Racconti #3: Vita, dolcezza e speranza nostra

-Se non la smetti di lasciare le mutande nel pigiama un giorno o l’altro te le faccio trovare nel piatto…
-Oh, sì, ho capito. Cazzo è tardi…
-Che fai, vai tu al supermercato dopo?
-Dopo? Dopo quando? Oggi ho una riunione alle cinque.
-C’è da comprare il pane, manca il detersivo per i piatti e non prendere quello che puzza d’aceto.
-Era in offerta.
-Non prenderlo, li lavo io i piatti.
-Abbiamo una lavastoviglie, forse sarebbe ora di usarla.
-Per due piatti la sera a cena? Per favore. Poi non so neanche se funziona, questa casa è bella ma ogni giorno ne scopro una.
-Arrivo in ufficio in dieci minuti, non ci sputerei sopra. Dammi un bacio.
-Muoviti che fai tardi. Ricordati di spedire il contratto del gas e della corrente. Per favore.
-Dammi un bacio. Cerco di ricordarmi.
-E il pane e…
-Ciao.

*

-Gliel’hai detto?
-Non gliel’ho ancora detto.
-Quindi che fai? Esci lo stesso per andare al lavoro?
-Sì. Non so che altro fare, non riesco a dirglielo. Abbiamo ancora soldi per un po’. Licenziato dopo aver cambiato casa per avvicinarmi all’ufficio, assurdo.
-Sto mondo è sbagliato.
-Ah, ho smesso di pensarla così. Tu piuttosto, sai che non sono dell’umore. Smettila di toccarmi la testa.
-Va bene. Ma se non è sbagliato sto mondo allora sei tu a sbagliare qualcosa.
-Sono un perdente. Anche grazie a te.
-Dici che sono le mie carezze a indebolirti?
-Forse.
-Sei così da quando eri bambino. Dici queste cose ma non le pensi.
-Ne sei sicura?
-Sì.

*

La sala d’attesa della stazione di Firenze è verde di luce fioca e muffa. Da qualche mese devo sorvegliare e rispondere ai primi quesiti della clientela. Prima mi occupavo di altre cose: mi piace il servizio sui treni, ma ho avuto un infarto e, secondo il dottore, devo evitare lo stress. Così passo le giornate raccattando giornali e buste vuote della ristorazione, controllo ogni tanto che chi entra abbia un biglietto. E sono ingrassato, non è una buona cosa.
 Non mi piace guardare la gente. Per niente. Certo se si tratta di una bella turista spagnola, allora non mi faccio pregare. Ma in generale le persone non mi interessano, almeno finché non devo necessariamente notarle. Questo tizio per esempio: viene qua ogni giorno, da due settimane. Dopo i primi cinque giorni gli ho chiesto di mostrarmi il biglietto ed effettivamente ha un ticket per il regionale: ma non parte, almeno non nelle ore in cui io presto servizio. Non è un barbone, non puzza, non beve, non chiede soldi in giro. Sta seduto, cambia posto ogni tanto, non legge, non parla al telefono, capita che si alzi ed esca, e mi dico: -Via, è andato e non torna più. Invece passano venti minuti e rientra, mi saluta, con un cenno, discreto, quando entra.

*

-Oh.
-Che è.
-Sembri stanco.
-Lo sono. Solite rotture di cazzo.
-Mi dispiace. Prima o poi ti dovranno promuovere col culo che ti fai.
-Sì, come no.
-Non essere pessimista, sono sicura che sanno quanto vali.
-Sarà.
-Senti, pensavo che dovremmo fare un figlio.
-Eh?
-Ehi, mica ti ho detto che dovremmo farlo a tre col vicino!
-No…
-Ma forse dovremmo almeno parlarne.
-Forse no.
-E’ perché sono così?
-Le tue gambe non c’entrano.
-C’entrano sempre le mie gambe, lascia perdere.
-Ti prego non parlare in questo modo, non ho la testa di sentirti. Solo… No.
-Tu con me non puoi parlare così… Dove vai?
-Esco, vado a fare un giro.

