Vilem Flusser, Valeria Pinto, Byung-Chul Han, Bifo…

Sto leggendo e studiando, integrando letture e studio nel mio nuovo lavoro (dall’assunzione come Ricercatore, dopo dieci anni di lavoro nella comunicazione istituzionale, sto transitando verso la ricerca educativa, in particolare con un impegno nella formazione, nello sviluppo di social network e comunità di pratica).
La fatica di questo impegno è tenere insieme tutti i pezzi. Avrei bisogno di due cervelli, mi vien da dire. E invece ho la sensazione di avere un nodo al cervello e di non ricordare perché.
Nella dispersione tuttavia riesce comunque a farsi strada la convinzione di aver selezionato una bibliografia parlante: autori che conversano tra loro in modo sorprendente, instillandomi una riflessione spaventosa quanto affascinante nelle relazioni e nelle inferenze che mi suggerisce.

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Da "Il sapere, il mercante, il guerriero", di Franco Berardi (Bifo)

Racconti #5: Softcore

Qui un giorno tanto tempo fa ho raccolto con mia sorella le meduse dall’acqua.
Le prendevamo con un secchiello di plastica bianca.
Lei arrivava vicino al mio fianco malato che girava su se stesso, di già.
Mangiando il gelato lo vedevamo entrambi che una goccia densa di crema seguiva una linea incerta e mi chiedevano tutti, ma dove va quella goccia, guarda Antonio, la sua goccia va storta.
Le mettevamo al sole e lasciavamo sparissero.
Che se ci ripenso, sai, le meduse mi fanno paura e mi chiedo come facevo allora.
Era pieno il mare e io e mia sorella che mi arrivava al fianco raccoglievamo le meduse rosa pallide che il loro grigio era falso perché non era che luce prigioniera.
Il mare era pieno di meduse per questo le raccoglievamo e le lasciavamo sparire al sole.
Che il mare da solo non ce la fa, pensavamo.
Lungo questa spiaggia c’è poco da camminare, è stretta.
Allora tornerò spesso indietro e indietro ancora.
Un giorno tanto tempo fa qui lasciavo partire delle barchette di polistirolo.
E le seguivo, le seguivo lontano che a salire sui flutti tutti sono bravi ma ad andare lontano no, spariscono sotto un’onda solo la mia barchetta vinceva il vento e tornava su che io la seguivo e non andava ancora lontano solo perché lasciarmi doveva essere difficile per la barchetta che avevo costruito.
Ma stanotte quando sarò a casa a mangiare i pesci giganteschi presi da papà o forse la pizza che quella è buonissima ma la prendiamo solo quando c’è qualcosa di importante come quella volta del pugilato tanto tanto tardi nella notte che uno aveva la faccia sanguinante e papà e io volevamo che vinceva e invece no ma era stato bravo che era arrivato in fondo e poi chissà magari alla rivincita vinceva lui. Stanotte la barchetta sarà lontana dove nessun bravo è mai arrivato, sarà dove arrivano le barchette quelle eccezionali che vincono il vento, spariscono sotto un’onda e poi tornano su.
E’ una buona idea tornare indietro. Così i piedi si bagneranno entrambi.
Un anno disgraziato sai, non potevo bagnare il destro. E allora avevo un caldo feroce e leggevo tanto che neanche a pallone potevo giocare, che rabbia. A volte però mi portavano al mare, sempre qui in questa spiaggia e li mettevo giù giù nella sabbia tutti e due, così uguali.
Il destro ne era rassicurato e il sinistro alleggerito che a sentirlo lamentarsi al destro gli si stringeva il cuore. Il sinistro sembrava sempre cercare le parole giuste ma il destro gli diceva che ne sai tu non puoi capire che vuol dire e voleva fuggire e non potendo fuggire mi doleva mi doleva prima una sola notte e poi per un anno e al sinistro gli si stringeva il cuore.
Cammino lungo la mia antica spiaggia e le curve dell’acqua sul bagnasciuga intuisco possano ripetersi uguali a guardarle per tanto tanto tempo che ne so per sempre.
E mi siedo.
E mentre mi siedo cerco di trovare la ragazza senza reggiseno che mia mamma ci nuotava insieme e ci giocava alle schiacciate in acqua e io che mi allontanavo a comprare un ghiacciolo ma da dove gli viene in mente a mamma di giocare con quella lì e tutti a guardarmi rosso ma scusa Antonio perché non ti tuffi a giocare con loro che lo sapevano che ero rosso per quella lì senza reggiseno ed era bella che c’erano anche altre ragazze vicino e tutte col reggiseno ma solo lei, la ragazza senza reggiseno, lo sai?, solo lei era bellissima. Che poi mi dissero tutti mentre mangiavo il ghiacciolo Antonio va’ da mamma e dille di venire qui un momento no ma scusa perché non andate voi tutti sto mangiando il ghiacciolo non vedete Antonio su vai a chiamare la mamma lo vedi il ghiacciolo è finito che ti mangi lo stecchino? Dov’è mamma e tutti mi indicavano il cerchio delle schiacciate e non mi indicavano mamma ma la ragazza senza reggiseno accanto a lei e poi mi guardavano rosso che tutti sapevano ero diventato rosso ma non capivano che diventavo rosso perché solo lei era bella.
Ora dormi tu su questa spiaggia antica. Accanto a te l’acqua non si arrischia lo sa che non deve svegliarti. Io vorrei mettere una mano al centro della tua schiena ma mi fermo a giocare con l’ombra.

