, ti metti almeno in graduatoria, metti che muoia il primo e poi il secondo e quello dopo ancora fino a te, a quel punto il primo dei sopravvissuti. Io ci ho pensato, dal dottore. Perché io un concorso l’ho fatto. Sono precario da dieci anni nell’amministrazione di un ente che per ovvi motivi non nomino e ho fatto un concorso per il posto in cui lavoro. Siamo cinque. I posti sono tre e io non sono uno di quelli che vincerà, lo so già, ma non perché il curriculum non basti e forse neanche per il cognome dei miei colleghi (qualche cognome, sì peserà, forse anche qualche amicizia, ma non per la totalità dei posti, ne sono certo). Semplicemente io non vinco mai. Al massimo risulto idoneo. Per questo sono stato dal dottore e per questo vorrei ammazzare tutti quelli che hanno fatto domanda. Almeno una volta, prima di morire, vorrei vincere io.

Le recidive sono domande mal poste: tendono a non consentire le risposte attese, a prescindere. Nel mio caso il dottore mi ha chiesto se volessi un taxi per rientrare a casa, mi vedeva turbato. E io gli ho potuto solo rispondere che sarei andato a casa a piedi maledicendomi, perché mai come oggi vorrei scoparmi una puttana e a piedi, no, non ho trovato mai il coraggio di rimorchiarne una, figuriamoci in taxi. Avrei dovuto scegliere una risposta più concisa: “No, guardi, sto bene”, oppure “Sì, per favore, grazie”, o ancora “Lei è prezioso, ma non credo di potermi permettere un taxi”. Sarebbero quattro omicidi in tre mesi. Per non essere interrotto, dovrò concentrarli in un mese al massimo.

Con il cucchiaino raccolgo l’enorme quantità di zucchero che è rimasta sul fondo della tazzina. Lo porto alla bocca, lo facevo con le tazzine di mio padre da bambino. Mi piaceva e mi piace lo zucchero: tendo ad apprezzare questa mia continuità, come se le prime impressioni nel mio caso abbiano quasi la certezza di esaurire ogni mia valutazione. Vale anche per le donne. Per esempio la barista di questo vecchio locale appena rimodernato è una gran figa e, da quando hanno riaperto e l’ho vista esordire al banco, ho capito due cose: primo, non sa servire il caffè, usa tazzine troppo fredde o qualche altro cazzo, ma sempre sbaglia qualcosa; secondo, ha un debole per me, inferiore solo a quanto vorrei sbatterla  contro il muro senza neanche chiederle il nome. Calma. Non sono quel tipo di persona che queste cose le fa. O che le farebbe dopo aver saputo di dover morire in tempi brevi. No, lo dicevo solo per spiegare come quel primo attimo in cui l’ho vista, precisamente di spalle, ha definito la totalità della nostra relazione. Che lei lo sappia o meno, nel giorno in cui un’ombra enorme ha macchiato le mie lastre, non è importante. Mi sorride con gli occhi gassati e le labbra macchiate. Ricambio, un cenno lungo, no, corto. Corretto, in corsa.

Quattro omicidi in un mese, uno a settimana. Quando poi in realtà basterebbe far fuori la metà dei miei antagonisti: se ne uccidessi due, i posti a quel punto sarebbero sufficienti per tutti. Però si porrebbero ancora due problemi: primo, non saprei con quale criterio scegliere chi uccidere; secondo, non mi interessa il piazzamento, voglio trionfare. Amo elencare le cose, questo è sicuro. Primo. Secondo. Ma non mi fermo solo a due punti, quasi mai. Lo faccio, mi fermo a due rinunciando magari a qualche sfumatura, quando non ho molta confidenza e ho paura di annoiare. Oppure se effettivamente le alternative, o meglio, gli elementi della successione sono proprio due. Ma è raro, quasi impossibile che io non riesca a trovare un terzo elemento, o un quarto. Posso addirittura ipotizzare di poter prolungare a mio piacimento qualsiasi elenco. I peggiori elenchi però sono di due tipi: primo, quelli modello Olimpiadi, da tre elementi e basta; secondo, quelli pitagorici, le progressioni fino a dieci. In tutti e due i casi si dà la sensazione di aver chiuso un discorso o, peggio, le argomentazioni possibili. Un’integrazione sarebbe disastrosa: qualcuno potrebbe alzare la mano e dire: “Ehi, ma io ho un quarto punto!”, oppure “Guardi che c’è un’eventualità che non ha considerato, un’undicesima eventualità!”. Figuraccia meschina che non auguro a nessuno. Quattro e undici sono due numeri utili per il poker e per il calcio; e basta. Ma se dovessi esser messo alle strette preferirei sempre evitare elenchi da tre e dieci elementi, a costo di barare, aggiungendo un paio di ridondanze. O potrei scegliere la reticenza, ma elencare in difetto è pericoloso per altro verso. Mai permettere a qualcuno di completare il tuo elenco con un ultimo tassello. E quando arrivi a due, o a nove, la tentazione c’è per tutti. Anche per i santi, sappilo. Ok, il discorso s’è fatto troppo tecnico. Problema mio.