*

-Un figlio. Un figlio ti rendi conto?
-Ah, bell’idea.
-Pazza.
-Io, lei?
-Pazza lei, tu… Porca troia come faccio a trovare un po’ di pace se non mi lasci mai solo.
-Cosa?
-Va bene. Errore mio. Che devo fare? Sono stanco.
-Dille che l’ami.
-No, devo dirle che ho perso il lavoro.
-Dille che l’ami.
-Hai ragione, le dico che l’amo e che per questo non voglio fare un figlio con lei. Magari le preciso che è per colpa della carrozzella.
-No, le dici che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei.
-Ma non… Non ora, come cazzo faccio. Tu, tu che ne sai.
-Dille che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei. Poi la sollevi, la porti sul letto, la spogli delicatamente, la baci, le stringi i fianchi, fai un figlio con lei.
-Ah, ah, ah… Di’ un po’. Non è che per caso ti piace guardare?
-Sono cose belle.
-Lo sapevo, lo sapevo!!!
-Non hai capito, sciocco.
-No, sei tu a non capire. Tu un figlio te lo sei ritrovato o sbaglio? E niente meno era il figlio di Dio.

*

L’odore del caffè che servo non è invitante, ma serviamo centinaia di tazzine ogni giorno. La stazione è un gran cesso. Penso che da tempo le macchine lascino in ogni tazzina un cenno di disprezzo per chi va e per chi viene. E non importa che siano caffè lunghi o corti, o che qualcuno aggiunga il latte o esageri con lo zucchero, sembra che la macchina ci sputi dentro. Comunque la gente se ne frega. Se ne accorge, arriccia gli occhi per il disgusto e va a visitare Firenze, oppure parte maledicendola per qualche ragione. Le persone si lamentano di tutto ma non si accorgono di bere piscio. C’è un minimo numero di clienti che né partono né arrivano: sono quelli che abitano qui raccattando elemosine, perdendo tempo o lavorando in qualche ufficio delle ferrovie. Questo tizio qui, per esempio: è un mese che viene tutti i giorni, prende un caffè normale e lo carica di due bustine di zucchero. Una volta gli sorriso, so bene che fa schifo il nostro caffè. E lui ha ricambiato. Non credo di piacergli, però vorrei conoscerlo: in fin dei conti sembra distinto, non so perché abiti qui alla stazione, perché non parta mai. Ha la fede, questo è certo, è sposato. Starò buona, non voglio ricascarci.

*

-Mi fa male la schiena.
-Vuoi che chiami il dottore?
-No, è normale. A stare sempre seduta capita che un nervo si infiammi, non posso farci nulla.
-Prendi un antidolorifico se è insopportabile.
-Sì, se continua così… Vediamo qualcosa?
-Un film?
-No, poi mi addormento.
-Tanto ti addormenti comunque.
-Lo so ma non importa. Un film non mi va. Hai scaricato niente?
-Sì, ma devi dirmi precisamente che vuoi vedere, ho cinquecento giga di roba.
-Non rispondermi male. Decidi tu.
-Allora vorrei vedere un film.
-Tranne un film.
-E allora decidi tu, cazzo.
-Non ti arrabbiare! Va bene guardiamo un film allora.
-No, non mi va adesso. Dimmi che devo mettere.
-Ti ho detto decidi tu…
-Senti, domani devo alzarmi presto, vediamo se c’è qualche trasmissione idiota.
-Va bene, come vuoi.

*

-Dorme?
-Sì, dorme, l’ho portata ora a letto.
-Sei nervoso.
-Non posso mai fare quello che voglio.
-No, non puoi.
-Tu sì invece. O devo pensare che una dea non abbia niente di meglio da fare che stare qui, con me?
-Non sono una dea, lo sai. Non bestemmiare.
-Ah, permalosa. Ma sei o non sei la madre di Dio?
-Sì, ma…
-Lo so, so tutto. So la tua storia. Però per me dovresti essere una dea. Non sei manco morta.
-Sì. Ma non sono una dea.
-E’ un problema di parole. Cosa sei?
-Lascia stare, vuoi solo litigare.
-Può essere. Dovresti lasciarmi solo, ho intenzione di farmi una sega stasera.
-Ti piace?
-Mi piace? Farmi una sega? Che ne so, almeno quella è roba mia. Decido io se finire subito o dopo un’ora… Tutto qui, nelle mie mani.
-Con chi ti immagini?
-Un’orgia. Stasera sarà una successione di orge sullo schermo. Vuoi proprio restare?
-Se volessi farlo?
-Penso che non sarebbe la stessa cosa, penso che non avrebbe senso toccarmi l’uccello allora, penso che non ne posso più. Manco una sega in pace posso farmi?
-Vado, ti lascio solo. Ma sta’ calmo.
-Brava, vai, e sarò calmissimo.

