Racconti #5: Softcore

Qui un giorno tanto tempo fa ho raccolto con mia sorella le meduse dall’acqua.
Le prendevamo con un secchiello di plastica bianca.
Lei arrivava vicino al mio fianco malato che girava su se stesso, di già.
Mangiando il gelato lo vedevamo entrambi che una goccia densa di crema seguiva una linea incerta e mi chiedevano tutti, ma dove va quella goccia, guarda Antonio, la sua goccia va storta.
Le mettevamo al sole e lasciavamo sparissero.
Che se ci ripenso, sai, le meduse mi fanno paura e mi chiedo come facevo allora.
Era pieno il mare e io e mia sorella che mi arrivava al fianco raccoglievamo le meduse rosa pallide che il loro grigio era falso perché non era che luce prigioniera.
Il mare era pieno di meduse per questo le raccoglievamo e le lasciavamo sparire al sole.
Che il mare da solo non ce la fa, pensavamo.
Lungo questa spiaggia c’è poco da camminare, è stretta.
Allora tornerò spesso indietro e indietro ancora.
Un giorno tanto tempo fa qui lasciavo partire delle barchette di polistirolo.
E le seguivo, le seguivo lontano che a salire sui flutti tutti sono bravi ma ad andare lontano no, spariscono sotto un’onda solo la mia barchetta vinceva il vento e tornava su che io la seguivo e non andava ancora lontano solo perché lasciarmi doveva essere difficile per la barchetta che avevo costruito.
Ma stanotte quando sarò a casa a mangiare i pesci giganteschi presi da papà o forse la pizza che quella è buonissima ma la prendiamo solo quando c’è qualcosa di importante come quella volta del pugilato tanto tanto tardi nella notte che uno aveva la faccia sanguinante e papà e io volevamo che vinceva e invece no ma era stato bravo che era arrivato in fondo e poi chissà magari alla rivincita vinceva lui. Stanotte la barchetta sarà lontana dove nessun bravo è mai arrivato, sarà dove arrivano le barchette quelle eccezionali che vincono il vento, spariscono sotto un’onda e poi tornano su.
E’ una buona idea tornare indietro. Così i piedi si bagneranno entrambi.
Un anno disgraziato sai, non potevo bagnare il destro. E allora avevo un caldo feroce e leggevo tanto che neanche a pallone potevo giocare, che rabbia. A volte però mi portavano al mare, sempre qui in questa spiaggia e li mettevo giù giù nella sabbia tutti e due, così uguali.
Il destro ne era rassicurato e il sinistro alleggerito che a sentirlo lamentarsi al destro gli si stringeva il cuore. Il sinistro sembrava sempre cercare le parole giuste ma il destro gli diceva che ne sai tu non puoi capire che vuol dire e voleva fuggire e non potendo fuggire mi doleva mi doleva prima una sola notte e poi per un anno e al sinistro gli si stringeva il cuore.
Cammino lungo la mia antica spiaggia e le curve dell’acqua sul bagnasciuga intuisco possano ripetersi uguali a guardarle per tanto tanto tempo che ne so per sempre.
E mi siedo.
E mentre mi siedo cerco di trovare la ragazza senza reggiseno che mia mamma ci nuotava insieme e ci giocava alle schiacciate in acqua e io che mi allontanavo a comprare un ghiacciolo ma da dove gli viene in mente a mamma di giocare con quella lì e tutti a guardarmi rosso ma scusa Antonio perché non ti tuffi a giocare con loro che lo sapevano che ero rosso per quella lì senza reggiseno ed era bella che c’erano anche altre ragazze vicino e tutte col reggiseno ma solo lei, la ragazza senza reggiseno, lo sai?, solo lei era bellissima. Che poi mi dissero tutti mentre mangiavo il ghiacciolo Antonio va’ da mamma e dille di venire qui un momento no ma scusa perché non andate voi tutti sto mangiando il ghiacciolo non vedete Antonio su vai a chiamare la mamma lo vedi il ghiacciolo è finito che ti mangi lo stecchino? Dov’è mamma e tutti mi indicavano il cerchio delle schiacciate e non mi indicavano mamma ma la ragazza senza reggiseno accanto a lei e poi mi guardavano rosso che tutti sapevano ero diventato rosso ma non capivano che diventavo rosso perché solo lei era bella.
Ora dormi tu su questa spiaggia antica. Accanto a te l’acqua non si arrischia lo sa che non deve svegliarti. Io vorrei mettere una mano al centro della tua schiena ma mi fermo a giocare con l’ombra.

