Empty spaces

Tardo a scrivere su queste pagine e non è un male. Sia mai che siano gli spazi vuoti a pretendere qualcosa.
Semplicemente ho poco tempo e, non è un caso, mi ritrovo a constatare anche che ho pochi soldi.
L’asilo nido, il part-time dopo la maternità di Laura, la baby-sitter, gli annessi e i connessi, hanno totalmente estinto i nostri risparmi.
E il lavoro, per ora, c’è fino a Dicembre.
Ciò nonostante non difetto di vivere la quotidianità del mio impegno precario cercando di non dovermi mai vergognare del mio lavoro. Non so che succederà dopo il Concorso, se io e Laura entreremo o saremo disoccupati. Ma ho molto a cuore che gli spazi vuoti, quei brevissimi tempi morti che posso rubare al sonno e agli spostamenti in treno, godano del privilegio di un’infunzionalità preziosa. Quando torno a casa invece sono marito e soprattutto padre: e non è un tempo “occupato”, nel senso della professione, nè un tempo infunzionale, perchè in particolar modo l’esser padre non può in nessun modo esser impegno privo di scelte e responsabilità. Ma è un tempo libero, un tempo sacro: quello a cui devo destinare il meglio del mio cuore e della mia testa. Perché mia figlia ora può imparare a esser amata e a esser compresa e questo la aiuterà a esser forte e a distinguere l’amore dalla merda in futuro. Non potrò insegnarle come vivere, ma potrò però dedicarle il meglio: è così che si fa con le persone a cui si vuole un bene talmente grande da dover immaginare che esista l’anima

Una giornata vuota

Troppo rara e rapida è la giornata vuota. Trascorsa quasi senza far nulla, con pochi ma precisi impegni, privi di interlocuzione come auspicato.
Non sono mai stato uno scansafatiche. Tuttavia consideravo possibile porre uno strato spesso di pelle tra me e l’angoscia del tempo destinato.
Al di là delle derive sovversive, o supposte tali, ero affascinato dai passaggi del Capitale in cui si sussurrava di sussunzione reale, dalle pre-tesi divulgative di Ponzio nel suo elogio dell’infunzionale, o dall’impostazione del progetto di vita cui orientare l’essere, di un Sartre volto a giustificarsi.

Ho scelto forse di giocare col fuoco, di rischiare oltre il lecito: e mi sento troppo spesso investito dal compito di vivere per lavorare, dimenticando la potenza del lavorare per vivere.
E non è un problema di pesi sostanziali, carichi o alterne fortune; semplicemente accade che si prenda la decisione di investire nella codifica più tradizionale del sacrificio, confidando nel valore dell’amore che può spiegare aspirazioni e piegare resistenze.