Il Nulla

Le cime degli altri alberi, quelli vicinissimi, erano verdi di foglie, ma il fogliame degli alberi un poco più avanti pareva avere perduto ogni colore, era diventato grigio. E ancora un poco più oltre, il fogliame pareva stranamente trasparente, come avvolto dalla nebbia o, per meglio dire, pareva farsi sempre più irreale. E ancora più in là, non c’era più nulla, assolutamente nulla. Non una zona di bosco spoglia di verde, non oscurità né chiarore. Era piuttosto qualcosa che risultava insopportabile alla vista e dava a chi vi fissava lo sguardo l’impressione di essere cieco. Poiché non c’è occhio che possa sopportare di fissarsi nel nulla assoluto.

(M. Ende, La storia infinita)

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Fuck the Numb(ers)

Molti dei miei amici han dedicato parole di dolore e rabbia per la strage del Mediterraneo di quest’oggi. Quello che mi ha impressionato, nel riflettere lungo questa giornata, è con quanta difficoltà riuscissi a scandalizzarmi del numero incredibile che tanto ricorreva nelle bacheche. Tanti, tutti insieme in un solo giorno, non era mai accaduto, ma tanti erano già prima e per tante, tantissime volte, da anni, ho sentito la stessa notizia ripetersi con la semplice variazione di quel numero quotidiano. Il totale, è il totale che mi sfugge. E la ripetizione del numero, certamente enorme, terribile, temo sposti solo l’asticella un po’ più in alto, come se l’abitudine ai morti stessa si sia rinvigorita, passando al livello successivo, nient’altro.
Ho pensato a un’altra cosa, però. E mi conferma quanto è diverso per me stare al mondo dopo che ho avuto mia figlia.
Ho pensato che 700 persone morte sono 700 figli morti. E padri e madri lontane a cui sarà giunta la notizia di aver perso la loro unica speranza per la vita. Non parlo di quello che i 700 imbarcati avrebbero potuto concretamente fare per loro. Parlo di quello che sono i figli per chi sceglie di metterli al mondo e amarli. Sono la speranza che possano fare qualcosa di bello, qualcosa di meglio, persino venendoci contro, annientando noi e il mondo che gli abbiamo preparato. Che possano fare qualcosa per la felicità di un numero di persone che non sia mai stabilito come il massimo possibile. Che possano appropriarsi del loro tempo strappandolo dalle bavose redini che conducono la storia. Che possano nei loro giorni addensare altra speranza e in quella trovare ristoro, come i padri e le madri hanno il privilegio di fare guardandoli crescere. 700 morti oggi. E’ un enorme dolore in più sulla terra. Non è solo l’assenza di battito, l’acqua nei polmoni, l’inerzia dei nervi. E’ anche la disperazione senza rimedio per le madri e i padri, per le sorelle e i fratelli, per gli innamorati e, forse, persino per i nemici.
Io per mia figlia continuo a sperare. Che lei e tutti i suoi coetanei rendano poltiglia tutti i nostri presupposti. Che sfregino le nostre abitudini. Che vomitino sui desideri, i nostri, che han modellato l’orrore e a quell’orrore si conformano. I numeri sono bastardi perché sono i numeri di chi può contare. I numeri sono sempre numeri e posso arrivare a 700 contando i morti di oggi o i fagioli nel vasetto sulla dispensa. I numeri sono quelli e sono l’ordine delle cose, delle nostre cose.
I numeri fanno schifo.

