I giovani infelici

Certo che devo esser proprio fatto male. Ma a me i professionisti delle poltrone non mi appassionano mai. Sarà che quello rappresenta stocazzo e quello avrebbe garantito stafava ma di fondo ho la sensazione che sia l’anima del Paese a essere zozza e idiota. Son qualunquista? No. Io ho molta fiducia nell’ingegno di chi non ha e si costruisce una dignità, nella voglia di chi non è e potrà diventare. Ma le colpe dei nostri padri, realmente una generazione dannata, ricadono adesso su noi figli incapaci, mediocri, vigliacchi. Nessuna speranza per questa Italia, nessuna fiducia nelle voci di piazza o di partito. Se devo sperare allora spero in chi deve ancora venire, quei figli che ora non sanno parlare, perchè di certo noi, che nel futuro saremo la conservazione di tutto questo male, saremo molto più stanchi, molto meno feroci di chi oggi ci tiene al guinzaglio e ci sputa in faccia in uno scenario di conflitto farlocco.

I giovani infelici, Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

De voto

Che degli italiani non mi fido.
Non dei potenti, non dei comuni.
Che del futuro non ho desiderio,
ne vorrei uno solo per mia figlia,
e sarà, e non sarà, un futuro.
Provo stanchezza tutti i giorni.
Vivo la disperazione e credo nella strada che faccio ogni giorno.
In quello che dico, in quello che non scelgo di essere.
Se sono stanco è solo perché non ho ceduto a nessuno diritti sul mio presente.
E mi faccio carico di ogni giorno passato.
Se sono disperato è solo perché la speranza è un vizio, un vizio che non mi posso permettere. Ma c’è molto, molto altro per cui vale la pena vivere.
C’è molto più del futuro, c’è l’amore.
Da offrire a mia figlia oggi, non domani.
Ehi, è difficile da spiegare, ma non è una brutta vita.

Doveva esser più difficile vedere le stelle

In relazione al post sul blog di Writer’s Dream: Spazzatura d’autore e il prezzo del libro

Prendendo per assunto che molti prodotti letterari realizzati da esordienti risultano insoddisfacenti per gli attendibili lettori forti di WD,  la cara Elena di Studio83 si chiede nell’accesa discussione su Facebook:

La domanda che sorgeva spontanea – e a diritto sacrosanto, imho, visto che i lettori sono il pubblico delle case editrici – è come mai si trovino così tanti brutti libri in giro. O meglio, da cosa possa dipendere un tale abbassamento della qualità.

Devo ammettere di essere un lettore poco disponibile al rischio. Ma, soprattutto quando ho la possibilità di un contatto diretto con un autore, non lesino l’investimento di qualche euro. Così mi sono fatto un’idea, probabilmente non così circoscritta  al fenomeno degli esordienti. Bensì più portata a includere una generale insoddisfazione per le produzioni originali italiche nei campi più disparati della comunicazione e della ricerca estetica. Devo comunque autocensurarmi: credo di essere al limite del pregiudizio nel valutare quel che è verbo della peninsulare stirpe.
Sì lo ammetto, un giorno qualsiasi dei miei giorni passati, un’iniezione di disprezzo mi ha ammalato il sangue: e quando ascolto e guardo un’espressione del nostro essere cultura… Rabbrividisco. Persino nel valutare me stesso. E non è spocchia compiaciuta bensì un rancore doloroso, un male che paralizza con fitte nervose: le tinte fiacche del provincialismo di irrisorio peso, la banalità di un ombellicologia applicata allo stremo, il desiderio triste e fiacco, l’appagamento brevi manu e l’aspirazione coatta. Un’etica masticata e sputata in terra, nera; la solidarietà soffocata nei suoi vagiti, coliche da primimesi. Sono i connotati della librofila oligarchia pedante che dice e disdice, ma anche della libricida orda di paria che vaga nella puzza e, compulsiva, eiacula e giacula.
Miseria ladra, dico. Non c’è speranza per questo Paese, no. E allora perchè aspettarsi bellezza? La bellezza, quella possente e pensante dell’arte che nei secoli cambia aspirazioni e declinazioni, anticipa, rilegge, dirige o si asserve – non è qui in discussione: si astiene libera, o s’accascia negletta, ai margini della grigia disgregazione. La società era di massa e temevo un conformismo bifolco; la società ora non esiste quasi più, e temo un produttivismo colluso e contuso, incapace di lasciare un segno pregnante.
Su questo violaceo livido premo quando io stesso scrivo e aspiro: arrischiando un paragrafo tra miliardi, perduto nel pulviscolo della facilitata sensatezza, mi affaccio e guardo chiaro, terribilmente terso il cielo di sera. Ma non doveva essere più difficile, per la luce, e i fumi, e l’anima de li mortacci loro… non doveva esser più difficile vedere le stelle?