*

Mi sono chiesto se quella testa di cazzo ha qualcosa da vendere qui in stazione. Secondo me spaccia roba alle fighette straniere. Lo tengo sott’occhio, è il mio territorio, se mi fotte lo fotto. Lo faccio piangere, quel bastardo. Da quanto bazzica qua intorno? E’ più di un mese. Entra in sala d’attesa e sta fermo là per non so quanto. Non penso venda lì dentro, è il modo migliore per esser ripresi dalle videocamere. L’ho seguito quando lascia la sala: prende un caffè e poi cammina lungo i binari. Si ferma e aspetta la partenza di un treno qualsiasi. L’ho visto aiutare una vecchia una volta, per un attimo ho pensato che anche lui si levasse dai coglioni. Ma niente. Ha aspettato la partenza del treno ed è tornato indietro. Forse è un pazzo, un rincoglionito, ce n’è da queste parti. Gente che si piscia addosso, che non si lava mai, gente a cui non venderei mai una dose, sono già morti. La testa di cazzo in qualche modo me lo sta mettendo in culo, lo so. Devo solo capire come. E poi lo faccio piangere, giuro.

*

-Ha chiamato il padrone di casa.
-Che vuole?
-Dice che siamo in ritardo, com’è possibile? Ti sei dimenticato di pagare sto mese?
-Sì, è tutto a posto, l’ho già sentito. Troppi casini in ufficio.
-Ah, va bene. E hanno chiamato quelli del gas per il contratto. Sono passate settimane, dovrebbe essere arrivato.
-Lo ristampo e glielo rimando. Si sarà persa la lettera.
-Fa freddo eh.
-Sì, accendi il riscaldamento.
-Acceso. Ci mette un po’ a scaldare questa casa. Ti manca mai l’altra?
-No, è solo questione di abitudine. Dovremmo uscire, ti va?
-Fa freddo!!
-Sì ma ci possiamo coprire. Andiamo a prendere una cosa calda.
-Lo sai che faccio fatica, anche un pezzo di torta se no non mi muovo.
-Va bene.
-Tutto ok?
-E certo. Ho solo un mal di testa atroce, devo trovare il vecchio berretto di lana.
-La mattina quando esci c’è un gelo, lo vedo… Ci sono tutti i vetri appannati.

*

-Va meglio oggi?
-Ah, meglio! Meglio sì… Va tutto bene.
-Perché non provi a trovare una soluzione?
-Dimmi, da lassù come ti sembrava questo mondo? Sbagliato no? E io devo metterlo a posto?
-Devi sistemare le tue cose.
-Devo. Dici. Tu, che non sei una dea ma non sei neanche morta, potresti spiegarmi come farlo?
-Ce l’hai con me, lo sento.
-Bene. Niente risposte allora?
-Prova a chiedere aiuto. A tua moglie, per esempio. Che non sa nulla ma presto saprà tutto.
-Io non posso far nulla, mia moglie può fare ancor meno. Non hai gli occhi? Quella poveraccia non cammina. Anni ci ho messo per avere quella posizione, anni a fare un lavoro di merda, che mi faceva schifo! Ma almeno pagavano, e allora zitto. Poi, un giorno, mi trovo chiuso dentro un armadio. Qualcuno mi spinge, mi trascina via. Faccio fatica a restare in piedi mentre mi spostano. Niente da aggiungere, fine della storia, sono nell’armadio e non so dove mi stanno portando.
-Non puoi chiedere che ti facciano uscire?
-Sì che posso. Apri bene le orecchie: mi fai uscire tu, mater misericordiae? Mi vuoi salvare? O devo veramente morire?
-Questa cosa della morte. Non dovresti pensarci così tanto.
-Tu non ci pensi mai, eh.
-Io ti ho visto nascere. Anche prima che nascessi io ti amavo. E vorrei fare qualcosa.
-Allora cazzo… Falla! Fa’ qualcosa! Brucia tutto con un dito! Stacca la testa ai figli di puttana che mi hanno inculato, falli piangere. Sì, falli piangere.
-Non posso.
-Chiaramente. Ma puoi chiedere a Dio no? O a Cristo? E’ tuo figlio! Fa’ finire il mondo!
-Quando urli e bestemmi mi dimentico tutto.