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Racconti #4: La cena

Trovarsi intorno a un tavolo e parlare non è stato semplice.
Quando è nato Francesco – Francesco Beniamino, perché non c’è la virgola e ce l’hanno detto in prosa e musica “dovrà sempre usare tutti e due i nomi” – quando è nato nostro figlio o un po’ dopo, quando ha iniziato a sedersi nel seggiolone per le prime pappe, abbiamo scoperto che quell’unico momento faccia a faccia, dopo aver vomitato lavoro e ingurgitato noia e frustrazione era ostaggio delle sue bizze.
Non che questo ci sia poi dispiaciuto al punto da diventare un problema: le giornate troppo spesso rivivevano nei nostri racconti, persino quando cercavamo di farci coraggio a vicenda non andava mai a finire bene. Eppure, quel sentimento che era stato amore quando avevamo scelto di vivere insieme, sposarci, avere un figlio, non l’abbiamo mai perduto, ne sono sicuro: per lei, ancora oggi, mi priverei di tutto.
Non andava a finire bene, mai. Non puoi semplicemente ascoltare tutti i santi giorni una persona elencare i motivi della sua disperazione; non basta stare dalla sua parte quando l’intero pianeta sembra aver ordito trame furiose e spesse per avvincere qualsiasi tentativo di rivalsa. Non puoi, non basta e soprattutto non devi ricordare che sei arrivato a quel punto della giornata anche tu quasi senza respirare, schivando le stesse infamie, nello stesso ufficio, della stessa agenzia, per vendere le stesse notizie, usando gli stessi secchi, ridotti, abulici caratteri di ogni giorno. Mai un aggettivo, mai un’interpretazione: se va bene ci pescano sul Televideo, se va benissimo rimbalziamo sui giornali; ma in ogni caso non c’è il nostro nome.
Quando c’è stato da imboccare Francesco, nonostante non siano mancati i tentativi di discutere del caporedattore analfabeta o del direttore satanasso, ci siamo accontentati di fare i genitori: a turno mescolare, a turno provare a propinargli i pallidi intrugli vegetali che gli avrebbero fatto bene. Augurandoci che il suo buon cuore volesse esimerci dalla tortura del rifiuto e dall’ennesima cena fatta a pezzi: pezzi per terra, pezzi sui vestiti, pezzi da rimettere insieme per comporne un’altra versione più piacevole di quel passato verde in cui di nascosto infilavo un po’ di sale.
Poi Francesco ha preso a parlare lui, a chiedere con meno ingenuità e a pretendere con maggior rabbia. La sua rabbia: anno dopo anno, fino a cambiar la voce, allo spuntare dei primi peli sul viso, all’esplosione dei muscoli nella maglia e ai pugni tatuati battuti sul tavolo. Francesco ha smesso presto di parlare con noi. Forse, mi viene il dubbio, non l’ha mai fatto: ha evitato che noi affondassimo nelle nostre pene, ci ha imposto la sua rivolta, ci ha parlato sopra. Ci ha soverchiato senza alcuna fatica. E mi rendo conto, quando guardo mia moglie stasera, che siamo stanchi da sempre.
Per quanto riguarda il secondo nome, ovviamente, se n’è fregato. Di questo, però, non ho mai dubitato, io. Quel secondo nome, virgola o non virgola, era lì tanto per dargli una scelta, un’opzione pur minima, che quando scegli il nome comunque tuo figlio non ha modo di darti un’opinione. Lui dice che Beniamino suona bene per un cane. Evidentemente la sua scelta l’ha fatta. E ha scelto con la stessa nettezza molte altre cose: non che non ne abbia voluto discutere, anzi. Francesco ha sempre preteso di condividere le sue imposizioni, perché tali erano; le sue risoluzioni su quel che andava comprato, su quel che gli era dovuto, sulla natura del futuro persino; futuro che, noi non capivamo un cazzo, aveva iniziato a mostrargli segni incontrovertibili. Francesco non ha mai saltato una cena. E noi non abbiamo mai smesso di chiederci come renderlo un po’ meno infelice, un po’ meno feroce. Durante la notte, uno di schiena all’altra nel letto, senza pregare, ma solo auspicando che si potesse realizzare la sua volontà, noi sognavamo Francesco onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
Trovarsi intorno a un tavolo senza di lui questa sera non è stato semplice. Ci siamo accorti di non aver preparato nulla, pur avendo entrambi apparecchiato con molta cura. Ho preso il pane, ne ho tagliato alcune fette, le ho posate nei piatti. Lei ha riempito l’oliera, ha recuperato il sale, ha lavato i pomodori. Io ho usato il forno per seccare un po’ la mollica delle mie fette; non riesco a mangiare il pane diversamente. Lei ha iniziato subito a masticare. Ed è stato questo sfasamento, questa asincronia, a liberare a un certo punto il vuoto. Io, ancora alle prese con la mia prima razione di bruschetta, lei già a calare il sipario in un ultimo sorso d’acqua.
«Che abbiamo fatto?» mi ha chiesto.
Ho ingoiato, ho riempito il mio bicchiere ancora asciutto, non ho bevuto e ho tirato un altro morso.
«Cosa pensi?» mi ha chiesto, e non s’è mossa di un millimetro: i gomiti sul tavolo, le mani, invecchiate più di lei, dinanzi alla bocca, gli occhi come sempre gentili ma fissi a scandagliare il mio viso restio all’immediatezza di una reazione comprensibile.
Ho strappato un tovagliolo dal rotolo di carta, mi sono pulito il muso, ché ho sempre esagerato con l’olio sul pane. E col sale. Le ho risposto.
«Penso che Francesco stasera non c’è, che è con sua moglie e suo figlio finalmente, che qua tutti non potevamo più stare e che dovresti esser felice di questo».
Non sono stato all’altezza della sua domanda: un’altra costante del nostro non parlarci. Si è alzata, si è lavata le mani. Ho proseguito.
«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo fare, se n’è andato sbattendo la porta come sempre, quando usciva. Ci ha detto che siamo due stronzi, non è la prima volta. Ci ha detto che moriremo soli, e su questo ha ragione. Era orgoglioso di avercela fatta, di aver finalmente vinto a quel suo fottuto gioco, ma tu, io, cosa possiamo fare se non esser contenti per lui? L’ha beccato, finalmente: potrà godersi l’esistenza se non fa cazzate. E non le farà, è uno furbo. Di che ti preoccupi?»
Ha abbassato gli occhi. Ho ancora da finire il mio pane, ma so che piangerà ora, adesso, che dovrò consolarla in questo momento, ché non le è mai importato nulla dei miei tempi.  La stringo al petto, guardo dalla cucina il resto dell’appartamento vuoto, un ingresso ampio e le stanze intorno. Penso che dopo vent’anni dovremo cercare qualcosa di più piccolo, un affitto più conveniente.
La luce dello sgabuzzino accesa mi infastidisce. Aspetto che si calmi, poi andrò di là a spegnerla e lo farò senza che lei se ne accorga. L’ha lasciata lei accesa, ne sono certo: prima, la lattina dell’olio l’ha presa lei. Ma stasera non me la sento proprio di dirglielo; la spegnerò e non le dirò nulla.