Racconti #4: La cena

Trovarsi intorno a un tavolo e parlare non è stato semplice.
Quando è nato Francesco – Francesco Beniamino, perché non c’è la virgola e ce l’hanno detto in prosa e musica “dovrà sempre usare tutti e due i nomi” – quando è nato nostro figlio o un po’ dopo, quando ha iniziato a sedersi nel seggiolone per le prime pappe, abbiamo scoperto che quell’unico momento faccia a faccia, dopo aver vomitato lavoro e ingurgitato noia e frustrazione era ostaggio delle sue bizze.
Non che questo ci sia poi dispiaciuto al punto da diventare un problema: le giornate troppo spesso rivivevano nei nostri racconti, persino quando cercavamo di farci coraggio a vicenda non andava mai a finire bene. Eppure, quel sentimento che era stato amore quando avevamo scelto di vivere insieme, sposarci, avere un figlio, non l’abbiamo mai perduto, ne sono sicuro: per lei, ancora oggi, mi priverei di tutto.
Non andava a finire bene, mai. Non puoi semplicemente ascoltare tutti i santi giorni una persona elencare i motivi della sua disperazione; non basta stare dalla sua parte quando l’intero pianeta sembra aver ordito trame furiose e spesse per avvincere qualsiasi tentativo di rivalsa. Non puoi, non basta e soprattutto non devi ricordare che sei arrivato a quel punto della giornata anche tu quasi senza respirare, schivando le stesse infamie, nello stesso ufficio, della stessa agenzia, per vendere le stesse notizie, usando gli stessi secchi, ridotti, abulici caratteri di ogni giorno. Mai un aggettivo, mai un’interpretazione: se va bene ci pescano sul Televideo, se va benissimo rimbalziamo sui giornali; ma in ogni caso non c’è il nostro nome.
Quando c’è stato da imboccare Francesco, nonostante non siano mancati i tentativi di discutere del caporedattore analfabeta o del direttore satanasso, ci siamo accontentati di fare i genitori: a turno mescolare, a turno provare a propinargli i pallidi intrugli vegetali che gli avrebbero fatto bene. Augurandoci che il suo buon cuore volesse esimerci dalla tortura del rifiuto e dall’ennesima cena fatta a pezzi: pezzi per terra, pezzi sui vestiti, pezzi da rimettere insieme per comporne un’altra versione più piacevole di quel passato verde in cui di nascosto infilavo un po’ di sale.
Poi Francesco ha preso a parlare lui, a chiedere con meno ingenuità e a pretendere con maggior rabbia. La sua rabbia: anno dopo anno, fino a cambiar la voce, allo spuntare dei primi peli sul viso, all’esplosione dei muscoli nella maglia e ai pugni tatuati battuti sul tavolo. Francesco ha smesso presto di parlare con noi. Forse, mi viene il dubbio, non l’ha mai fatto: ha evitato che noi affondassimo nelle nostre pene, ci ha imposto la sua rivolta, ci ha parlato sopra. Ci ha soverchiato senza alcuna fatica. E mi rendo conto, quando guardo mia moglie stasera, che siamo stanchi da sempre.
