Racconti #5: Softcore

Qui un giorno tanto tempo fa ho raccolto con mia sorella le meduse dall’acqua.
Le prendevamo con un secchiello di plastica bianca.
Lei arrivava vicino al mio fianco malato che girava su se stesso, di già.
Mangiando il gelato lo vedevamo entrambi che una goccia densa di crema seguiva una linea incerta e mi chiedevano tutti, ma dove va quella goccia, guarda Antonio, la sua goccia va storta.
Le mettevamo al sole e lasciavamo sparissero.
Che se ci ripenso, sai, le meduse mi fanno paura e mi chiedo come facevo allora.
Era pieno il mare e io e mia sorella che mi arrivava al fianco raccoglievamo le meduse rosa pallide che il loro grigio era falso perché non era che luce prigioniera.
Il mare era pieno di meduse per questo le raccoglievamo e le lasciavamo sparire al sole.
Che il mare da solo non ce la fa, pensavamo.
Lungo questa spiaggia c’è poco da camminare, è stretta.
Allora tornerò spesso indietro e indietro ancora.
Un giorno tanto tempo fa qui lasciavo partire delle barchette di polistirolo.
E le seguivo, le seguivo lontano che a salire sui flutti tutti sono bravi ma ad andare lontano no, spariscono sotto un’onda solo la mia barchetta vinceva il vento e tornava su che io la seguivo e non andava ancora lontano solo perché lasciarmi doveva essere difficile per la barchetta che avevo costruito.
Ma stanotte quando sarò a casa a mangiare i pesci giganteschi presi da papà o forse la pizza che quella è buonissima ma la prendiamo solo quando c’è qualcosa di importante come quella volta del pugilato tanto tanto tardi nella notte che uno aveva la faccia sanguinante e papà e io volevamo che vinceva e invece no ma era stato bravo che era arrivato in fondo e poi chissà magari alla rivincita vinceva lui. Stanotte la barchetta sarà lontana dove nessun bravo è mai arrivato, sarà dove arrivano le barchette quelle eccezionali che vincono il vento, spariscono sotto un’onda e poi tornano su.
E’ una buona idea tornare indietro. Così i piedi si bagneranno entrambi.
Un anno disgraziato sai, non potevo bagnare il destro. E allora avevo un caldo feroce e leggevo tanto che neanche a pallone potevo giocare, che rabbia. A volte però mi portavano al mare, sempre qui in questa spiaggia e li mettevo giù giù nella sabbia tutti e due, così uguali.
Il destro ne era rassicurato e il sinistro alleggerito che a sentirlo lamentarsi al destro gli si stringeva il cuore. Il sinistro sembrava sempre cercare le parole giuste ma il destro gli diceva che ne sai tu non puoi capire che vuol dire e voleva fuggire e non potendo fuggire mi doleva mi doleva prima una sola notte e poi per un anno e al sinistro gli si stringeva il cuore.
Cammino lungo la mia antica spiaggia e le curve dell’acqua sul bagnasciuga intuisco possano ripetersi uguali a guardarle per tanto tanto tempo che ne so per sempre.
E mi siedo.
E mentre mi siedo cerco di trovare la ragazza senza reggiseno che mia mamma ci nuotava insieme e ci giocava alle schiacciate in acqua e io che mi allontanavo a comprare un ghiacciolo ma da dove gli viene in mente a mamma di giocare con quella lì e tutti a guardarmi rosso ma scusa Antonio perché non ti tuffi a giocare con loro che lo sapevano che ero rosso per quella lì senza reggiseno ed era bella che c’erano anche altre ragazze vicino e tutte col reggiseno ma solo lei, la ragazza senza reggiseno, lo sai?, solo lei era bellissima. Che poi mi dissero tutti mentre mangiavo il ghiacciolo Antonio va’ da mamma e dille di venire qui un momento no ma scusa perché non andate voi tutti sto mangiando il ghiacciolo non vedete Antonio su vai a chiamare la mamma lo vedi il ghiacciolo è finito che ti mangi lo stecchino? Dov’è mamma e tutti mi indicavano il cerchio delle schiacciate e non mi indicavano mamma ma la ragazza senza reggiseno accanto a lei e poi mi guardavano rosso che tutti sapevano ero diventato rosso ma non capivano che diventavo rosso perché solo lei era bella.
Ora dormi tu su questa spiaggia antica. Accanto a te l’acqua non si arrischia lo sa che non deve svegliarti. Io vorrei mettere una mano al centro della tua schiena ma mi fermo a giocare con l’ombra.