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta “La sovranità appartiene al popolo” edita da Autodafè Edizioni all’interno del progetto editoriale Narrativo Presente. Consiglio a tutti gli scrittori, o aspiranti scrittori, di approfondire questa interessante iniziativa ancora attiva sulle pagine dell’editore.

 

Racconti #3: Vita, dolcezza e speranza nostra

-Se non la smetti di lasciare le mutande nel pigiama un giorno o l’altro te le faccio trovare nel piatto…
-Oh, sì, ho capito. Cazzo è tardi…
-Che fai, vai tu al supermercato dopo?
-Dopo? Dopo quando? Oggi ho una riunione alle cinque.
-C’è da comprare il pane, manca il detersivo per i piatti e non prendere quello che puzza d’aceto.
-Era in offerta.
-Non prenderlo, li lavo io i piatti.
-Abbiamo una lavastoviglie, forse sarebbe ora di usarla.
-Per due piatti la sera a cena? Per favore. Poi non so neanche se funziona, questa casa è bella ma ogni giorno ne scopro una.
-Arrivo in ufficio in dieci minuti, non ci sputerei sopra. Dammi un bacio.
-Muoviti che fai tardi. Ricordati di spedire il contratto del gas e della corrente. Per favore.
-Dammi un bacio. Cerco di ricordarmi.
-E il pane e…
-Ciao.

*

-Gliel’hai detto?
-Non gliel’ho ancora detto.
-Quindi che fai? Esci lo stesso per andare al lavoro?
-Sì. Non so che altro fare, non riesco a dirglielo. Abbiamo ancora soldi per un po’. Licenziato dopo aver cambiato casa per avvicinarmi all’ufficio, assurdo.
-Sto mondo è sbagliato.
-Ah, ho smesso di pensarla così. Tu piuttosto, sai che non sono dell’umore. Smettila di toccarmi la testa.
-Va bene. Ma se non è sbagliato sto mondo allora sei tu a sbagliare qualcosa.
-Sono un perdente. Anche grazie a te.
-Dici che sono le mie carezze a indebolirti?
-Forse.
-Sei così da quando eri bambino. Dici queste cose ma non le pensi.
-Ne sei sicura?
-Sì.

*

La sala d’attesa della stazione di Firenze è verde di luce fioca e muffa. Da qualche mese devo sorvegliare e rispondere ai primi quesiti della clientela. Prima mi occupavo di altre cose: mi piace il servizio sui treni, ma ho avuto un infarto e, secondo il dottore, devo evitare lo stress. Così passo le giornate raccattando giornali e buste vuote della ristorazione, controllo ogni tanto che chi entra abbia un biglietto. E sono ingrassato, non è una buona cosa.
 Non mi piace guardare la gente. Per niente. Certo se si tratta di una bella turista spagnola, allora non mi faccio pregare. Ma in generale le persone non mi interessano, almeno finché non devo necessariamente notarle. Questo tizio per esempio: viene qua ogni giorno, da due settimane. Dopo i primi cinque giorni gli ho chiesto di mostrarmi il biglietto ed effettivamente ha un ticket per il regionale: ma non parte, almeno non nelle ore in cui io presto servizio. Non è un barbone, non puzza, non beve, non chiede soldi in giro. Sta seduto, cambia posto ogni tanto, non legge, non parla al telefono, capita che si alzi ed esca, e mi dico: -Via, è andato e non torna più. Invece passano venti minuti e rientra, mi saluta, con un cenno, discreto, quando entra.

*

-Oh.
-Che è.
-Sembri stanco.
-Lo sono. Solite rotture di cazzo.
-Mi dispiace. Prima o poi ti dovranno promuovere col culo che ti fai.
-Sì, come no.
-Non essere pessimista, sono sicura che sanno quanto vali.
-Sarà.
-Senti, pensavo che dovremmo fare un figlio.
-Eh?
-Ehi, mica ti ho detto che dovremmo farlo a tre col vicino!
-No…
-Ma forse dovremmo almeno parlarne.
-Forse no.
-E’ perché sono così?
-Le tue gambe non c’entrano.
-C’entrano sempre le mie gambe, lascia perdere.
-Ti prego non parlare in questo modo, non ho la testa di sentirti. Solo… No.
-Tu con me non puoi parlare così… Dove vai?
-Esco, vado a fare un giro.

*

-Un figlio. Un figlio ti rendi conto?
-Ah, bell’idea.
-Pazza.
-Io, lei?
-Pazza lei, tu… Porca troia come faccio a trovare un po’ di pace se non mi lasci mai solo.
-Cosa?
-Va bene. Errore mio. Che devo fare? Sono stanco.
-Dille che l’ami.
-No, devo dirle che ho perso il lavoro.
-Dille che l’ami.
-Hai ragione, le dico che l’amo e che per questo non voglio fare un figlio con lei. Magari le preciso che è per colpa della carrozzella.
-No, le dici che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei.
-Ma non… Non ora, come cazzo faccio. Tu, tu che ne sai.
-Dille che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei. Poi la sollevi, la porti sul letto, la spogli delicatamente, la baci, le stringi i fianchi, fai un figlio con lei.
-Ah, ah, ah… Di’ un po’. Non è che per caso ti piace guardare?
-Sono cose belle.
-Lo sapevo, lo sapevo!!!
-Non hai capito, sciocco.
-No, sei tu a non capire. Tu un figlio te lo sei ritrovato o sbaglio? E niente meno era il figlio di Dio.