Per quanto riguarda il secondo nome, ovviamente, se n’è fregato. Di questo, però, non ho mai dubitato, io. Quel secondo nome, virgola o non virgola, era lì tanto per dargli una scelta, un’opzione pur minima, che quando scegli il nome comunque tuo figlio non ha modo di darti un’opinione. Lui dice che Beniamino suona bene per un cane. Evidentemente la sua scelta l’ha fatta. E ha scelto con la stessa nettezza molte altre cose: non che non ne abbia voluto discutere, anzi. Francesco ha sempre preteso di condividere le sue imposizioni, perché tali erano; le sue risoluzioni su quel che andava comprato, su quel che gli era dovuto, sulla natura del futuro persino; futuro che, noi non capivamo un cazzo, aveva iniziato a mostrargli segni incontrovertibili. Francesco non ha mai saltato una cena. E noi non abbiamo mai smesso di chiederci come renderlo un po’ meno infelice, un po’ meno feroce. Durante la notte, uno di schiena all’altra nel letto, senza pregare, ma solo auspicando che si potesse realizzare la sua volontà, noi sognavamo Francesco onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
Trovarsi intorno a un tavolo senza di lui questa sera non è stato semplice. Ci siamo accorti di non aver preparato nulla, pur avendo entrambi apparecchiato con molta cura. Ho preso il pane, ne ho tagliato alcune fette, le ho posate nei piatti. Lei ha riempito l’oliera, ha recuperato il sale, ha lavato i pomodori. Io ho usato il forno per seccare un po’ la mollica delle mie fette; non riesco a mangiare il pane diversamente. Lei ha iniziato subito a masticare. Ed è stato questo sfasamento, questa asincronia, a liberare a un certo punto il vuoto. Io, ancora alle prese con la mia prima razione di bruschetta, lei già a calare il sipario in un ultimo sorso d’acqua.
«Che abbiamo fatto?» mi ha chiesto.
Ho ingoiato, ho riempito il mio bicchiere ancora asciutto, non ho bevuto e ho tirato un altro morso.
«Cosa pensi?» mi ha chiesto, e non s’è mossa di un millimetro: i gomiti sul tavolo, le mani, invecchiate più di lei, dinanzi alla bocca, gli occhi come sempre gentili ma fissi a scandagliare il mio viso restio all’immediatezza di una reazione comprensibile.
Ho strappato un tovagliolo dal rotolo di carta, mi sono pulito il muso, ché ho sempre esagerato con l’olio sul pane. E col sale. Le ho risposto.
«Penso che Francesco stasera non c’è, che è con sua moglie e suo figlio finalmente, che qua tutti non potevamo più stare e che dovresti esser felice di questo».
Non sono stato all’altezza della sua domanda: un’altra costante del nostro non parlarci. Si è alzata, si è lavata le mani. Ho proseguito.
«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo fare, se n’è andato sbattendo la porta come sempre, quando usciva. Ci ha detto che siamo due stronzi, non è la prima volta. Ci ha detto che moriremo soli, e su questo ha ragione. Era orgoglioso di avercela fatta, di aver finalmente vinto a quel suo fottuto gioco, ma tu, io, cosa possiamo fare se non esser contenti per lui? L’ha beccato, finalmente: potrà godersi l’esistenza se non fa cazzate. E non le farà, è uno furbo. Di che ti preoccupi?»
Ha abbassato gli occhi. Ho ancora da finire il mio pane, ma so che piangerà ora, adesso, che dovrò consolarla in questo momento, ché non le è mai importato nulla dei miei tempi.  La stringo al petto, guardo dalla cucina il resto dell’appartamento vuoto, un ingresso ampio e le stanze intorno. Penso che dopo vent’anni dovremo cercare qualcosa di più piccolo, un affitto più conveniente.
La luce dello sgabuzzino accesa mi infastidisce. Aspetto che si calmi, poi andrò di là a spegnerla e lo farò senza che lei se ne accorga. L’ha lasciata lei accesa, ne sono certo: prima, la lattina dell’olio l’ha presa lei. Ma stasera non me la sento proprio di dirglielo; la spegnerò e non le dirò nulla.