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Racconti #4: La cena

Trovarsi intorno a un tavolo e parlare non è stato semplice.
Quando è nato Francesco – Francesco Beniamino, perché non c’è la virgola e ce l’hanno detto in prosa e musica “dovrà sempre usare tutti e due i nomi” – quando è nato nostro figlio o un po’ dopo, quando ha iniziato a sedersi nel seggiolone per le prime pappe, abbiamo scoperto che quell’unico momento faccia a faccia, dopo aver vomitato lavoro e ingurgitato noia e frustrazione era ostaggio delle sue bizze.
Non che questo ci sia poi dispiaciuto al punto da diventare un problema: le giornate troppo spesso rivivevano nei nostri racconti, persino quando cercavamo di farci coraggio a vicenda non andava mai a finire bene. Eppure, quel sentimento che era stato amore quando avevamo scelto di vivere insieme, sposarci, avere un figlio, non l’abbiamo mai perduto, ne sono sicuro: per lei, ancora oggi, mi priverei di tutto.
Non andava a finire bene, mai. Non puoi semplicemente ascoltare tutti i santi giorni una persona elencare i motivi della sua disperazione; non basta stare dalla sua parte quando l’intero pianeta sembra aver ordito trame furiose e spesse per avvincere qualsiasi tentativo di rivalsa. Non puoi, non basta e soprattutto non devi ricordare che sei arrivato a quel punto della giornata anche tu quasi senza respirare, schivando le stesse infamie, nello stesso ufficio, della stessa agenzia, per vendere le stesse notizie, usando gli stessi secchi, ridotti, abulici caratteri di ogni giorno. Mai un aggettivo, mai un’interpretazione: se va bene ci pescano sul Televideo, se va benissimo rimbalziamo sui giornali; ma in ogni caso non c’è il nostro nome.
Quando c’è stato da imboccare Francesco, nonostante non siano mancati i tentativi di discutere del caporedattore analfabeta o del direttore satanasso, ci siamo accontentati di fare i genitori: a turno mescolare, a turno provare a propinargli i pallidi intrugli vegetali che gli avrebbero fatto bene. Augurandoci che il suo buon cuore volesse esimerci dalla tortura del rifiuto e dall’ennesima cena fatta a pezzi: pezzi per terra, pezzi sui vestiti, pezzi da rimettere insieme per comporne un’altra versione più piacevole di quel passato verde in cui di nascosto infilavo un po’ di sale.
Poi Francesco ha preso a parlare lui, a chiedere con meno ingenuità e a pretendere con maggior rabbia. La sua rabbia: anno dopo anno, fino a cambiar la voce, allo spuntare dei primi peli sul viso, all’esplosione dei muscoli nella maglia e ai pugni tatuati battuti sul tavolo. Francesco ha smesso presto di parlare con noi. Forse, mi viene il dubbio, non l’ha mai fatto: ha evitato che noi affondassimo nelle nostre pene, ci ha imposto la sua rivolta, ci ha parlato sopra. Ci ha soverchiato senza alcuna fatica. E mi rendo conto, quando guardo mia moglie stasera, che siamo stanchi da sempre.