*

L’odore del caffè che servo non è invitante, ma serviamo centinaia di tazzine ogni giorno. La stazione è un gran cesso. Penso che da tempo le macchine lascino in ogni tazzina un cenno di disprezzo per chi va e per chi viene. E non importa che siano caffè lunghi o corti, o che qualcuno aggiunga il latte o esageri con lo zucchero, sembra che la macchina ci sputi dentro. Comunque la gente se ne frega. Se ne accorge, arriccia gli occhi per il disgusto e va a visitare Firenze, oppure parte maledicendola per qualche ragione. Le persone si lamentano di tutto ma non si accorgono di bere piscio. C’è un minimo numero di clienti che né partono né arrivano: sono quelli che abitano qui raccattando elemosine, perdendo tempo o lavorando in qualche ufficio delle ferrovie. Questo tizio qui, per esempio: è un mese che viene tutti i giorni, prende un caffè normale e lo carica di due bustine di zucchero. Una volta gli sorriso, so bene che fa schifo il nostro caffè. E lui ha ricambiato. Non credo di piacergli, però vorrei conoscerlo: in fin dei conti sembra distinto, non so perché abiti qui alla stazione, perché non parta mai. Ha la fede, questo è certo, è sposato. Starò buona, non voglio ricascarci.

*

-Mi fa male la schiena.
-Vuoi che chiami il dottore?
-No, è normale. A stare sempre seduta capita che un nervo si infiammi, non posso farci nulla.
-Prendi un antidolorifico se è insopportabile.
-Sì, se continua così… Vediamo qualcosa?
-Un film?
-No, poi mi addormento.
-Tanto ti addormenti comunque.
-Lo so ma non importa. Un film non mi va. Hai scaricato niente?
-Sì, ma devi dirmi precisamente che vuoi vedere, ho cinquecento giga di roba.
-Non rispondermi male. Decidi tu.
-Allora vorrei vedere un film.
-Tranne un film.
-E allora decidi tu, cazzo.
-Non ti arrabbiare! Va bene guardiamo un film allora.
-No, non mi va adesso. Dimmi che devo mettere.
-Ti ho detto decidi tu…
-Senti, domani devo alzarmi presto, vediamo se c’è qualche trasmissione idiota.
-Va bene, come vuoi.

*

-Dorme?
-Sì, dorme, l’ho portata ora a letto.
-Sei nervoso.
-Non posso mai fare quello che voglio.
-No, non puoi.
-Tu sì invece. O devo pensare che una dea non abbia niente di meglio da fare che stare qui, con me?
-Non sono una dea, lo sai. Non bestemmiare.
-Ah, permalosa. Ma sei o non sei la madre di Dio?
-Sì, ma…
-Lo so, so tutto. So la tua storia. Però per me dovresti essere una dea. Non sei manco morta.
-Sì. Ma non sono una dea.
-E’ un problema di parole. Cosa sei?
-Lascia stare, vuoi solo litigare.
-Può essere. Dovresti lasciarmi solo, ho intenzione di farmi una sega stasera.
-Ti piace?
-Mi piace? Farmi una sega? Che ne so, almeno quella è roba mia. Decido io se finire subito o dopo un’ora… Tutto qui, nelle mie mani.
-Con chi ti immagini?
-Un’orgia. Stasera sarà una successione di orge sullo schermo. Vuoi proprio restare?
-Se volessi farlo?
-Penso che non sarebbe la stessa cosa, penso che non avrebbe senso toccarmi l’uccello allora, penso che non ne posso più. Manco una sega in pace posso farmi?
-Vado, ti lascio solo. Ma sta’ calmo.
-Brava, vai, e sarò calmissimo.

*

Mi sono chiesto se quella testa di cazzo ha qualcosa da vendere qui in stazione. Secondo me spaccia roba alle fighette straniere. Lo tengo sott’occhio, è il mio territorio, se mi fotte lo fotto. Lo faccio piangere, quel bastardo. Da quanto bazzica qua intorno? E’ più di un mese. Entra in sala d’attesa e sta fermo là per non so quanto. Non penso venda lì dentro, è il modo migliore per esser ripresi dalle videocamere. L’ho seguito quando lascia la sala: prende un caffè e poi cammina lungo i binari. Si ferma e aspetta la partenza di un treno qualsiasi. L’ho visto aiutare una vecchia una volta, per un attimo ho pensato che anche lui si levasse dai coglioni. Ma niente. Ha aspettato la partenza del treno ed è tornato indietro. Forse è un pazzo, un rincoglionito, ce n’è da queste parti. Gente che si piscia addosso, che non si lava mai, gente a cui non venderei mai una dose, sono già morti. La testa di cazzo in qualche modo me lo sta mettendo in culo, lo so. Devo solo capire come. E poi lo faccio piangere, giuro.

*

-Ha chiamato il padrone di casa.
-Che vuole?
-Dice che siamo in ritardo, com’è possibile? Ti sei dimenticato di pagare sto mese?
-Sì, è tutto a posto, l’ho già sentito. Troppi casini in ufficio.
-Ah, va bene. E hanno chiamato quelli del gas per il contratto. Sono passate settimane, dovrebbe essere arrivato.
-Lo ristampo e glielo rimando. Si sarà persa la lettera.
-Fa freddo eh.
-Sì, accendi il riscaldamento.
-Acceso. Ci mette un po’ a scaldare questa casa. Ti manca mai l’altra?
-No, è solo questione di abitudine. Dovremmo uscire, ti va?
-Fa freddo!!
-Sì ma ci possiamo coprire. Andiamo a prendere una cosa calda.
-Lo sai che faccio fatica, anche un pezzo di torta se no non mi muovo.
-Va bene.
-Tutto ok?
-E certo. Ho solo un mal di testa atroce, devo trovare il vecchio berretto di lana.
-La mattina quando esci c’è un gelo, lo vedo… Ci sono tutti i vetri appannati.