Quanto ho confidato rispetto alla barista potrebbe però compromettere l’interpretazione della mia situazione. Non sono solo, nel senso che ho una compagna. E posso umilmente ammettere di non aver mai avuto problemi ad averne una. Se penso certe cose su altre donne non vuol dire che metta le corna a quella con cui sto, non potrei mai. I sensi di colpa sono fiele e per questo io non tradisco mai, neanche per un pompino. O per un bacio. Qualsiasi cosa che insinui i sensi di colpa va prevenuta se si ha interesse a tenere un rapporto in piedi. Per esempio adesso dovrei accompagnare Viola in una passeggiata. E darle l’esito degli esami. Non stiamo insieme da molto, non sa dell’intervento, né delle recidive, pensa di avere tra le mani un degno esemplare di essere umano, più o meno desiderabile, funzionante fino a prova contraria. Perché non glielo dico? Ci starei troppo di merda. Le rovinerei i prossimi mesi e forse persino quelli dopo. Se fosse lei a dover morire non credo che potrei perdonarle di avermi dato un preavviso così ampio.

Eppure in fondo dubito. E mi solletica la tentazione di parlare. ‘Fanculo, mi va di dirglielo e basta, di vedere la sua faccia. “E così mentre mi scopavi un gruppo di cellule si ribellava alle mie decisioni, anche a quella di stare con te probabilmente, e prendeva possesso del mio corpo. Se vuoi avere la stessa importanza per me, dovrai uccidermi più del cancro. Capisci? Non puoi competere con questo amore”. Passo. Non torno, un contrattempo. Le mando un messaggio, almeno per oggi mi invento una cazzata e non vado da lei. Nessuna puttana, nessuna barista, non ucciderò nessuno, non sposerò Viola.
Digito. Sono lento. Poche parole. “…A domani”.
Invio.
Sulle colline, una balena carica di pioggia si muove rapida nonostante la mole.

 

Annunci

2 thoughts on “Racconti #2: Ho visto una balena in cielo

  1. anche questo è un buon racconto. nello specifico forse non mi aiuta il fatto di essere medico (tocco con mano “i volti” delle recidive e fatico a farli entrare nella griglia di queste righe), ma il tema dell’uomo morto che cammina è comunque declinato in modo originale, almeno da un punto di vista “letterario”. bella l’immagine della balena, allegoricamente assimilabile all’enormità del referto delle analisi, che aleggia ancora impalpabile/rapido/sfuggente sulla testa del protagonista, in attesa di piovere “parole morte”, parole che per ora galleggiano nel flusso di coscienza senza riuscire a sgorgare all’esterno. potente in tal senso la violenza “relativa” latente sottesa alla frase “Se vuoi avere la stessa importanza per me, dovrai uccidermi più del cancro”, dove il “capisci?” successivo suona drammaticamente beffardo nella sua totale impossibilità di comunicazione e di relazione.
    mi ha convinto meno, invece, come dicevo all’inizio la plausibilità psicologica complessiva dell’io narrante (in particolare il fatto che appena comunicata la notizia, si sottometta con rassegnata consapevolezza al suo destino e che le prime elucubrazioni – il concorso, l’ammazzare, la continuità, le donne, gli elenchi – siano molto “intellettuali” e manchino forse di fisicità).

    • Ottima notazione. In effetti è proprio di un personaggio molto caratterizzato ma può essere un aspetto su cui lavorare. Grazie mille!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...