Per quanto riguarda il secondo nome, ovviamente, se n’è fregato. Di questo, però, non ho mai dubitato, io. Quel secondo nome, virgola o non virgola, era lì tanto per dargli una scelta, un’opzione pur minima, che quando scegli il nome comunque tuo figlio non ha modo di darti un’opinione. Lui dice che Beniamino suona bene per un cane. Evidentemente la sua scelta l’ha fatta. E ha scelto con la stessa nettezza molte altre cose: non che non ne abbia voluto discutere, anzi. Francesco ha sempre preteso di condividere le sue imposizioni, perché tali erano; le sue risoluzioni su quel che andava comprato, su quel che gli era dovuto, sulla natura del futuro persino; futuro che, noi non capivamo un cazzo, aveva iniziato a mostrargli segni incontrovertibili. Francesco non ha mai saltato una cena. E noi non abbiamo mai smesso di chiederci come renderlo un po’ meno infelice, un po’ meno feroce. Durante la notte, uno di schiena all’altra nel letto, senza pregare, ma solo auspicando che si potesse realizzare la sua volontà, noi sognavamo Francesco onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
Trovarsi intorno a un tavolo senza di lui questa sera non è stato semplice. Ci siamo accorti di non aver preparato nulla, pur avendo entrambi apparecchiato con molta cura. Ho preso il pane, ne ho tagliato alcune fette, le ho posate nei piatti. Lei ha riempito l’oliera, ha recuperato il sale, ha lavato i pomodori. Io ho usato il forno per seccare un po’ la mollica delle mie fette; non riesco a mangiare il pane diversamente. Lei ha iniziato subito a masticare. Ed è stato questo sfasamento, questa asincronia, a liberare a un certo punto il vuoto. Io, ancora alle prese con la mia prima razione di bruschetta, lei già a calare il sipario in un ultimo sorso d’acqua.
«Che abbiamo fatto?» mi ha chiesto.
Ho ingoiato, ho riempito il mio bicchiere ancora asciutto, non ho bevuto e ho tirato un altro morso.
«Cosa pensi?» mi ha chiesto, e non s’è mossa di un millimetro: i gomiti sul tavolo, le mani, invecchiate più di lei, dinanzi alla bocca, gli occhi come sempre gentili ma fissi a scandagliare il mio viso restio all’immediatezza di una reazione comprensibile.
Ho strappato un tovagliolo dal rotolo di carta, mi sono pulito il muso, ché ho sempre esagerato con l’olio sul pane. E col sale. Le ho risposto.
«Penso che Francesco stasera non c’è, che è con sua moglie e suo figlio finalmente, che qua tutti non potevamo più stare e che dovresti esser felice di questo».
Non sono stato all’altezza della sua domanda: un’altra costante del nostro non parlarci. Si è alzata, si è lavata le mani. Ho proseguito.
«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo fare, se n’è andato sbattendo la porta come sempre, quando usciva. Ci ha detto che siamo due stronzi, non è la prima volta. Ci ha detto che moriremo soli, e su questo ha ragione. Era orgoglioso di avercela fatta, di aver finalmente vinto a quel suo fottuto gioco, ma tu, io, cosa possiamo fare se non esser contenti per lui? L’ha beccato, finalmente: potrà godersi l’esistenza se non fa cazzate. E non le farà, è uno furbo. Di che ti preoccupi?»
Ha abbassato gli occhi. Ho ancora da finire il mio pane, ma so che piangerà ora, adesso, che dovrò consolarla in questo momento, ché non le è mai importato nulla dei miei tempi.  La stringo al petto, guardo dalla cucina il resto dell’appartamento vuoto, un ingresso ampio e le stanze intorno. Penso che dopo vent’anni dovremo cercare qualcosa di più piccolo, un affitto più conveniente.
La luce dello sgabuzzino accesa mi infastidisce. Aspetto che si calmi, poi andrò di là a spegnerla e lo farò senza che lei se ne accorga. L’ha lasciata lei accesa, ne sono certo: prima, la lattina dell’olio l’ha presa lei. Ma stasera non me la sento proprio di dirglielo; la spegnerò e non le dirò nulla.