*

Dovevamo occupare i binari. Non eravamo tanti ma bastavamo per fermare almeno uno dei rapidi per la capitale, la cosa non sarebbe passata inosservata. Ho cercato le carrozze di prima classe e ho sbirciato nei finestrini. Niente di che, pensavo di trovare qualche qualche maledetto potente, invece solo molti portatili aperti, ma anche quelli oramai li hanno tutti. Insomma abbiamo risalito il treno prima lentamente, poi di corsa, facendo sempre più casino. E ci siamo piantati davanti: alcuni si sono stesi, altri tendevano in terra gli striscioni. Non mi piace tenere il viso coperto, ma ho imparato che se oggi gli sbirri non hanno voglia di rompermi il cazzo ché siamo tanti, poi la faccia se la ricordano. E te la fanno pagare. I cristani hanno iniziato a scendere dal treno. Finisce sempre che se la prendano con noi, non capiscono che siamo dalla loro parte. Pecore di merda, che facce di cazzo. Un fascio sui sessant’anni agitava il braccio dal basso verso l’alto, manco bastasse a farci volar via. Ho iniziato a scimmiottarlo. Qualche passeggero rideva, altri cercavano il conducente temendo chissà che cazzo potessimo fare. Poi è arrivato sto tizio. Si è avvicinato con una faccia assurda, allucinata. Piangeva e chiedeva di lasciar partire il treno. Ha detto proprio: “vi prego”. Ho subito pensato fosse uno dei tossici della stazione, ma a guardar bene non era ridotto una merda. Se non per la faccia: sembrava un sacchetto di spazzatura gonfio di roba da mangiare quella faccia. Mi ha spaventato. Ho provato a parlargli, a spiegargli che era una dimostrazione contro cristi e madonne, ma lui non ne voleva sapere: non poteva smettere di dire “Ti prego”. Non era un passeggero, voleva solo vedere il treno partire.

*

-Oh.
-Che c’è.
-Non ti alzi oggi?
-No.
-Ferie?
-No.
-Che vuol dire? Stai poco bene?
-No. Mi hanno cacciato.
-Eh?
-Mi hanno cacciato.
-Oh! Alzati, girati, spiega!
-Non abbiamo più soldi. Non posso pagare sta casa di merda. C’è solo il tuo sussidio per mangiare.
-Mio dio. Quando è successo? Ieri? No, che cazzo dico. Abbiamo finito i soldi, eppure qualcosa c’era rimasto. Da quando lo sai? Cazzo, parla!
-Due mesi.
-Tu… Non mi hai detto niente per due mesi?
-Sono stato in giro.
-In giro? In giro dove?
-Per lo più in stazione, Santa Maria Novella.
-Volevi andartene?
-No. Non lo so. Non me ne sono andato.
-E ora? Ora che cazzo dobbiamo fare? Me lo dici?
-Io non lo so. Piango.
-Che?
-Mi hanno fatto piangere.
-Dio…

*

-E’ stato bello guardarvi.
-Sei perversa, non so come fai a stare in cielo.
-Ecco, ora stai scherzando persino.
-Scherzando?
-E’ stato bello guardarvi abbracciati e poi insieme così stretti. Sembravate forti, intoccabili, invincibili.
-Stavamo scopando.
-Lo so.
-E tu guardavi?
-Eravate giganteschi, vi si vedeva dal cielo.
-Buon per te allora. E ci han guardato pure Dio e compagnia bella?
-Impossibile non vedervi.
-Mah.
-Non ti ha fatto bene?
-Tu credi?
-Pensavo.
-E allora se lo pensi tu, perché non dovrebbe essere così?
-Lei come sta?
-Lo sai.
-Te lo sto chiedendo, quindi non lo so.
-E’ morta. Non vedi? Non respira.
-Allora è così che si muore?
-Non sempre. Se ti riferisci alla scopata di prima.
-Ma sei stato tu?
-Cosa c’è, ora vuoi che ti spieghi punto per punto cosa è successo?
-Che farai ora?
-Ora mi ammazzo io. Ma non vado a scegliere un treno. Faccio esplodere la casa.
-Aspetta.
-Cosa?
-Non ti dispiace per lei?
-Tu non sei morta vero? Tu. Non. Sei. Morta! Quindi che ne sai, magari mia moglie ora è in un posto bellissimo. Magari tu, Dio e Cristo là non potete andarci. Perché voi non potete morire. Almeno non definitivamente.
-Tu credi? Ma se ci fosse questo posto meraviglioso… Dio mi avrebbe privato della morte… perché?
-Forse non voleva che neanche tu ci andassi.
-Non lo so.
-Faccio esplodere questa casa. Rimani pure. A te non succederà niente.
-No, penso che andrò via. Non ho capito molte cose di queste ultime settimane. Pensavo… Pensavo ce l’avresti fatta.
-Vado in un mondo migliore. E tu faresti bene a tornartene in cielo. Con me non puoi proprio venire.
-Ti mancherò?
-Non credo. Non credo più.
-Hai paura?
-L’unica paura che ho è quella di restare qui.
-E…
-Ciao.

