Tra testa e Capo

Abravanel scrive oggi sul Corriere della sera che non è importante rimuovere le materie umanistiche per privilegiare quelle scientifiche: quel che conta è il come si studia, non cosa. E così, assiepate in queste pillole di saggezza, si insinuano ispirazioni che vorrebbero ugualmente sembrare naturali, necessarie, per affrontare la riforma del sistema educativo italiano:
“Ma il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse. La specializzazione e parcellizzazione dei compiti, in fabbrica o negli uffici, è un ricordo del passato. Le persone devono saper interagire, risolvere problemi, lavorare in team, prendersi responsabilità e fare bene il loro lavoro, anche quando il capo non guarda. E’ questo che dovrebbe insegnare la scuola, e in Italia non lo fa, o non lo fa abbastanza”.
Alcune sottolineature.
La difesa del Classico nelle parole del nostro è affilata di retorica. Abravanel sta attento a non cavalcare il Renzismo tecnocratico, quello che infarcisce il populismo rottamatore. Questo lo renderebbe pleonastico, ma la Meritocrazia di cui è anfitrione è sempre qualcosa di là da venire, una promessa non mantenuta, un’applicazione che permette a qualcuno di spiegare qualcosa di ovvio.
Per Abravanel in fin dei conti studiare greco o biologia non è così diverso: bisogna “far crescere lo spirito critico e la capacità di risolvere i problemi, non di imparare a memoria soluzioni”. Difficile non essere d’accordo e non sembra una gran novità a lui stesso: “-Imparate a ragionare con la vostra testa- non è di certo l’ultima moda dell’istruzione del XXI secolo, ma è una massima ancora poco applicata in Italia”. Dunque, so what?
La scuola deve cambiare, su questo Renzi e Abravanel sono d’accordo. E non voglio entrare nel merito, la piazza in tal senso è già abbastanza affollata. Quel che mi colpisce è che chi vuole teste pensanti, ardenti di libero arbitrio e spirito critico, virgulti irriducibili che “non obbediscano a comando” in rispetto di una appresa “etica del lavoro”, poi riduca tutto a una più razionale e comprensibile funzione: come riportato su, “il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse”.
I responsabili di un presente di crisi inestimabile – oddio, sì, sono un pessimista della ragione e della volontà, mea culpa – producono sì illuminate soluzioni sempre sulle spalle di chi oggi sta imparando ad andar oltre le prime seghe, oltre la protezione o il vincolo di babbo e mamma, oltre il vomito e l’imbarazzo per tutto quel che è fuori dell’uscio di casa. Certo, noi appassionati produttori di soluzioni, divisi tra sviluppo e progresso, sappiamo cosa è meglio per voi e voi fatelo, fatelo bene, anche quando il capo non guarda.
Il lavoro, il mondo del lavoro è la grande Mammella a cui gli altri mondi devono tendere devoti e non mordere. E al mondo del lavoro non serve OGGI che si sappia effettivamente qualcosa, o che qualcosa la si sappia fare bene, meglio. No. Chi professa la Meritocrazia sa bene che la prima cosa da fare perché la valutazione si affermi come matrice del potere è rendere oggettiva la prospettiva del valutatore al valutato. La seconda è rendere incomprensibili i criteri che la traducono. La terza è aspettare che i comportamenti privilegiati dal valutatore conformino i valutati, in una tendenza più volte avvertita e misurata.
Non dovete far altro che pensare con la vostra testa!!! Anche quando IL CAPO non guarda. Ma la cosa più importante è che abbiate UN CAPO e siate IN UN TEAM A PRODURRE, COME CHIEDE IL MONDO DEL LAVORO. E che quel che fate sia importante perché risolve problemi, nient’altro. I problemi: la nuova risorsa del capitalismo post-industriale. Cosa c’è di meglio, eh, Wolf.


Probabilmente è la differenza tra testa e capo, a sancire dov’è la lama e dov’è il manico del coltello che sta incidendo un già violentato immaginario.
La tentazione che mi prende è quella della resa: e di consegnare una volta tanto il futuro a chi ci potrà sopravvivere. Perché ne sia autore, prima di sentirsene responsabile. Gli si consegni il coltello e gli si porga dinanzi il collo nudo di tutti i mondi possibili. Perché solo allora si potrà esprimere il pensiero autonomo, il giudizio, lo spirito critico su ‘sta cloaca che chiamiamo Italia: lasciando che le scelte non siano risposte dettate da un sistema che, se non vogliamo giudicare colpevole, possiamo almeno sospettare abbia dimostrato di non funzionare.

Paolo Jedlowski scrive:
“Inoltre, la flessibilità e la velocità di adattamento al mercato che le nuove imprese perseguono, comporta la ricerca di lavoratori di tipo nuovo: per poter funzionare in un mercato orientato a beni meno standardizzati di un tempo e più concorrenziale, l’impresa deve disporre a vari livelli di lavoratori capaci di comprendere esigenze mutevoli e di adattarsi a contesti diversi. L’efficienza produttiva, così, richiede di valorizzare l’esperienza […]. Si tratta di un’esperienza per certi versi smaterializzata, che ha a che fare con la gestione di informazioni e flussi comunicativi più che con oggetti da costruire e assemblare, ma è pur sempre esperienza che richiede addestramento e sapere. […] L’ambito in cui le è concesso di manifestarsi resta comunque determinato dalle logiche della produzione e della distribuzione di merci. In questo senso rimane una facoltà, se non atrofizzata, costretta a svilupparsi solo in certe direzioni”.
(da Un giorno dopo l’altro, Il Mulino, 2005, pag. 114)

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Un insegnamento

Un insegnamento che non comporta dolore non serve a nulla. Perché non si può ottenere nulla senza sacrificare qualcosa in cambio.
Tuttavia una volta che l’avrai superato e fatto tuo allora otterrai un insostituibile cuore d’acciaio.

Hiromu Arakawa, Fullmetal Alchemist.