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta “La sovranità appartiene al popolo” edita da Autodafè Edizioni all’interno del progetto editoriale Narrativo Presente. Consiglio a tutti gli scrittori, o aspiranti scrittori, di approfondire questa interessante iniziativa ancora attiva sulle pagine dell’editore.

 

Golden Goat per Il mare di spalle

Golden Goat per Il mare di spalle!!!… Grazie a Luisa Ennio (libro rivelazione) e Margherita Dolcevita (menzione speciale) di Youbookers, a Le pagine di Leda per aver ospitato su youtube la premiazione/discussione sui libri, a tutti gli intervenuti che hanno animato il dibattito. Emozionatissimo, grazie ancora.

La registrazione della serata:
http://www.youtube.com/watch?v=T0h3uuStMFc

Sono intervenuti:
Libridine http://www.youtube.com/user/libridine73
SilverReflex http://www.youtube.com/user/SilverRef…
Zumbooks http://www.youtube.com/user/zumbooks
Luisa http://www.youtube.com/user/Luisaa85
Federica http://www.youtube.com/user/MrFede85

Le pagine di Leda: http://www.youtube.com/user/LepaginediLeda

Il mare di spalle su Youbookers

Ci sono state recensioni e interviste per Il mare di spalle. Mi hanno spesso sorpreso, mi hanno gratificato, mi hanno dato un feedback a volte inatteso.
Questa recensione è di una potenza inaudita. Posso dire solo grazie a Luisa e Federica di Youbookers. Per aver letto, per aver capito il mio lavoro, per averne voluto parlare nelle loro pagine animate da competenza e passione AUTENTICA. Consiglio vivamente di scoprire questo progetto che con tanta fatica e dedizione si sta distinguendo in una zona del web in cui c’è tanto rumore.

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Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

Terzo appuntamento con le contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche (e narrative).
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Marco Proietti Mancini.

Si presenta così:
Nato con la vocazione innata a non fare nulla si ritrova sempre più anziano e sempre più con mille cose da fare, segno evidente che l’innalzamento dell’età pensionabile per lui ha senso. Ipertrofico produttore di parole – ovvero “scrittorroico” – ride di sé stesso sempre più di quanto non riescano a riderne gli altri, anche per togliere loro la soddisfazione di essere i primi. Romano tanto romano da permettersi di amare il mare senza sentirsi in colpa neanche un po’ ha accumulato in oltre mezzo secolo di vita tanti di quei ricordi da minacciare la pubblicazione di almeno una sessantina di altri romanzi. Altro? Non chiamatelo scrittore, autore, poeta o artista, altrimenti le risate su sé stesso potrebbero soffocarlo, lui si definisce scrittente e possibilmente vivente, almeno per un altro mezzo secolo.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il suo lavoro:
Roma per sempre” per Edizioni della Sera
Gli anni belli” per Edizioni della Sera
Dal prossimo 3 ottobre, Da parte di Padre in ebook, per Edizioni della Sera.
Inoltre potete trovare suoi racconti in parecchie raccolte, tra cui l’antologia “Nessuna più” pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno del “Telefono Rosa” e  “Cronache dalla fine del mondo” per Historica Edizioni.

Ecco le  risposte di Marco Proietti Mancini.

Per chi, a chi scrivi?

Per nessuno; ovvero scrivo per rispondere a una esigenza, a un istinto, non cerco nessun alibi alla mia scrittura. Scrivo per rispondere a una voce che mi detta dal dentro le parole (a dire il vero è una voce che deve appartenere a un ignorante, perché spesso mi detta degli sfondoni grammaticali vergognosi!). Quindi, dovendo essere sintetico, scrivo per obbedire a una personalità multipla e scrivo a me stesso. Poi rileggo e allora quello che ho scritto vorrei che fosse per tutti, senza distinzioni e categorie. Come le mie storie, che non appartengono a nessun “genere narrativo”.

Le storie sono tutte buone?

Sono le vite, che sono tutte buone. Se uno scrive di vite, di vite vere – o verosimili – le storie sono tutte buone. Anche se uno queste vite se le inventa, le crea. Poco fa ho scritto della poesia del panino con la mortadella, una persona mi ha risposto “mi hai fatto venire fame”, tipico esempio di una storia tanto minima da sembrare non esistere, che diventa vita. Vita vera e buona.

Ma tu che vuoi dai lettori?

Io? Io non volevo, ovvero non sapevo neanche di volere dei lettori. Scrivevo tanto di nascosto da essere l’unico lettore di me stesso. Poi ho scritto una cosa per un amico e lui ha seminato le mie parole e mi ha regalato dei “lettori”, persone che si sono prese le mie parole e me ne hanno restituite in cambio mille di più, da riscrivere ancora e poi via così. Ecco, se devo chiedere qualcosa ai miei lettori è di ridarmi indietro parole in cambio delle mie. Poi basta sostituire il termine “parole” con il termine “emozioni” e il gioco è fatto.

A te non basta la pagina?

