La fiducia è l’ipotesi di un comportamento futuro abbastanza sicura per potervi fondare un agire pratico, rappresenta uno stadio intermedio tra sapere (wissen) e ignoranza (nichtwissen) relative all’uomo. Chi sa completamente non ha bisogno di fidarsi, chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi.

Sociologie di Georg Simmel
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14/12: Qui la cioccolata non esiste

Sogni che non puoi cambiare. Tutto che si rivolta.
Niente obbedisce più.

Ho scelto questo pezzo di Lord Bean tra i tanti che meriterebbero citazione, più pertinenti al tema di questa riflessione. Perchè qui è apparentemente meno incazzato che altrove e inserire altri brani da Lingua Ferita per esempio, sarebbe stato un passo troppo breve da compiere, un movimento trascurabile nel ragionamento, dalle mazzate al mio, modestissimo blog.
Ho visto due giorni fa cosa accadeva nelle strade di Roma. Son tornato tardi dal lavoro e mi sono reso conto che ero talmente altrove da dover scrollare sabbia rossa dalle scarpe.

Il caffè due brioche, una alla marmellata, una alla crema.

Conosco, in minima parte, due aspetti della questione.
Sono stato per la strada in un corteo non autorizzato, oramai più di dieci anni fa. Eravamo pochi, non c’era la televisione. Eravamo in via Crisanzio, di fronte all’Ateneo di Bari c’era ancora il vecchio Cinema Galleria: duemilioni di posti possibili e un amico a farmi entrare gratis. Volevamo andare a piedi dall’Ateneo a Giurisprudenza, saranno cinquanta metri. Farlo in tanti, riempiendo la strada forse per quattro, cinque minuti. All’epoca l’Università di Bari, avanguardia nazionale, aveva fissato una tassa unica di iscrizione, ricordo erano 1200 euro da pagare in due soluzioni, tutti indiscriminatamente (si scoprì poi che era stato un errore del Consiglio di Amministrazione, e il provvedimento fu ritirato reintroducendo la proporzionalità al reddito e al merito). Tra il Galleria e il portone dell’Ateneo, via Crisanzio appunto e all’angolo un semaforo a segnare la svolta a destra.
Ricordo che riuscimmo a fare pochi passi: una automobilista costretta a rallentare decise di farsi strada, provò a procedere comunque. Qualcuno reagì male, diede un calcio al suo sportello e scappò via (aveva quarantanni forse, Qualcuno, non saprei dire perchè, passava le giornate a dirci cosa fare o non fare col carisma di un abat-jour, non era uno studente, non era molte cose). Arrivarono due vigili urbani sulle motociclette fiammanti, a sirene spiegate. Non eravamo molti, lo ricordo bene. E non c’era la televisione. I due vigili iniziarono a spingere, Una iniziò a insultarli (lei era incazzata, incazzata quanto minuta, voleva spaccare ogni cosa, viveva sott’acqua e cercava le gambe dei natanti). Uno dei vigili la sollevò. Giuro. La tirò su. Lei provò a dargli uno schiaffo. Noi intorno. Tra il Cinema e l’Ateneo. Si avvicinò l’altro vigile, l’avrebbero portata via, dissero e chiamarono con la radio Qualcosa. Ci spaventammo. Iniziammo a correre, eravamo bambini. Ci ritrovammo più tardi in casa di Qualcun Altro. A parlarne.
Il giorno dopo: i due vigili riultarono ricoverati in prognosi riservata sui giornali. Mi chiamò il Rettore. Chiamò me. Era un uomo verde, sulla faccia i morsi di una medusa. Sotto il viso un papillon. Mi mostrò quella che imparai a chiamare “velina della Questura”. Qualcuno, un altro Qualcuno, gliel’aveva fatta avere in via amichevole. “Due vigili sono in ospedale… Sai che significa? So chi siete, so chi è tuo padre… Dovresti lasciar perdere”.

Qui la cioccolata non esiste.

L’altro aspetto della questione che, in minima parte, conosco è Roma. Quando in televisione, due giorni fa, vedevo gli scontri per le strade di Roma provo a ricomporre la sensazione, una connessione netta col ricordo: da bambino posizionavo i soldatini di plastica, quelli piccolissimi comprati dal tabaccaio, li disponevo sui mobili della cucina. E immaginavo gli scenari della battaglia in cui i tedeschi (giallo ocra) soccombevano contro gli americani (verde scuro) e gli inglesi (grigio). La cucina. I soldatini. Non è in questione chi fossero i buoni, dio mio, non mi si equivochi. Nessuna relazione tra gli attori per le strade e i brutti colori dei miei giochi. Quel che voglio spiegare è la relazione che mi si è impressa agli occhi, tra un luogo che mi ha visto mangiare, bere, camminare, che ha ospitato i baci di mia madre o le carezze della mia ragazza, e la guerra. Ho subito pensato ai miei due fratelli più piccoli, che studiano ancora e non erano lì: Luigi a Bari aveva partecipato al corteo, tranquillamente; Alessandro, che a Roma doveva andare, era rimasto a casa per il raffreddore. Sono felice che non abbiano visto l’inferno, ho scritto su facebook. Perchè forse l’inferno temo sia qualcosa di simile;  non è detto che sia semplicemente il Male assoluto. Penso che se così fosse sarebbe assai meno potente, assai meno devastante. L’inferno è relativo. Per questo ci strazia mostrandoci l’essenza, sferzante, dell’amore che brucia e si perde.

Le corse in bicicletta, i film all’aperto, i piccioni sul balcone e le foto del mare, i sorrisi, i baci, gli occhi così vicini che non li vedi. Non li vedi più. Non li hai più visti.

Ma in fondo non cambia nulla, non ti sei mai svegliato.
E la cosa peggiore è che non sai decidere se sia un incubo o un sogno.
E intanto aspetti.
Cosa, è meglio non chiederselo.
Siamo branchi di granchi noi, con le chele dove affondano.