Tra testa e Capo

Abravanel scrive oggi sul Corriere della sera che non è importante rimuovere le materie umanistiche per privilegiare quelle scientifiche: quel che conta è il come si studia, non cosa. E così, assiepate in queste pillole di saggezza, si insinuano ispirazioni che vorrebbero ugualmente sembrare naturali, necessarie, per affrontare la riforma del sistema educativo italiano:
“Ma il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse. La specializzazione e parcellizzazione dei compiti, in fabbrica o negli uffici, è un ricordo del passato. Le persone devono saper interagire, risolvere problemi, lavorare in team, prendersi responsabilità e fare bene il loro lavoro, anche quando il capo non guarda. E’ questo che dovrebbe insegnare la scuola, e in Italia non lo fa, o non lo fa abbastanza”.
Alcune sottolineature.
La difesa del Classico nelle parole del nostro è affilata di retorica. Abravanel sta attento a non cavalcare il Renzismo tecnocratico, quello che infarcisce il populismo rottamatore. Questo lo renderebbe pleonastico, ma la Meritocrazia di cui è anfitrione è sempre qualcosa di là da venire, una promessa non mantenuta, un’applicazione che permette a qualcuno di spiegare qualcosa di ovvio.
Per Abravanel in fin dei conti studiare greco o biologia non è così diverso: bisogna “far crescere lo spirito critico e la capacità di risolvere i problemi, non di imparare a memoria soluzioni”. Difficile non essere d’accordo e non sembra una gran novità a lui stesso: “-Imparate a ragionare con la vostra testa- non è di certo l’ultima moda dell’istruzione del XXI secolo, ma è una massima ancora poco applicata in Italia”. Dunque, so what?
La scuola deve cambiare, su questo Renzi e Abravanel sono d’accordo. E non voglio entrare nel merito, la piazza in tal senso è già abbastanza affollata. Quel che mi colpisce è che chi vuole teste pensanti, ardenti di libero arbitrio e spirito critico, virgulti irriducibili che “non obbediscano a comando” in rispetto di una appresa “etica del lavoro”, poi riduca tutto a una più razionale e comprensibile funzione: come riportato su, “il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse”.
I responsabili di un presente di crisi inestimabile – oddio, sì, sono un pessimista della ragione e della volontà, mea culpa – producono sì illuminate soluzioni sempre sulle spalle di chi oggi sta imparando ad andar oltre le prime seghe, oltre la protezione o il vincolo di babbo e mamma, oltre il vomito e l’imbarazzo per tutto quel che è fuori dell’uscio di casa. Certo, noi appassionati produttori di soluzioni, divisi tra sviluppo e progresso, sappiamo cosa è meglio per voi e voi fatelo, fatelo bene, anche quando il capo non guarda.
Il lavoro, il mondo del lavoro è la grande Mammella a cui gli altri mondi devono tendere devoti e non mordere. E al mondo del lavoro non serve OGGI che si sappia effettivamente qualcosa, o che qualcosa la si sappia fare bene, meglio. No. Chi professa la Meritocrazia sa bene che la prima cosa da fare perché la valutazione si affermi come matrice del potere è rendere oggettiva la prospettiva del valutatore al valutato. La seconda è rendere incomprensibili i criteri che la traducono. La terza è aspettare che i comportamenti privilegiati dal valutatore conformino i valutati, in una tendenza più volte avvertita e misurata.
Non dovete far altro che pensare con la vostra testa!!! Anche quando IL CAPO non guarda. Ma la cosa più importante è che abbiate UN CAPO e siate IN UN TEAM A PRODURRE, COME CHIEDE IL MONDO DEL LAVORO. E che quel che fate sia importante perché risolve problemi, nient’altro. I problemi: la nuova risorsa del capitalismo post-industriale. Cosa c’è di meglio, eh, Wolf.


Probabilmente è la differenza tra testa e capo, a sancire dov’è la lama e dov’è il manico del coltello che sta incidendo un già violentato immaginario.
La tentazione che mi prende è quella della resa: e di consegnare una volta tanto il futuro a chi ci potrà sopravvivere. Perché ne sia autore, prima di sentirsene responsabile. Gli si consegni il coltello e gli si porga dinanzi il collo nudo di tutti i mondi possibili. Perché solo allora si potrà esprimere il pensiero autonomo, il giudizio, lo spirito critico su ‘sta cloaca che chiamiamo Italia: lasciando che le scelte non siano risposte dettate da un sistema che, se non vogliamo giudicare colpevole, possiamo almeno sospettare abbia dimostrato di non funzionare.

Paolo Jedlowski scrive:
“Inoltre, la flessibilità e la velocità di adattamento al mercato che le nuove imprese perseguono, comporta la ricerca di lavoratori di tipo nuovo: per poter funzionare in un mercato orientato a beni meno standardizzati di un tempo e più concorrenziale, l’impresa deve disporre a vari livelli di lavoratori capaci di comprendere esigenze mutevoli e di adattarsi a contesti diversi. L’efficienza produttiva, così, richiede di valorizzare l’esperienza […]. Si tratta di un’esperienza per certi versi smaterializzata, che ha a che fare con la gestione di informazioni e flussi comunicativi più che con oggetti da costruire e assemblare, ma è pur sempre esperienza che richiede addestramento e sapere. […] L’ambito in cui le è concesso di manifestarsi resta comunque determinato dalle logiche della produzione e della distribuzione di merci. In questo senso rimane una facoltà, se non atrofizzata, costretta a svilupparsi solo in certe direzioni”.
(da Un giorno dopo l’altro, Il Mulino, 2005, pag. 114)

Il porto degli spiriti, John Ajvide Lindqvist

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Con “Il porto degli spiritiJohn Ajvide Lindqvist torna ai livelli altissimi di Lasciami entrare. Un libro splendido, una composizione piena e vuota, una storia. Questo svedese ha una capacità innegabile di restituire i sottogeneri dell’horror a una dimensione quasi realistica, sobria, scandendo le inquietudini delle narrazioni gotiche in un capovolgimento per cui la realtà trasfigura il mostro e non viceversa.