Temo che a me non basti una vita – come da mia precedente risposta sulle vite che invento, pur di averne mille altre per le mie personalità multiple – figurarsi se può bastarmi una pagina. Vivo e scrivo, contemporaneamente, su piani paralleli che, per dirla alla Andreotti, a volte convergono e si contaminano tra loro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Fino a qualche tempo fa avrei risposto che scrivo solo per emozionarmi e per emozionare. Adesso mi sono anche dato un obiettivo più lucido, più professionale,; scrivo per raccontare la storia minima delle persone e delle società, scrivo per lasciare traccia di quegli episodi e abitudini, tradizioni che gli storici veri, i saggisti, tralasciano perché sono considerati ininfluenti nel grande disegno della Storia delle nazioni e dei popoli ( la “S” maiuscola non è casuale). Se non scrivessi io – e i malati come me – dei sandalini blu con gli occhielli, che usavamo noi bambini degli anni ’60, se non scrivessi io delle caramelle da 5 lire e degli scarpini “Valsport”, i giochi di strada e tutto quello che ci riempiva le giornate, quale sarebbe il ricordo di questi oggetti? Il ricordo di questi oggetti è importante, perché sono i dettagli che danno senso all’affresco, che fanno capire com’era e cos’era la vita vera.

Le parole come si scelgono?

Correggendo quelle sbagliate, rileggendo – con umiltà e fatica – dieci volte quel che si è scritto di getto. Ma questo è valido per me, forse per qualcuno non funziona così. Scrivo di pancia e poi lavoro per sottrazione; tra la prima stesura e la pubblicazione le mie storie dimagriscono almeno del 30%.

E le facce?

Fotografando tutte le facce che incontro, ogni giorno, ogni minuto, ovunque mi trovi. Fotografandole con gli occhi e poi richiamandole quando invento un personaggio che mi riporta quella faccia in mente. Spero tanto, ogni volta, che qualche cattivo che racconto si riconosca nella brutta faccia che gli ho dato nei miei romanzi, ma non succede mai. Nella vita “vera” tutti si sentono belli e buoni.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Piangere? Per cosa? Scrivo da quando ho sei anni, da qualche parte ho ancora nascosto ilmioprimomanoscritto scritto a quindici anni in triplice copia carta carbone sull’Olivetti “Lettera 22”; nonostante questo per mangiare il famoso pane e mortadella di cui sopra devo lavorare ogni giorno almeno otto ore in una multinazionale, facendo cose e vedendo gente che non c’entra nulla con lo scrivere. Se dovessi piangere per qualcosa dovrei farlo ora, che sono pagato per fare un lavoro che mi piace meno di quello che mi piace fare, ma per il quale non vengo pagato. Sono già rassegnato, quindi non aspetterei, né piangerei. Sopravviverei.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

La domanda che faccio a me stesso è: “pubblicherò un altro libro, eccetera?”. Che io scriva e scriverò, su questo non ho dubbi, anche perché sono già in valutazione un romanzo e un romanzo breve (chiamasi anche racconto lungo). Alla domanda “Pubblicherò” la risposta è “penso proprio di sì”.

 

Co.co.co. linguistiche (e narrative) #2

Rieccoci dopo la pausa estiva per il secondo atto di questa piccola rubrica.
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Laura Costantini e Loredana Falcone.
Si presentano così:

Siamo nate a Roma quando il mondo tirava un sospiro di sollievo dopo la fifa blu per la crisi dei missili a Cuba, ignaro che stava per assistere alla fine di due grandi uomini: J.F. Kennedy e papa Giovanni XXIII. Siamo cresciute tra sbarchi sulla Luna, contestazioni studentesche e anni di piombo. Sarà per questo che amiamo tanto la storia? Abbiamo cominciato a scrivere sui banchi di scuola, facendo credere ai prof che stavamo prendendo appunti. Ci siamo laureate insieme. Ci siamo supportate a vicenda nei passi fondamentali della vita, ma soprattutto è insieme che portiamo avanti la nostra passione: scrivere, scrivere, scrivere.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il loro lavoro:
Il destino attende a Canyon Apache, per Las Vegas Edizioni
Carne innocente, per Historica.
Inoltre potete leggere Laura Costantini anche su ScrivendoVolo, nella rubrica Scrivere Donna.

Ecco le loro risposte di  Laura Costantini e Loredana Falcone.