*

-Va meglio oggi?
-Ah, meglio! Meglio sì… Va tutto bene.
-Perché non provi a trovare una soluzione?
-Dimmi, da lassù come ti sembrava questo mondo? Sbagliato no? E io devo metterlo a posto?
-Devi sistemare le tue cose.
-Devo. Dici. Tu, che non sei una dea ma non sei neanche morta, potresti spiegarmi come farlo?
-Ce l’hai con me, lo sento.
-Bene. Niente risposte allora?
-Prova a chiedere aiuto. A tua moglie, per esempio. Che non sa nulla ma presto saprà tutto.
-Io non posso far nulla, mia moglie può fare ancor meno. Non hai gli occhi? Quella poveraccia non cammina. Anni ci ho messo per avere quella posizione, anni a fare un lavoro di merda, che mi faceva schifo! Ma almeno pagavano, e allora zitto. Poi, un giorno, mi trovo chiuso dentro un armadio. Qualcuno mi spinge, mi trascina via. Faccio fatica a restare in piedi mentre mi spostano. Niente da aggiungere, fine della storia, sono nell’armadio e non so dove mi stanno portando.
-Non puoi chiedere che ti facciano uscire?
-Sì che posso. Apri bene le orecchie: mi fai uscire tu, mater misericordiae? Mi vuoi salvare? O devo veramente morire?
-Questa cosa della morte. Non dovresti pensarci così tanto.
-Tu non ci pensi mai, eh.
-Io ti ho visto nascere. Anche prima che nascessi io ti amavo. E vorrei fare qualcosa.
-Allora cazzo… Falla! Fa’ qualcosa! Brucia tutto con un dito! Stacca la testa ai figli di puttana che mi hanno inculato, falli piangere. Sì, falli piangere.
-Non posso.
-Chiaramente. Ma puoi chiedere a Dio no? O a Cristo? E’ tuo figlio! Fa’ finire il mondo!
-Quando urli e bestemmi mi dimentico tutto.

*

Dovevamo occupare i binari. Non eravamo tanti ma bastavamo per fermare almeno uno dei rapidi per la capitale, la cosa non sarebbe passata inosservata. Ho cercato le carrozze di prima classe e ho sbirciato nei finestrini. Niente di che, pensavo di trovare qualche qualche maledetto potente, invece solo molti portatili aperti, ma anche quelli oramai li hanno tutti. Insomma abbiamo risalito il treno prima lentamente, poi di corsa, facendo sempre più casino. E ci siamo piantati davanti: alcuni si sono stesi, altri tendevano in terra gli striscioni. Non mi piace tenere il viso coperto, ma ho imparato che se oggi gli sbirri non hanno voglia di rompermi il cazzo ché siamo tanti, poi la faccia se la ricordano. E te la fanno pagare. I cristani hanno iniziato a scendere dal treno. Finisce sempre che se la prendano con noi, non capiscono che siamo dalla loro parte. Pecore di merda, che facce di cazzo. Un fascio sui sessant’anni agitava il braccio dal basso verso l’alto, manco bastasse a farci volar via. Ho iniziato a scimmiottarlo. Qualche passeggero rideva, altri cercavano il conducente temendo chissà che cazzo potessimo fare. Poi è arrivato sto tizio. Si è avvicinato con una faccia assurda, allucinata. Piangeva e chiedeva di lasciar partire il treno. Ha detto proprio: “vi prego”. Ho subito pensato fosse uno dei tossici della stazione, ma a guardar bene non era ridotto una merda. Se non per la faccia: sembrava un sacchetto di spazzatura gonfio di roba da mangiare quella faccia. Mi ha spaventato. Ho provato a parlargli, a spiegargli che era una dimostrazione contro cristi e madonne, ma lui non ne voleva sapere: non poteva smettere di dire “Ti prego”. Non era un passeggero, voleva solo vedere il treno partire.

*

-Oh.
-Che c’è.
-Non ti alzi oggi?
-No.
-Ferie?
-No.
-Che vuol dire? Stai poco bene?
-No. Mi hanno cacciato.
-Eh?
-Mi hanno cacciato.
-Oh! Alzati, girati, spiega!
-Non abbiamo più soldi. Non posso pagare sta casa di merda. C’è solo il tuo sussidio per mangiare.
-Mio dio. Quando è successo? Ieri? No, che cazzo dico. Abbiamo finito i soldi, eppure qualcosa c’era rimasto. Da quando lo sai? Cazzo, parla!
-Due mesi.
-Tu… Non mi hai detto niente per due mesi?
-Sono stato in giro.
-In giro? In giro dove?
-Per lo più in stazione, Santa Maria Novella.
-Volevi andartene?
-No. Non lo so. Non me ne sono andato.
-E ora? Ora che cazzo dobbiamo fare? Me lo dici?
-Io non lo so. Piango.
-Che?
-Mi hanno fatto piangere.
-Dio…