Sons of Anarchy e l’epica transmoderna

Si è conclusa Sons of Anarchy. Un adattamento meraviglioso delle tragedie classiche e dei drama di William Shakespeare. Racconto sporco, violento, vuoto, pieno, di colpa e conciliazione, speranza e castigo. Kurt Sutter ha raccolto spettatori in tutto il mondo per sette anni dolorosi e li ha condotti nei cunicoli più stretti dell’etica, strappando la bandiera americana e ricucendone l’ordito così come grandi maestri del cinema e della letteratura hanno saputo fare. Sopravvive la contaminazione, l’ibrido, l’imperfetto che si arrende all’assenza dell’assoluto, ma l’azione epica è negli occhi del figlio che per essere padre sacrifica la sua vita. Sutter ha incarnato lo spirito più autentico della religione e il genio dell’essere umano che aspira oltre il proprio limite, senza mai fare un passo indietro. Quest’opera, che è una serie televisiva, ha attraversato gli oceani, ha unito nell’emozione e nella riflessione migliaia e migliaia di persone, pur non ricevendo mai premi o plausi ufficiali. Ha disturbato, nella sua estetica scomposta e sfacciata, la grande rete dei consensi e dei conflitti, ha attaccato la serenità dei mansueti e li ha privati della consueta compensazione nel simbolo. Jax Teller è morto e non tornerà, il suo stesso rinunciare alla vita appare grazie a piccoli, brevi cenni, non poter garantire la salvezza, il riscatto per chi ama. Ma la verità nell’immagine e nella parola è che al tramonto, come nei più straordinari western, i cattivi hanno perso.

Buon complanno, Capitano

Domani è il suo compleanno, 38 anni, di cui tanti trascorsi insieme.
Ecco i 10 ricordi più belli del mio Capitano, auguri Francesco Totti:

  1. l’esordio, con mio padre che al suo primo stop mi raccontò cosa sarebbe accaduto per i successivi venti e passa anni;
  2. il primo gol al Milan, pallonetto di destro e il Parroco che dall’altare mi indica a tutti come esempio di gioia effimera;
  3. il gol al derby “Vi ho purgati ancora”, che certe distanze si accorciano, Roma non è più così lontana e quella maglietta l’ho avuta anche io;
  4. il tiro al volo con l’Udinese nell’anno dello scudo, IO C’ERO e ricordo ancora il rumore di quel pallone calciato in modo perfetto;
  5. ll gol contro il Parma nel 17/06/2001 che non dimenticherò mai, per lo Scudetto e perché persino nei giorni più felici, quando un amore finisce, si può essere tristi;
  6. l’infortunio contro l’Empoli e il ritorno al Mondiale, dallo sgomento al rigore più bello della mia vita;
  7. il gol all’Inter, cucchiaio dopo una fuga infinita, una corsa libera e inarrestabile, una parabola che dimostra quanto può sorprenderti l’impossibile;
  8. il rigore contro l’Olanda in semifinale all’Europeo, “ma questo è matto?”, e io con lui;
  9. il “4 prendi e porta a casa” contro la Juve, sfacciato, raro, uno spettacolo a cui ho assistito tra radical-chic estranei e straniti della Firenze a cui non piaccio e che non mi piace;
  10. il gol per espugnare il Santiago Bernabeu, perchè so quanto è stato importante per lui e quanto ci ha fatto sentire adulti, un passo dopo l’altro.

Il lago che combatte

Dalla pagina ufficiale degli Assalti Frontali

Questa canzone è un evento speciale dedicato al lago della Snia, il primo lago naturale di Roma, l’unico di acqua risorgiva, un lago nato lì dove c’era la fabbrica della Viscosa, in mezzo ai palazzi di via Prenestina e via Portonaccio, dove i costruttori venti anni fa truccarono le carte, cambiando la destinazione dell’area da non edificabile a edificabile e cercando di realizzare un grande centro commerciale. Ma questa volta i palazzinari di Roma hanno trovato una resistenza inaspettata, la natura si è ribellata, durante gli scavi, quando già erano pronti tre piani sotto il livello della terra e tre piani sopra ecco che le ruspe colpiscono la falda di un fiume sotterraneo, un fiume che porta l’acqua bulicante, famosa a Roma, che dopo una lunga battaglia contro le ruspe riesce a formare un lago di 10.000 metri quadrati con la nascita di migliaia di piante creando un nuovo ecosistema con la presenza di uccelli e animali dell’acqua che diventano il nuovo polmone di una zona ad alta densità di popolazione e altissimo tasso di inquinamento. Tutti gli abitanti dei quartieri intorno alla zona hanno amato subito il lago e ne hanno fatto una battaglia per farlo vivere e diventare pubblico: “Parco subito, lago per tutti e cemento per nessuno!” risuona per le strade ormai da dieci anni.
Il 14 agosto scade il termine dell’esproprio per realizzare il parco desiderato. Ora il sindaco di Roma Marino deve decidere cosa fare: dare il lago alla città, facendo vincere la Roma viva, naturale e meticcia, la Roma del futuro o ucciderlo per fare posto a 4 grattacieli come vuole il costruttore proprietario della zona.
E’ una storia bellissima di resistenza e nuovo ecosistema. Questo lago dobbiamo aiutarlo a vincere perché vogliono rubarcelo, e abbiamo poco tempo.
Venerdì 25 luglio Assalti Frontali e Il Muro del Canto saranno in concerto al Parco delle Energie all’Ex Snia Viscosa per un concerto al festival Eclettica e lì “Il lago che combatte” sarà cantata per la prima volta dal vivo.