Per chi, a chi scrivi?

Laura: Per le storie. Per i personaggi che incontro negli sguardi e nei gesti della gente. Li sento sussurrare, chiedermi di dar loro un senso. Perché in fondo scrivere è ricreare la vita dandole una scaletta.
Lory: Per me. Scrivere è l’unico modo che conosco per prendermi una pausa dalla mia vita. Ma mi piace pensare di scrivere anche per tutti coloro che vogliono ascoltare una storia.

Le storie sono tutte buone?

Laura: Sì. Anche perché a ben guardare, da che esiste il genere umano, le storie son sempre le stesse. La differenza è chi le racconta. E non mi pare differenza da poco.
Lory: Domanda a trabocchetto. se rispondo di no posso essere tacciata di falsa modestia, se dico si… però dico si. Credo che fino ad oggi non ci sia capitato, a me e alla mia socia, di scrivere una “cagata”, si può dire?

Ma tu che vuoi dai lettori?

Laura: Che riconoscano, in ciò che scrivo, se stessi. Che si fermino su una frase e pensino “è vero, è successo anche a me di sentirmi così”. E pare che succeda abbastanza spesso.
Lory: Che mi leggano, è ovvio. Le nostre sono storie di fantasia ma anche quando non si legano al passato, come nei nostri romanzi storici, la realtà è sempre presente, trasuda dai personaggi, dalle ambientazioni, dai dialoghi. Nonostante questo io vorrei, voglio, che il lettore riesca a sognare insieme a me.

A te non basta la pagina?

Laura: La pagina è una porta che consente di passare oltre. Mi è necessaria per trovare tutto quello che c’è al di là.
Lory: Credo proprio di no, ho bisogno di ampio respiro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Laura: A scoprire che posso sorprendere e sorprendermi delle mille voci che mi si agitano dentro. E che non mi appartengono mai del tutto.
Loredana: Non so se serva a qualcosa, sicuramente serve a qualcuno, a me e a Laura. Per esprimere quella parte di noi che siamo costrette a tenere nascosta. Perché nella società in cui viviamo certi pensieri, certi sentimenti non sono apprezzati.

Le parole come si scelgono?

Laura: Sono le parole che scelgono me e non viceversa.
Loredana: Questa è una domanda a cui mi è difficile rispondere. Io credo che le parole non debbano essere scelte, credo che esse nascano insieme alle idee.

E le facce?

Laura: Le facce non si scelgono e non ci appartengono. Ognuno dei nostri personaggi ha un volto diverso per ogni singolo lettore. È l’inarrivabile potenza della parola scritta.
Loredana: Le facce nascono nel sogno, vengono plasmate della fantasia per poi trasformarsi nella mente di ognuno in ciò che deve essere.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Laura: Persevero. Li prenderò per sfinimento.
Loredana: Me ne sbatto?

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Laura: Finché avrò un filo di fiato.
Loredana: Spesso io e Laura veniamo accusate di essere troppo produttive. La critica è implicita. Lo scrittore serio è quello che soffre, che si strugge, che scrive pagine su pagine, le straccia, le riscrive, le medita, poi le rintraccia e nel frattempo si consuma nei dubbi, nelle angosce, nei “se” è nei “ma” per finire in un suicidio di “forse”. Noi no. È la pura verità. Non voglio dire che è sempre buona la prima, ma non abbiamo mai stracciato niente e la riprova è che tanti dei nostri romanzi sono il riadattamento, se mi è concesso il termine, di storie scritte molti anni fa. Comunque, per rispondere alla domanda, scriveremo un altro libro, e poi un altro ancora e ancora, perché ci piace, perché ci gratifica e anche per dar da parlare a quanti vorrebbero che smettessimo!

