Community as collection, con R. David Lankes

10/7/2015, Pistoia, Biblioteca San Giorgio

La conoscenza si crea tramite la conversazione. Le conversazioni possono aver luogo tra amici e colleghi, “qui ed ora”. Ma possono anche avvenire nel corso dei secoli, con partecipanti diversi su uno stesso tema, e con la conversazione registrata su migliaia di artefatti, come libri, immagini, e file digitali. In molti casi gli utenti hanno bisogno di processi sofisticati per facilitare la conversazione. La facilitazione non solo arricchisce le conversazioni di informazioni diverse e dettagliate, ma serve anche come custode della memoria, documentando concordanze e risultati, per facilitare le conversazioni future[1].

Il seminario con R. David Lankes era destinato soprattutto al mondo delle biblioteche, ma la riflessione che dava la cornice all’approfondimento specialistico riguardava l’innovazione nell’approccio alla conoscenza.

“KNOWLEDGE IS UNIQUELY HUMAN. CREATING KNOWLEDGE IS LEARNING”.
La biblioteca non è un archivio di volumi e documenti, per quanto una prima definizione – nell’immaginario o nei dizionari – resti ancorata all’edificio destinato a contenere carte e alle pagine rilegate. Lankes invita a riflettere in primo luogo su cosa sia un libro e da questo interrogativo si arriva presto a inserire qualsiasi opera d’ingegno nello scenario di una società dell’informazione densa di connessioni. E le connessioni non si realizzano tra oggetti senza un’interpretazione umana che predisponga o gestisca un framework: i bibliotecari sono operatori dell’accesso, facilitatori della condivisione, allestitori di un ambiente accogliente, dispensatori di stimoli e motivazioni. Negli States questa maieutica appaia le biblioteche e le scuole come co-equal institutions ed è inevitabile riconoscere analogie tra la professione del bibliotecario e quella del docente come progettisti di un ambiente che produce conoscenza: una conoscenza svincolata dai supporti in cui è conservata in potenza (“books are not knowledge”) e messa in circolo come atto nell’apprendimento della comunità.

“IF YOU ARE IN THE KNOWLEDGE BUSINESS YOU ARE IN THE CONVERSATION BUSINESS”.
Le biblioteche negli ultimi venti anni sono cambiate molto. Oltre ai documenti hanno accolto nuove “collections”: media, database, servizi, internet a disposizione dell’utenza. Per innovazione non si intende una pratica tecnologica sic et simpliciter, né una astratta disposizione culturale: Lankes rileva come il cambiamento abbia investito in primo luogo le informazioni e il modo in cui siano ricercate, organizzate, comunicate. Se la biblioteca nasceva per consentire la memoria e la formazione attraverso i rotoli e poi la carta, oggi essa continua ad assolvere a quella vocazione fornendo alla comunità una organizzazione che si occupa di garantire pari condizioni di accesso alle informazioni per tutta la cittadinanza e favorire, inoltre, l’emersione di quelle passioni che sono all’origine di percorsi qualificanti di cui la comunità si può giovare.
Cambiano, dunque, anche le domande del bibliotecario: si passa dal “Cosa posso fare per lei” al “Quali sono le tue passioni? Come potresti condividerle con la comunità?”.
Il compito di una biblioteca, vero e proprio civic center, è quello di fornire tutte le opportunità per sostenere una risposta a queste due domande, favorendo la crescita della curiosità e accompagnando la maturazione degli interessi (“intructions, reference, makerspace, employment, data-management, tutoring”), allestendo occasioni e strutture in cui i suoi utenti possano comunicare e mettere a disposizione della comunità quanto hanno imparato e sanno fare (community reference, community center argument…”). La conoscenza dalla comunità e la conoscenza per la comunità sono organizzate in una circolarità che è la narrazione di quella comunità così viva, protetta, in crescita.

“LIBRARIANS ARE EDUCATORS”.
A Ferguson in Missouri, la violenza della polizia bianca nei confronti dei neri ha prodotto l’esplosione del conflitto sociale e le scuole hanno dovuto chiudere. La biblioteca locale ha messo a disposizione la propria struttura per proseguire con l’insegnamento, raccogliendo sostegno pubblico e donazioni. Il corto circuito dell’omicidio di Michael Brown, il giovane nero assassinato dalla polizia da cui è scaturita la rivolta successiva, ha trovato una prima risposta positiva in questa resistenza del tessuto connettivo della comunità, incardinata nella biblioteca, avamposto di accesso, accoglienza, condivisione, per non abbandonare la speranza di una nuova sintesi civile.
Se è vero che i bibliotecari sono educatori è possibile immaginare che gli educatori debbano ispirarsi alle innovazioni a cui è chiamato ogni bibliotecario? Educare, lavorare nella formazione, significa anche garantire l’accesso alla conoscenza, orientare al suo sviluppo, permettere l’emersione di quelle competenze che sono ricchezza per la comunità. Può essere questa l’innovazione introdotta dalla società dell’informazione, così potente nel connettere persone, dati, cose, eventi: i libri continuano a essere un oggetto dal design perfetto per la lettura e l’apprendimento, ma quella straordinaria capacità di innesco di relazioni, idee, visioni, che hanno per secoli coagulato nelle proprie pagine, è esplosa in una infinità di link attraverso cui muoversi e procedere. Si può approdare più velocemente a nuove relazioni, il bacino delle idee è sterminato, le visioni entrano in contatto e si modificano reciprocamente. Tuttavia, velocità, quantità e confronto richiedono condizioni paritarie d’accesso, formazione e supporto. Perché è una responsabilità sociale, perché può produrre beneficio per la collettività, perché può fare la differenza tra una “storia” che si sviluppa da sé e la costruzione del futuro.

[1] R.D. Lankes, J. Silverstein, S. NIcholson, Le reti partecipative, la biblioteca come conversazione

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Link: Google Books, La cultura dei media di Vilèm Flusser

Da cui ho letto il saggio Il politico nell’epoca delle immagini tecniche

Link: Google Books, La cultura dei media di Vilèm Flusser

Il parrucConte di Pavlov

Il caso Conte è un teatrino pavloviano. Le scimmiette italiane oggi si sono sentite in tutte le salse il monologo del perseguitato. La chiave di richiamo è il parrucchino. Quando in tv vedranno un altro col parrucchino penseranno “perseguitato e innocente”… Servirà presto, in processi più importanti. Questo è ADDESTRAMENTO, bambini e bambine.