Wake up, Arcade fire & David Bowie

 

E così due giorni fa s’è conclusa la terza parte del nuovo romanzo. Be’, a parte l’imbarazzo di un paio di scene spinte che non sono abituato a verbalizzare, direi che posso dirmi soddisfatto. La stanchezza è tanta e non saprei dire quanto manchi alla fine. Fatto sta che si va avanti e che il mio lavoro non concede troppe requie nonostante in questo periodo mi costi molto.

Mi piace a volte pensare a chi scrive per diletto. D’altra parte comprendo. Ma non è così per me ed è bene non sia così. Per me è un impegno verso me stesso, verso il mio tempo.

Questa splendida Wake up degli Arcade Fire, nobilitata dalla presenza di David Bowie, apre la terza parte, il 64esimo giorno della storia che sto provando a narrare. Così interrompo il silenzio.

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Infunzionale e funzionale

David Bowie, Wild is the wind

Eh sì caro Duca. Che sia rimasto selvaggio almeno il vento.
Nel guardare e ascoltare tutto quello che ho intorno, mi sembra in certi momenti di esser immerso in una foresta di umani vettoriali, capaci di orientarsi e di scegliere precisi punti di applicazione  per un agire ad hoc, estremamente funzionale. E’ vero che la dimenzione infunzionale del vivere è un po’ una mia fissazione: tuttavia mi graffia gli occhi,   flashepifaniadagliaffilatiartigli,  la costatazione di come  l’ansia produttiva (di profitto più che di cose) si declini congiuntamente all’angoscia morale di non assumere posizione intellegibile  alcuna rispetto al patto sociale -nell’idea più nobile della polis, delegando  totalmente la cura dello stesso a chi se l’accolla e ne fa ulteriore ragione di produzione.
Insomma: si può tranquillamente affermare che il pudore stesso, evocato dalle pseudo-perturbazioni della res publica, tenda a funzionare come un tastino “ok” alla fine di una pagina di opzioni smunta e svuotata: da premere pro conformazione senza farsi troppe domande. Purchè l’applicazione funzioni.

E nulla vale, ma ho a cuore i destini di chi ancora una volta ha subito il lavoro come imperativo d’essere.
Eppure.  Chi deve la sua esistenza al lavoro stesso e ai  suoi articolati bene rifletta. Perché se il lavoro deve essere a prescindere e come tale va imposto, le funzioni dei sindacati diventano misteriose. A firmare siam buoni tutti e se possiamo risparmiare qualcosa sulle pause, sugli orari e su qualsiasi cazzo al padrone sovvenga, direi che si può cominciare a pensare come utilizzare al meglio chi ha trasformato una vocazione di garanzia nel mero esercizio di trasmettere comunicazioni dalla poltrona alla catena di montaggio. Sic et simpliciter… Basta una mail, una penna, un urlo cafone. Ci si intende lo stesso, senza.