Una questione di appartenenza

In queste ultime settimane ho dovuto smettere di scrivere. Per i dolori che da molti mesi non si facevano sentire ma che mi rendono impossibile l’impegno notturno.

Sto riflettendo intanto su una perplessità di fondo che potrebbe richiedere una ricollocazione geografica delle vicende narrate. La cosa non mi convince a pieno, ma inizio a sentir strette le maglie di alcune rappresentazioni, quelle che ne Il mare di spalle avevo scansato con un giusto arteficio.

Il punto è che ho l’impressione che la narrativa italiana necessiti quasi forzatamente di una collocazione provinciale caratterizzante: per ragioni non necessariamente di poetica. A volte è funzionale al pigro perseguire ricordi personali, a volte è il paradigma di un primo abbocco commerciale, a volte è la sola cosa che ci si può imporre di fare in assenza di alternative ugualmente convincenti.
Sin da piccolo non ho sentito di appartenere al territorio dove sono nato, perché i miei genitori venivano dalla provincia e a Bari non avevamo nessuno, perché non ho mai parlato bene il dialetto e per quattordici anni non sono uscito con gli amici ma con i cartoni giapponesi e i tanti libri, perché non giocavo a pallone da piccolo per una serie di problemi fisici e tifavo Roma non Bari, insomma questo può significare qualcosa. Anche che io abbia maturato un distacco che è connotazione e non constatazione di un’assenza.
Firenze la sentirò mai casa mia? Non credo, come neanche per Bari ho mai sentito un legame forte. Sia chiaro: parlo sempre di un qualcosa in sottotraccia, non dell’effettiva conoscenza dei posti o delle dinamiche culturali locali. E la stessa cosa vale in realtà per gli appartamenti, le strade, persino i luoghi di gioventù in cui ho vissuto. Siamo anche i nostri ricordi, senza dubbio, siamo i luoghi in cui abbiamo vissuto, come negarlo, ma per me è un sentimento debole, un richiamo flebile. Mi vien più facile pensare di appartenere, in mille e più particole, alle persone che ho incontrato nei miei trentaquattro anni di esistenza.

Ci devo pensare ancora, approfittando di questa pausa forzata. Da un certo punto di vista mi girano potentemente gli zebedei, perché non accetto facilmente che il corpo mi ponga dei limiti così stringenti.

Ci sono cose che non funzionano e il fatto che non funzionino non significa che non assolvano alla propria funzione. Il tempo costruisce meccanismi misteriosi finché nel tempo non si rivela l’opera a cui attendono.

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Rest not peace

E sì che il corpo non è una macchina e spesso cova una beffa dinanzi ai progetti nel tempo. Riposo, almeno nel cuore, aspettando di tornare a viver d’autore. A un passo dall’essere padre, credo di aver inteso che non ha senso cercare di forzare l’esistenza quando impone un rallentamento alla carne. Il dolore fisico, al di là della ragione più o meno definitiva che lo motivi, sancisce il nostro grado d’essere ipotetici. (L’immagine vuol celebrare il ricordo della Roma Campione d’Italia nel 17062001).