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Una questione di appartenenza

In queste ultime settimane ho dovuto smettere di scrivere. Per i dolori che da molti mesi non si facevano sentire ma che mi rendono impossibile l’impegno notturno.

Sto riflettendo intanto su una perplessità di fondo che potrebbe richiedere una ricollocazione geografica delle vicende narrate. La cosa non mi convince a pieno, ma inizio a sentir strette le maglie di alcune rappresentazioni, quelle che ne Il mare di spalle avevo scansato con un giusto arteficio.

Il punto è che ho l’impressione che la narrativa italiana necessiti quasi forzatamente di una collocazione provinciale caratterizzante: per ragioni non necessariamente di poetica. A volte è funzionale al pigro perseguire ricordi personali, a volte è il paradigma di un primo abbocco commerciale, a volte è la sola cosa che ci si può imporre di fare in assenza di alternative ugualmente convincenti.
Sin da piccolo non ho sentito di appartenere al territorio dove sono nato, perché i miei genitori venivano dalla provincia e a Bari non avevamo nessuno, perché non ho mai parlato bene il dialetto e per quattordici anni non sono uscito con gli amici ma con i cartoni giapponesi e i tanti libri, perché non giocavo a pallone da piccolo per una serie di problemi fisici e tifavo Roma non Bari, insomma questo può significare qualcosa. Anche che io abbia maturato un distacco che è connotazione e non constatazione di un’assenza.
Firenze la sentirò mai casa mia? Non credo, come neanche per Bari ho mai sentito un legame forte. Sia chiaro: parlo sempre di un qualcosa in sottotraccia, non dell’effettiva conoscenza dei posti o delle dinamiche culturali locali. E la stessa cosa vale in realtà per gli appartamenti, le strade, persino i luoghi di gioventù in cui ho vissuto. Siamo anche i nostri ricordi, senza dubbio, siamo i luoghi in cui abbiamo vissuto, come negarlo, ma per me è un sentimento debole, un richiamo flebile. Mi vien più facile pensare di appartenere, in mille e più particole, alle persone che ho incontrato nei miei trentaquattro anni di esistenza.

Ci devo pensare ancora, approfittando di questa pausa forzata. Da un certo punto di vista mi girano potentemente gli zebedei, perché non accetto facilmente che il corpo mi ponga dei limiti così stringenti.

Ci sono cose che non funzionano e il fatto che non funzionino non significa che non assolvano alla propria funzione. Il tempo costruisce meccanismi misteriosi finché nel tempo non si rivela l’opera a cui attendono.

Back to the Habitus

Sono a Firenze. In quella che è la mia realtà oramai da sei anni. La casetta no, è un affitto recente e si conferma accogliente.
L’Epifania mi ha restituito il calcio, la Roma ha vinto, Ranieri però è ancora lì purtroppo.
Ancora ho qualche giorno di ferie da fare, per fortuna. Non ho molta voglia di tornare al lavoro: gli ultimi mesi sono stati davvero faticosi nella testa e non solo.
Ho finito di leggere Habitus di James Flint: che dire, probabilmente prolisso, in certe fasi accusa cadute di ritmo verticali; eppure è un gran romanzo, per quello che pertiene agli intenti ambiziosi si stacca dalla medietà di molta narrativa sci-fi; la materia può darsi che a tratti sfugga dalle mani dell’autore, ma la sensazione è che avvenga come risposta al desiderio di non compiacersi nell’azione sic et simpliciter – nonostante l’ottima caratterizzazione dei personaggi, bensì di investigare il più possibile nei temi solcati dalle linee della diegesi. La creazione, la natura dell’uomo, la sua relazione con l’universo: senza il timore di cadere nel ridicolo dinanzi alle domande irrisolte, alternando prospettive sempre più definite, forse non riuscendo però a variare nello stile (cosa che avrebbe evitato alcuni appiattimenti del ritmo).
Comunque una lettura imperdibile per gli appassionati di fantascienza che sarà apprezzata anche dai più esigenti appassionati di contemporanea, in vendita a metà prezzo su IBS.

Ci si saluta, oggi, con questo pezzo di forse tardivo buon auspicio.