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta “La sovranità appartiene al popolo” edita da Autodafè Edizioni all’interno del progetto editoriale Narrativo Presente. Consiglio a tutti gli scrittori, o aspiranti scrittori, di approfondire questa interessante iniziativa ancora attiva sulle pagine dell’editore.

 

Racconti #3: Vita, dolcezza e speranza nostra

-Se non la smetti di lasciare le mutande nel pigiama un giorno o l’altro te le faccio trovare nel piatto…
-Oh, sì, ho capito. Cazzo è tardi…
-Che fai, vai tu al supermercato dopo?
-Dopo? Dopo quando? Oggi ho una riunione alle cinque.
-C’è da comprare il pane, manca il detersivo per i piatti e non prendere quello che puzza d’aceto.
-Era in offerta.
-Non prenderlo, li lavo io i piatti.
-Abbiamo una lavastoviglie, forse sarebbe ora di usarla.
-Per due piatti la sera a cena? Per favore. Poi non so neanche se funziona, questa casa è bella ma ogni giorno ne scopro una.
-Arrivo in ufficio in dieci minuti, non ci sputerei sopra. Dammi un bacio.
-Muoviti che fai tardi. Ricordati di spedire il contratto del gas e della corrente. Per favore.
-Dammi un bacio. Cerco di ricordarmi.
-E il pane e…
-Ciao.

*

-Gliel’hai detto?
-Non gliel’ho ancora detto.
-Quindi che fai? Esci lo stesso per andare al lavoro?
-Sì. Non so che altro fare, non riesco a dirglielo. Abbiamo ancora soldi per un po’. Licenziato dopo aver cambiato casa per avvicinarmi all’ufficio, assurdo.
-Sto mondo è sbagliato.
-Ah, ho smesso di pensarla così. Tu piuttosto, sai che non sono dell’umore. Smettila di toccarmi la testa.
-Va bene. Ma se non è sbagliato sto mondo allora sei tu a sbagliare qualcosa.
-Sono un perdente. Anche grazie a te.
-Dici che sono le mie carezze a indebolirti?
-Forse.
-Sei così da quando eri bambino. Dici queste cose ma non le pensi.
-Ne sei sicura?
-Sì.

*

La sala d’attesa della stazione di Firenze è verde di luce fioca e muffa. Da qualche mese devo sorvegliare e rispondere ai primi quesiti della clientela. Prima mi occupavo di altre cose: mi piace il servizio sui treni, ma ho avuto un infarto e, secondo il dottore, devo evitare lo stress. Così passo le giornate raccattando giornali e buste vuote della ristorazione, controllo ogni tanto che chi entra abbia un biglietto. E sono ingrassato, non è una buona cosa.
 Non mi piace guardare la gente. Per niente. Certo se si tratta di una bella turista spagnola, allora non mi faccio pregare. Ma in generale le persone non mi interessano, almeno finché non devo necessariamente notarle. Questo tizio per esempio: viene qua ogni giorno, da due settimane. Dopo i primi cinque giorni gli ho chiesto di mostrarmi il biglietto ed effettivamente ha un ticket per il regionale: ma non parte, almeno non nelle ore in cui io presto servizio. Non è un barbone, non puzza, non beve, non chiede soldi in giro. Sta seduto, cambia posto ogni tanto, non legge, non parla al telefono, capita che si alzi ed esca, e mi dico: -Via, è andato e non torna più. Invece passano venti minuti e rientra, mi saluta, con un cenno, discreto, quando entra.