Quel che la rete non è

Leggo le riflessioni, questa e la successiva in particolar modo, sugli strumenti di ‘navigazione’ della produzione editoriale, che sono gli strumenti poi nelle mani delle realtà editoriali per proporre una navigazione nella propria offerta, e abbozzo una mia provocatoria tesi.
Si è organizzata negli anni una piramide di suggestioni farlocche, più o meno consapevolmente insinuate: dico piramide perché l’impressione che ho maturato produce sostanzialmente un vertice alto cui tende la gerarchia della mendace occorrenza. Questo vertice è occupato dall’approccio sistematico dei mezzi tradizionali al web, destinato a una cialtronesca rarefazione dell’oggettivo nell’apocalissi semantica del virtuale. La ‘rete’, anche in occasione dei movimenti politici più romantici del nostro tempo (dalla campagna di Obama alle ipotetiche rivoluzioni del nord Africa, per non parlare dei referendum) è stata in un certo senso ammantata di un potere che non può possedere né nel senso stretto dell’architettura telematica, né nel senso lato della condivisione di informazioni in tempo reale.
La rete non ha il potere di sovvertire il potere, né di aprire porte altrimenti chiuse – e qui vengo al focus primo del nostro discorso, ossia il fronte editoriale. La rete non è quello che il giornalismo massivo ipotizza per semplificare e arrotondare fenomeni altrimenti meno comprensibili. La rete non è molte cose, insomma. Lo dico con certezza, pur ipotizzando molte smentite, ma è per amor di brevitas che mi pongo in questo senso. La rete non amplifica, la rete non produce un cervello mondiale, la rete non protegge i deboli, non salva, non sorprende se non nella misura in cui siamo addomesticati a gestire la sorpresa. Cambia la dimensione dei “fatti”, forse. Non è poco sapere cosa accade in Giappone durante un assaggio di ben-altra-apocalisse, per bocca poi dei diretti testimoni e senza filtro (!?) persino. Ma di fondo quel che si realizza (sic) nella rete è la messa in comune di un’impressione già formata delle cose, entro cui non esistono spiragli di libertà che non siano già libertà d’analisi al di fuori della rete stessa.
Sono in gioco le libertà dei soggetti che usano la rete dunque, ispirandosi a definire l’orizzonte (informativo, ma ancor più commerciale) con un’offerta straordinariamente variegata e quindi dal potenziale rinnovato. Quel che voglio dire è: possiamo sviluppare un’abitudine all’uso di spazi e strumenti web entro cui si mimetizza il capolavoro del nuovo mercato, ossia la neutralizzazione totale del prodotto. La voce libera sostanzialmente si articola come un gusto raffinato di cui si iniziava a sentir la mancanza in gelateria. I cambiamenti “epocali” son partiti da Facebook, ci dicono a proposito dei regimi in disgrazia. Non credo ma. Il brand sulla ribellione è forse la vetta più estrema del capitale, capace di azzerare sì i costi di produzione svincolandosi persino dalle più basiche oggettivazioni del tempo denaro. Produciamo rete. Produciamo la suggestione di una democrazia mondiale. Produciamo persino nuovi dis-ordini in questa suggestione. E questi prodotti sono al momento l’aria che tiene in piedi fluttuazioni e costruisce nuove egemonie. [Per inciso: in questo ragionamento ammanto, ancor più provocatoriamente la convinzione che anche i referendum si siano vinti fuori dalla rete e senza internet si sarebbero vinti lo stesso.]
Tornando ai libri. Le piccole librerie muoiono, la grande factory costruisce centri commerciali. Vero. Il passo è già antico, però. L’acquisto in rete non è vezzo di pochi. Lo sbarco di Amazon in Italia  innesca un processo che community e social network possono e potranno solo alimentare, producendo un nuovo terreno di confronto (che la stessa grande factory aveva azzardato a soffocare in culla). Qual è lo strumento del piccolo editore per occupare un pezzo di mercato? Veder lungo, su questo. Investire nella distribuzione sul web può voler dire cavalcare l’onda. Credo poco all’ebook in sè. Credo molto alle possibilità di investimento nel web per costruire una ridefinizione di alcuni meccanismi di controllo nell’esposizione del prodotto. Le classifiche dei “più venduti” hanno le ore contate, probabilmente, così come sono al momento, ossia un catalogo che produce e conferma se stesso. Forse è ancora presto, ma ci sarà da sporcarsi le mani per occupare un pezzo di questo mercato che è la rete. Ecco, cosa può essere al momento la rete, senza timor di smentita. Un mercato dove nessuna parola è priva di collocazione, perché qualsiasi spazio è di qualcuno e produce qualcosa al di là del significato, secondo un ordine che ha la sola qualità di non esser interessato, per ora, ai significati.