*

-E’ stato bello guardarvi.
-Sei perversa, non so come fai a stare in cielo.
-Ecco, ora stai scherzando persino.
-Scherzando?
-E’ stato bello guardarvi abbracciati e poi insieme così stretti. Sembravate forti, intoccabili, invincibili.
-Stavamo scopando.
-Lo so.
-E tu guardavi?
-Eravate giganteschi, vi si vedeva dal cielo.
-Buon per te allora. E ci han guardato pure Dio e compagnia bella?
-Impossibile non vedervi.
-Mah.
-Non ti ha fatto bene?
-Tu credi?
-Pensavo.
-E allora se lo pensi tu, perché non dovrebbe essere così?
-Lei come sta?
-Lo sai.
-Te lo sto chiedendo, quindi non lo so.
-E’ morta. Non vedi? Non respira.
-Allora è così che si muore?
-Non sempre. Se ti riferisci alla scopata di prima.
-Ma sei stato tu?
-Cosa c’è, ora vuoi che ti spieghi punto per punto cosa è successo?
-Che farai ora?
-Ora mi ammazzo io. Ma non vado a scegliere un treno. Faccio esplodere la casa.
-Aspetta.
-Cosa?
-Non ti dispiace per lei?
-Tu non sei morta vero? Tu. Non. Sei. Morta! Quindi che ne sai, magari mia moglie ora è in un posto bellissimo. Magari tu, Dio e Cristo là non potete andarci. Perché voi non potete morire. Almeno non definitivamente.
-Tu credi? Ma se ci fosse questo posto meraviglioso… Dio mi avrebbe privato della morte… perché?
-Forse non voleva che neanche tu ci andassi.
-Non lo so.
-Faccio esplodere questa casa. Rimani pure. A te non succederà niente.
-No, penso che andrò via. Non ho capito molte cose di queste ultime settimane. Pensavo… Pensavo ce l’avresti fatta.
-Vado in un mondo migliore. E tu faresti bene a tornartene in cielo. Con me non puoi proprio venire.
-Ti mancherò?
-Non credo. Non credo più.
-Hai paura?
-L’unica paura che ho è quella di restare qui.
-E…
-Ciao.

Golden Goat per Il mare di spalle

Golden Goat per Il mare di spalle!!!… Grazie a Luisa Ennio (libro rivelazione) e Margherita Dolcevita (menzione speciale) di Youbookers, a Le pagine di Leda per aver ospitato su youtube la premiazione/discussione sui libri, a tutti gli intervenuti che hanno animato il dibattito. Emozionatissimo, grazie ancora.

La registrazione della serata:
http://www.youtube.com/watch?v=T0h3uuStMFc

Sono intervenuti:
Libridine http://www.youtube.com/user/libridine73
SilverReflex http://www.youtube.com/user/SilverRef…
Zumbooks http://www.youtube.com/user/zumbooks
Luisa http://www.youtube.com/user/Luisaa85
Federica http://www.youtube.com/user/MrFede85

Le pagine di Leda: http://www.youtube.com/user/LepaginediLeda

Il mare di spalle su Youbookers

Ci sono state recensioni e interviste per Il mare di spalle. Mi hanno spesso sorpreso, mi hanno gratificato, mi hanno dato un feedback a volte inatteso.
Questa recensione è di una potenza inaudita. Posso dire solo grazie a Luisa e Federica di Youbookers. Per aver letto, per aver capito il mio lavoro, per averne voluto parlare nelle loro pagine animate da competenza e passione AUTENTICA. Consiglio vivamente di scoprire questo progetto che con tanta fatica e dedizione si sta distinguendo in una zona del web in cui c’è tanto rumore.

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Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

Terzo appuntamento con le contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche (e narrative).
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Marco Proietti Mancini.

Si presenta così:
Nato con la vocazione innata a non fare nulla si ritrova sempre più anziano e sempre più con mille cose da fare, segno evidente che l’innalzamento dell’età pensionabile per lui ha senso. Ipertrofico produttore di parole – ovvero “scrittorroico” – ride di sé stesso sempre più di quanto non riescano a riderne gli altri, anche per togliere loro la soddisfazione di essere i primi. Romano tanto romano da permettersi di amare il mare senza sentirsi in colpa neanche un po’ ha accumulato in oltre mezzo secolo di vita tanti di quei ricordi da minacciare la pubblicazione di almeno una sessantina di altri romanzi. Altro? Non chiamatelo scrittore, autore, poeta o artista, altrimenti le risate su sé stesso potrebbero soffocarlo, lui si definisce scrittente e possibilmente vivente, almeno per un altro mezzo secolo.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il suo lavoro:
Roma per sempre” per Edizioni della Sera
Gli anni belli” per Edizioni della Sera
Dal prossimo 3 ottobre, Da parte di Padre in ebook, per Edizioni della Sera.
Inoltre potete trovare suoi racconti in parecchie raccolte, tra cui l’antologia “Nessuna più” pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno del “Telefono Rosa” e  “Cronache dalla fine del mondo” per Historica Edizioni.

Ecco le  risposte di Marco Proietti Mancini.

Per chi, a chi scrivi?

Per nessuno; ovvero scrivo per rispondere a una esigenza, a un istinto, non cerco nessun alibi alla mia scrittura. Scrivo per rispondere a una voce che mi detta dal dentro le parole (a dire il vero è una voce che deve appartenere a un ignorante, perché spesso mi detta degli sfondoni grammaticali vergognosi!). Quindi, dovendo essere sintetico, scrivo per obbedire a una personalità multipla e scrivo a me stesso. Poi rileggo e allora quello che ho scritto vorrei che fosse per tutti, senza distinzioni e categorie. Come le mie storie, che non appartengono a nessun “genere narrativo”.

Le storie sono tutte buone?

Sono le vite, che sono tutte buone. Se uno scrive di vite, di vite vere – o verosimili – le storie sono tutte buone. Anche se uno queste vite se le inventa, le crea. Poco fa ho scritto della poesia del panino con la mortadella, una persona mi ha risposto “mi hai fatto venire fame”, tipico esempio di una storia tanto minima da sembrare non esistere, che diventa vita. Vita vera e buona.