*

-Oh.
-Che è.
-Sembri stanco.
-Lo sono. Solite rotture di cazzo.
-Mi dispiace. Prima o poi ti dovranno promuovere col culo che ti fai.
-Sì, come no.
-Non essere pessimista, sono sicura che sanno quanto vali.
-Sarà.
-Senti, pensavo che dovremmo fare un figlio.
-Eh?
-Ehi, mica ti ho detto che dovremmo farlo a tre col vicino!
-No…
-Ma forse dovremmo almeno parlarne.
-Forse no.
-E’ perché sono così?
-Le tue gambe non c’entrano.
-C’entrano sempre le mie gambe, lascia perdere.
-Ti prego non parlare in questo modo, non ho la testa di sentirti. Solo… No.
-Tu con me non puoi parlare così… Dove vai?
-Esco, vado a fare un giro.

*

-Un figlio. Un figlio ti rendi conto?
-Ah, bell’idea.
-Pazza.
-Io, lei?
-Pazza lei, tu… Porca troia come faccio a trovare un po’ di pace se non mi lasci mai solo.
-Cosa?
-Va bene. Errore mio. Che devo fare? Sono stanco.
-Dille che l’ami.
-No, devo dirle che ho perso il lavoro.
-Dille che l’ami.
-Hai ragione, le dico che l’amo e che per questo non voglio fare un figlio con lei. Magari le preciso che è per colpa della carrozzella.
-No, le dici che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei.
-Ma non… Non ora, come cazzo faccio. Tu, tu che ne sai.
-Dille che l’ami e che vuoi fare un figlio con lei. Poi la sollevi, la porti sul letto, la spogli delicatamente, la baci, le stringi i fianchi, fai un figlio con lei.
-Ah, ah, ah… Di’ un po’. Non è che per caso ti piace guardare?
-Sono cose belle.
-Lo sapevo, lo sapevo!!!
-Non hai capito, sciocco.
-No, sei tu a non capire. Tu un figlio te lo sei ritrovato o sbaglio? E niente meno era il figlio di Dio.

*

L’odore del caffè che servo non è invitante, ma serviamo centinaia di tazzine ogni giorno. La stazione è un gran cesso. Penso che da tempo le macchine lascino in ogni tazzina un cenno di disprezzo per chi va e per chi viene. E non importa che siano caffè lunghi o corti, o che qualcuno aggiunga il latte o esageri con lo zucchero, sembra che la macchina ci sputi dentro. Comunque la gente se ne frega. Se ne accorge, arriccia gli occhi per il disgusto e va a visitare Firenze, oppure parte maledicendola per qualche ragione. Le persone si lamentano di tutto ma non si accorgono di bere piscio. C’è un minimo numero di clienti che né partono né arrivano: sono quelli che abitano qui raccattando elemosine, perdendo tempo o lavorando in qualche ufficio delle ferrovie. Questo tizio qui, per esempio: è un mese che viene tutti i giorni, prende un caffè normale e lo carica di due bustine di zucchero. Una volta gli sorriso, so bene che fa schifo il nostro caffè. E lui ha ricambiato. Non credo di piacergli, però vorrei conoscerlo: in fin dei conti sembra distinto, non so perché abiti qui alla stazione, perché non parta mai. Ha la fede, questo è certo, è sposato. Starò buona, non voglio ricascarci.

