Recensione: Her, di Spike Jonze

Ho visto Her stasera, “Lei” in italiano (interessante come il titolo in italiano funzioni anche come soggetto, risuoni come soggetto; in inglese no, dovrebbe essere “She” e non lo è, per cui si perde qualcosa).
Di certo il film di Spike Jonze si distingue in superficie per molte ragioni in un epoca di narrazioni standard: sono molte le variazioni sul tema, per cui lo script risulta in primo luogo caratterizzato, in secondo luogo apparentemente coraggioso. Alcune di queste variazioni sono evidenti: dal montaggio disteso, continuo, alla rappresentazione di un futuro ibrido e sfumato nel presente, dalla minuziosa costruzione delle premesse al finale anticlimatico. La principale cifra stilistica è tuttavia nella regia: la ripresa è sul coprotagonista per tutta la sua durata, Phoenix fa da spalla a una voce fuori scena dal punto di vista visivo (off, of course) ma che è la protagonista dell’arco narrativo. Scarlett Johansson è tremendamente a suo agio, rinunciando al corpo che ne precede di solito le virtù interpretative e questa rimozione riempie il film, nei sottotesti e nel soggetto che l’ha motivato.
Detto questo, e tralasciando di soffermarmi sul perfetto arco narrativo compiuto da “Samantha” nell’acquisizione di una sovracoscienza immanente, non posso esimermi dal considerare, come temevo, l’operazione straordinariamente futile. Brutto trovare conferme a un pregiudizio, sa di truffa e autocompiacimento. Eppure in fin dei conti tutto quello che prima ho individuato a pro dell’estro di Spike Jonze e della sua ricerca, si schianta non appena quelle “variazioni” non si affermano per l’appunto come “variazioni”. Perché il cinema è nel punto di vista della ripresa, inutile tentare di evitarlo: è il protagonista non è Samantha, di lei resta quel percorso dipanato in precisi, prevedibili capitoli. Il protagonista è Theodore e la sua storia risulta ordinariamente poco interessante. Ho cercato di ripensare al film dando valore al suo personaggio così infantile e irrisolto umanamente da destinare alla figlioccia il peso di un hamburger; ho provato a leggervi un monito morale, quasi fosse una cellula di un organismo malato di sciocco narcisismo, vacuo e masturbatorio come un mondo. Ma non funziona, così non funziona.
Her crolla nella miseria di quel che non è lontano da un film di genere, l’ennesimo affresco pigro di un tempo, questo, in cui le narrazioni si cibano di se stesse e stressano ogni ipotesi in maschere e belletti. Non bastano le variazioni sul tema dunque: questa umanità, quella dietro la macchina la presa, quella nella sceneggiatura, quella capace di mixare splendidamente gli Arcade Fire e il paesaggio urbano, non è importante. Who cares about Theodore. E come Samantha io, che non ho la potenziale estensione del calcolo tendente all’infinito, me ne andrei altrove, me ne vado altrove: Theodore, quando arrivi, se arrivi in tempo, vieni a salutarmi. Ti parlerò della voglia che ho di spaccare la faccia a te e a quello schifo d’esistenza inutile che mi hai propinato per due ore, incapsulato nella retorica di tutto quello a cui non ho il privilegio, ma neanche il desiderio, di dedicarmi.
Her è un film più potente e subdolo del suo contemporaneo italico baciato dall’Oscar, ma ugualmente funzionale a rinverdire i fasti di un approccio estetico reazionario: un cucciolo dice Olivia Wilde, sì un cucciolo che ci sbrana l’anima lasciandola felice di essere oramai ridotta a un iconico mucchio d’ossa.

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Due o tre cose che so di lui, di Giuseppe Sansonna

Giuseppe Sansonna nel 2009 realizzava Zemanlandia: il documentario ripercorreva le gesta calcistiche del Foggia dei miracoli, compagine destinata a rimanere nella memoria di tutti gli italiani pallonari in età senziente tra il 1989 e il 1994.
Dopo due anni Sansonna ci racconta ancora Zeman, Zeman è tornato al Foggia. La notizia è già antica: la società, riacquistata da Casillo, nell’estate del 2010 allestisce una rosa di giovani per lo più in prestito, consegnandoli alla gestione del boemo e dei suoi consueti collaboratori e amici di carte. L’esito della stagione è in primis quello di restituire passione a una città, una città come le altre città italiane, non direi del Sud, che sperimenta l’epidemica tristezza del nostro Paese.  Ho seguito le vicende del Foggia tramite un divertente pagina su Facebook (senza prendervi parte, trovo sia una questione di rispetto, io ho la mia fede e tra tifosi veri penso sia doveroso non equivocare amore e amicizia) e non c’è stato il lieto fine dei playoff. Le polemiche sì, non sono mancate: clamorose decisioni arbitrali e cali di tensione di un gruppo eterogeneo e forse distratto, hanno negato al Foggia il clamoroso risultato sportivo di approdare alle eliminatorie per la serie B.