Ma tu che vuoi dai lettori?

Io? Io non volevo, ovvero non sapevo neanche di volere dei lettori. Scrivevo tanto di nascosto da essere l’unico lettore di me stesso. Poi ho scritto una cosa per un amico e lui ha seminato le mie parole e mi ha regalato dei “lettori”, persone che si sono prese le mie parole e me ne hanno restituite in cambio mille di più, da riscrivere ancora e poi via così. Ecco, se devo chiedere qualcosa ai miei lettori è di ridarmi indietro parole in cambio delle mie. Poi basta sostituire il termine “parole” con il termine “emozioni” e il gioco è fatto.

A te non basta la pagina?

Temo che a me non basti una vita – come da mia precedente risposta sulle vite che invento, pur di averne mille altre per le mie personalità multiple – figurarsi se può bastarmi una pagina. Vivo e scrivo, contemporaneamente, su piani paralleli che, per dirla alla Andreotti, a volte convergono e si contaminano tra loro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Fino a qualche tempo fa avrei risposto che scrivo solo per emozionarmi e per emozionare. Adesso mi sono anche dato un obiettivo più lucido, più professionale,; scrivo per raccontare la storia minima delle persone e delle società, scrivo per lasciare traccia di quegli episodi e abitudini, tradizioni che gli storici veri, i saggisti, tralasciano perché sono considerati ininfluenti nel grande disegno della Storia delle nazioni e dei popoli ( la “S” maiuscola non è casuale). Se non scrivessi io – e i malati come me – dei sandalini blu con gli occhielli, che usavamo noi bambini degli anni ’60, se non scrivessi io delle caramelle da 5 lire e degli scarpini “Valsport”, i giochi di strada e tutto quello che ci riempiva le giornate, quale sarebbe il ricordo di questi oggetti? Il ricordo di questi oggetti è importante, perché sono i dettagli che danno senso all’affresco, che fanno capire com’era e cos’era la vita vera.

Le parole come si scelgono?

Correggendo quelle sbagliate, rileggendo – con umiltà e fatica – dieci volte quel che si è scritto di getto. Ma questo è valido per me, forse per qualcuno non funziona così. Scrivo di pancia e poi lavoro per sottrazione; tra la prima stesura e la pubblicazione le mie storie dimagriscono almeno del 30%.

E le facce?

Fotografando tutte le facce che incontro, ogni giorno, ogni minuto, ovunque mi trovi. Fotografandole con gli occhi e poi richiamandole quando invento un personaggio che mi riporta quella faccia in mente. Spero tanto, ogni volta, che qualche cattivo che racconto si riconosca nella brutta faccia che gli ho dato nei miei romanzi, ma non succede mai. Nella vita “vera” tutti si sentono belli e buoni.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Piangere? Per cosa? Scrivo da quando ho sei anni, da qualche parte ho ancora nascosto ilmioprimomanoscritto scritto a quindici anni in triplice copia carta carbone sull’Olivetti “Lettera 22”; nonostante questo per mangiare il famoso pane e mortadella di cui sopra devo lavorare ogni giorno almeno otto ore in una multinazionale, facendo cose e vedendo gente che non c’entra nulla con lo scrivere. Se dovessi piangere per qualcosa dovrei farlo ora, che sono pagato per fare un lavoro che mi piace meno di quello che mi piace fare, ma per il quale non vengo pagato. Sono già rassegnato, quindi non aspetterei, né piangerei. Sopravviverei.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

La domanda che faccio a me stesso è: “pubblicherò un altro libro, eccetera?”. Che io scriva e scriverò, su questo non ho dubbi, anche perché sono già in valutazione un romanzo e un romanzo breve (chiamasi anche racconto lungo). Alla domanda “Pubblicherò” la risposta è “penso proprio di sì”.

 

Co.co.co. linguistiche (e narrative) #1

ossia
Co
ntaminazioni, compressioni, congestioni
linguistiche (e narrative) #1

Con Federico Longo, già autore di Vorrei fare il postino, esordisce questo nuovo tentativo di aggiornamento rituale. Le domande che hanno animato un incontro interessante in occasione del Festival della Letteratura saranno proposte agli autori insieme al documento di contesto scaricabile qui.
Se hai un romanzo da presentare e vuoi farlo rispondendo a queste domande proponi la tua partecipazione scrivendomi su antonio.sofia@gmail.com.

Ecco l’intervista con Federico Longo.

Per chi, a chi scrivi?

Per l’interlocutore  o gli interlocutori sconosciuti  che ho accanto quando scrivo, in questo modo mi sembra che l’attività di scrivere, in sé solitaria, sia uno scambio.
Per me è come una conversazione che però viene posticipata nel tempo, sono da solo davanti alla pagina bianca ma il tentativo è di raccontare come se ci fosse qualcuno ad ascoltare e a intervenire nel flusso della narrazione, nella ricostruzione dei fatti, nei dialoghi. Quando chiacchieriamo non sappiamo dove ci porterà la discussione, oppure se  lo sappiamo ci annoiamo a morte, così nella scrittura non mi piace l’idea che ci sia una meta in vista.

Le storie sono tutte buone?

Come dice Celati gran parte delle cose che ho occasione di leggere sono costruite per essere delle storie, perché il lettore vuole storie, perché i mass media cercano le storie da raccontare, perché quello che contano sono i fatti, meglio se penosi e meglio se raccontati in una non lingua, cioè qualcosa di asettico, neutro, astorico, che può andar bene per tutti, a tutte le latitudini, in tutti i momenti storici. Non credo quindi sia importante avere delle buone o cattive storie, quanto l’originalità e autenticità di un costrutto narrativo. L’oggetto letterario mi piace quando non svela tutto, quando le contraddizioni emergono tra le righe, quando non è un prodotto perfetto con una storia perfetta (per il lettore).