*

-Mi fa male la schiena.
-Vuoi che chiami il dottore?
-No, è normale. A stare sempre seduta capita che un nervo si infiammi, non posso farci nulla.
-Prendi un antidolorifico se è insopportabile.
-Sì, se continua così… Vediamo qualcosa?
-Un film?
-No, poi mi addormento.
-Tanto ti addormenti comunque.
-Lo so ma non importa. Un film non mi va. Hai scaricato niente?
-Sì, ma devi dirmi precisamente che vuoi vedere, ho cinquecento giga di roba.
-Non rispondermi male. Decidi tu.
-Allora vorrei vedere un film.
-Tranne un film.
-E allora decidi tu, cazzo.
-Non ti arrabbiare! Va bene guardiamo un film allora.
-No, non mi va adesso. Dimmi che devo mettere.
-Ti ho detto decidi tu…
-Senti, domani devo alzarmi presto, vediamo se c’è qualche trasmissione idiota.
-Va bene, come vuoi.

*

-Dorme?
-Sì, dorme, l’ho portata ora a letto.
-Sei nervoso.
-Non posso mai fare quello che voglio.
-No, non puoi.
-Tu sì invece. O devo pensare che una dea non abbia niente di meglio da fare che stare qui, con me?
-Non sono una dea, lo sai. Non bestemmiare.
-Ah, permalosa. Ma sei o non sei la madre di Dio?
-Sì, ma…
-Lo so, so tutto. So la tua storia. Però per me dovresti essere una dea. Non sei manco morta.
-Sì. Ma non sono una dea.
-E’ un problema di parole. Cosa sei?
-Lascia stare, vuoi solo litigare.
-Può essere. Dovresti lasciarmi solo, ho intenzione di farmi una sega stasera.
-Ti piace?
-Mi piace? Farmi una sega? Che ne so, almeno quella è roba mia. Decido io se finire subito o dopo un’ora… Tutto qui, nelle mie mani.
-Con chi ti immagini?
-Un’orgia. Stasera sarà una successione di orge sullo schermo. Vuoi proprio restare?
-Se volessi farlo?
-Penso che non sarebbe la stessa cosa, penso che non avrebbe senso toccarmi l’uccello allora, penso che non ne posso più. Manco una sega in pace posso farmi?
-Vado, ti lascio solo. Ma sta’ calmo.
-Brava, vai, e sarò calmissimo.

*

Mi sono chiesto se quella testa di cazzo ha qualcosa da vendere qui in stazione. Secondo me spaccia roba alle fighette straniere. Lo tengo sott’occhio, è il mio territorio, se mi fotte lo fotto. Lo faccio piangere, quel bastardo. Da quanto bazzica qua intorno? E’ più di un mese. Entra in sala d’attesa e sta fermo là per non so quanto. Non penso venda lì dentro, è il modo migliore per esser ripresi dalle videocamere. L’ho seguito quando lascia la sala: prende un caffè e poi cammina lungo i binari. Si ferma e aspetta la partenza di un treno qualsiasi. L’ho visto aiutare una vecchia una volta, per un attimo ho pensato che anche lui si levasse dai coglioni. Ma niente. Ha aspettato la partenza del treno ed è tornato indietro. Forse è un pazzo, un rincoglionito, ce n’è da queste parti. Gente che si piscia addosso, che non si lava mai, gente a cui non venderei mai una dose, sono già morti. La testa di cazzo in qualche modo me lo sta mettendo in culo, lo so. Devo solo capire come. E poi lo faccio piangere, giuro.