Va bene. Questo il quadro. Allora perché ne scrivo, oggi, mentre le zanzare mi massacrano i piedi e il caldo mi innaffia gli zebedei? Ne scrivo perché il percorso di Sansonna tra i due documentari merita lo sforzo dello sconosciuto che sono, per sottolinearne i meriti con voce forse poco autorevole ma assai partecipe. Cavolo, sono uno sportivo, o meglio, sono uno sportofilo indefesso, e non mi faccio mancare le narrazioni cinematografiche, gli approfondimenti in tv, e gli eventi live, quel che c’è di solito quanto meno lo sbircio. Dalla mia Roma al SuperBowl, passando persino da un mondiale di Beach Soccer. E temo di aver maturato negli anni anche un minimo di occhio professionale per il filmico. Un minimo eh. Allora. Arrivo al punto. Cazzo se è cresciuto Sansonna, passi da gigante nella gestione della scrittura filmica: pausa, azione, pesi e contrappesi, vuoti e pieni, silenzi e voce fuori campo. La retorica, un po’ tra i piedi in Zemanlandia, cede il passo in questo “Due o tre cose che so di lui”(ieri trasmesso su Rai3, disponibile online) e lascia che si affermi l’autorialità di una composizione ancor più promettente per il futuro.

Generalmente in questi prodotti l’uso della ripresa “reale”, che raccoglie momenti più o meno spontanei dell’ambiente ritratto, fa da inserzione tra i vari pezzi “parlanti”, interviste o scene dinamiche, che spostano in avanti il racconto. In questo documentario, attraverso l’eccellente introduzione dei sound effect e delle radiocronache di gioco, a volte montati sulla soggettiva dalla panchina, a volte puntando l’obiettivo sull’allenatore, si valorizza magnificamente un racconto per immagini, in cui le incidentali diventano proposizioni principali, e il commento è al servizio, se non proprio di contorno a quel che si vede e si percepisce. La solitudine, l’ansia, il coinvolgimento di un uomo alla ricerca di un’impresa che è in primis quella della conduzione di altri uomini a realizzare un lavoro, a conseguire un risultato, li vediamo dosati da inquadrature sapienti e pe(n)santi. Sansonna ha inoltre lasciato molto spazio ai giovani calciatori del Foggia, riuscendo non solo a scansare la retorica dell’agiografia, ma anche a inserire nel contesto un lieve stridore tra il verbo zemaniano e il sentimento genuino di chi sembra aver in tutto e per tutto aderito al progetto che prefigurava.

Zeman lascia il Foggia adducendo a ragione del fallimento le eventuali “cause esterne” (ci metto firma, massima solidarietà ai depauperati satanelli) ma anche un suo solo parziale assemblaggio di squadra, troppi i prestiti, troppo acerbo il sentimento di appartenenza alla maglia, per parafrasarlo. Non so se sono d’accordo in questo col boemo, non so se la sua uscita di scena possa esser contenuta in punto di vista per certi versi poco zemaniano, in quanto costatazione del previsto e del prevedibile. Fatto sta che rimango col mio dubbio e penso che sia un ottimo modo di chiudere questo secondo documentario: Zeman, umano, troppo umano, anche lui, persino. In fin dei conti è un allenatore che fuma.

Sansonna incastra splendidamente ogni tassello per realizzare un ritratto sfumato e complesso, per questo assai più interessante di molta altra roba vista (e letta) in giro. Ultima cosa: anche nelle riprese dell’ambiente urbano, anche in quelle l’attenzione alla messa in scena realizza punti di vista avvincenti nel rapimento breve della lentezza e nell’instabilità dell’immobile. Chapeau.

V per Vendetta, Buonasera Londra

L’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole. Sono prospettive.
E se avete visto il film, leggetevi anche l’opera da cui è tratto, di Alan Moore.
Ancora più avanti.

A.