Ma tu che vuoi dai lettori?

Presuppongo l’assenza del lettore. Non ho molto da dire a qualcuno che si avvicina a un mio scritto, glielo posso porgere  ma è il lettore che deve cercare un rapporto con la scrittura e tale rapporto può rimanere privato, così il testo vive in quanto tale senza la mediazione dell’autore che non appena apre bocca lo trasforma, lo interpreta, lo rende qualcosa  di diverso da ciò che era in principio.
Non credo si debba necessariamente chiedere qualcosa  agli ipotetici lettori, non si deve necessariamente voler qualcosa da loro. Non riesco a immaginarmi il lettore, così come il senso comune lo categorizza, per cui alla fine forse non c’è davvero, quasi fosse una figura creata ad hoc per dare una risposta agli autori, agli editori, a chi gravita nel mondo della cosiddetta letteratura.

A te non basta la pagina?

A me la pagina basta eccome, anzi talvolta mi sembra anche troppo. Mi piace però l’idea che la pagina si trasformi e prenda nuova vita. Con questo intendo che la pagina scritta rischia l’immobilità e l’oblio proprio per l’assenza del lettore di cui parlavo prima. Questo non sarebbe un grande dramma e spesso infatti le pagine scritte finiscono in qualche cartella del mio pc senza che niente o nessuno faccia qualcosa per riportarle fuori. Altre volte invece, e mi sta capitando in occasione del libro da poco uscito, le pagine, attraverso lo sguardo di altri, prendono una forma nuova, vengono lette, recitate, interpretate. Il senso di tutto questo sta nel ritrovare quegli sconosciuti a cui mi rivolgo quando scrivo che si materializzano e, anche se naturalmente non sono gli stessi,  danno la loro versione della pagina, rendendola  a volte comica altre triste, incazzata o serena. Io non sono capace di fare questa operazione così complicata per cui mi fermo alla fine della pagina e lascio agli altri questo compito.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

A niente. A che serve andare a lavorare? Io ti direi a pagare l’affitto o l’assicurazione della macchina. Qualcun altro potrebbe dirti che serve a fare ingrassare il padrone, qualcun altro che serve a migliorare la situazione del paese o del mondo in cui viviamo. Non serve, esiste questo fenomeno e con questo ci dobbiamo o possiamo confrontare. Un insegnante di lettere di potrebbe dire che serve a un sacco di cose ma non credo riuscirebbe a convincermi perché potrei raggiungere le stesse cose  con altri mezzi, al di là della scrittura o, soprattutto, della lettura.

Le parole come si scelgono?

L’operazione che tento di fare è quella di riprodurre il più possibile il parlato, mi pare che la narrazione diventi più vera, più fluida, che crei una situazione riconoscibile anche se poi le pieghe della storia, che a volte c’è altre volte no, possono portare al surreale o al ridicolo. Questo in realtà porta il testo ad essere ancora più vicino a ciò che quotidianamente affrontiamo, l’assurdo e il grottesco caratterizzano in maniera decisiva il tempo che viviamo, anche se mi sembra che di questo non vi sia grande consapevolezza.

E le facce?

Le facce sono quelle di chi parla. Non ho mai riflettuto sul rapporto tra l’uso delle parole e la faccia che le accompagna. Lo scritto non svela il tono della voce che secondo me è fondamentale per immaginare un viso,  ma solo lo stato d’animo dei personaggi. Potrebbe essere una cosa interessante far disegnare i personaggi da qualche lettore, anche quando non ci sono descrizioni fisiche particolareggiate, è probabile che ci sia una corrispondenza tra le idee dell’autore e quelle del lettore. In realtà, per il mio modo di scrivere, non considero di grande importanza i volti. Quando qualcuno racconta qualcosa al bar non si sofferma molto sull’aspetto fisico o sull’espressione dei personaggi protagonisti delle vicende, sono altri gli aspetti che emergono. La faccia viene usata per caratterizzare per dare un’idea, che ne so, aveva una faccia di merda per esempio ci rimanda a un’immagine che però è soggettiva, la associamo a qualche faccia di merda che abbiamo conosciuto.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Sono abituato ad aspettare sempre qualcosa e raramente mi viene da piangere. Aspetto il treno, il bus, aspetto che inizi un film al cinema. Questa cosa di aspettare la ritrovo in tutte le cose che faccio quotidianamente e penso che il tempo nell’attesa abbia una valenza importante. Importante nella misura in cui è tempo dedicato a qualcosa di preciso che dovrà avvenire, anche se non è sempre detto che qualcosa succeda. Non direi mai, Ho aspettato per niente. In quel niente ci trovo molto: pensieri, persone, sigarette, letture, telefonate con amici, chiacchierate con sconosciuti.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

Questo del parlare dei libri che scrivo è un bel problema. Di certo ne scriverò ma non è detto che ne parlerò anche perché alla fine quelli che presentano i libri non parlano dei libri, parlano di tutto, dalla moda  alla situazione dei gamberi dell’oceano atlantico, da dove vanno in vacanza all’ultimo film visto in televisione. Non c’è cosa più difficile che parlare di un proprio testo, soprattutto quando quel testo che vai a presentare non l’ha letto nessuno, non la capisco tanto sta cosa del parlare dei propri libri come se fossero un paio di scarpe, perché questa è la sensazione che ho. Ecco, se dovessi parlare delle mie scarpe credo che avrei molte più cose da dire e avrei delle buone argomentazioni.