*

-Ha chiamato il padrone di casa.
-Che vuole?
-Dice che siamo in ritardo, com’è possibile? Ti sei dimenticato di pagare sto mese?
-Sì, è tutto a posto, l’ho già sentito. Troppi casini in ufficio.
-Ah, va bene. E hanno chiamato quelli del gas per il contratto. Sono passate settimane, dovrebbe essere arrivato.
-Lo ristampo e glielo rimando. Si sarà persa la lettera.
-Fa freddo eh.
-Sì, accendi il riscaldamento.
-Acceso. Ci mette un po’ a scaldare questa casa. Ti manca mai l’altra?
-No, è solo questione di abitudine. Dovremmo uscire, ti va?
-Fa freddo!!
-Sì ma ci possiamo coprire. Andiamo a prendere una cosa calda.
-Lo sai che faccio fatica, anche un pezzo di torta se no non mi muovo.
-Va bene.
-Tutto ok?
-E certo. Ho solo un mal di testa atroce, devo trovare il vecchio berretto di lana.
-La mattina quando esci c’è un gelo, lo vedo… Ci sono tutti i vetri appannati.

*

-Va meglio oggi?
-Ah, meglio! Meglio sì… Va tutto bene.
-Perché non provi a trovare una soluzione?
-Dimmi, da lassù come ti sembrava questo mondo? Sbagliato no? E io devo metterlo a posto?
-Devi sistemare le tue cose.
-Devo. Dici. Tu, che non sei una dea ma non sei neanche morta, potresti spiegarmi come farlo?
-Ce l’hai con me, lo sento.
-Bene. Niente risposte allora?
-Prova a chiedere aiuto. A tua moglie, per esempio. Che non sa nulla ma presto saprà tutto.
-Io non posso far nulla, mia moglie può fare ancor meno. Non hai gli occhi? Quella poveraccia non cammina. Anni ci ho messo per avere quella posizione, anni a fare un lavoro di merda, che mi faceva schifo! Ma almeno pagavano, e allora zitto. Poi, un giorno, mi trovo chiuso dentro un armadio. Qualcuno mi spinge, mi trascina via. Faccio fatica a restare in piedi mentre mi spostano. Niente da aggiungere, fine della storia, sono nell’armadio e non so dove mi stanno portando.
-Non puoi chiedere che ti facciano uscire?
-Sì che posso. Apri bene le orecchie: mi fai uscire tu, mater misericordiae? Mi vuoi salvare? O devo veramente morire?
-Questa cosa della morte. Non dovresti pensarci così tanto.
-Tu non ci pensi mai, eh.
-Io ti ho visto nascere. Anche prima che nascessi io ti amavo. E vorrei fare qualcosa.
-Allora cazzo… Falla! Fa’ qualcosa! Brucia tutto con un dito! Stacca la testa ai figli di puttana che mi hanno inculato, falli piangere. Sì, falli piangere.
-Non posso.
-Chiaramente. Ma puoi chiedere a Dio no? O a Cristo? E’ tuo figlio! Fa’ finire il mondo!
-Quando urli e bestemmi mi dimentico tutto.

*

Dovevamo occupare i binari. Non eravamo tanti ma bastavamo per fermare almeno uno dei rapidi per la capitale, la cosa non sarebbe passata inosservata. Ho cercato le carrozze di prima classe e ho sbirciato nei finestrini. Niente di che, pensavo di trovare qualche qualche maledetto potente, invece solo molti portatili aperti, ma anche quelli oramai li hanno tutti. Insomma abbiamo risalito il treno prima lentamente, poi di corsa, facendo sempre più casino. E ci siamo piantati davanti: alcuni si sono stesi, altri tendevano in terra gli striscioni. Non mi piace tenere il viso coperto, ma ho imparato che se oggi gli sbirri non hanno voglia di rompermi il cazzo ché siamo tanti, poi la faccia se la ricordano. E te la fanno pagare. I cristani hanno iniziato a scendere dal treno. Finisce sempre che se la prendano con noi, non capiscono che siamo dalla loro parte. Pecore di merda, che facce di cazzo. Un fascio sui sessant’anni agitava il braccio dal basso verso l’alto, manco bastasse a farci volar via. Ho iniziato a scimmiottarlo. Qualche passeggero rideva, altri cercavano il conducente temendo chissà che cazzo potessimo fare. Poi è arrivato sto tizio. Si è avvicinato con una faccia assurda, allucinata. Piangeva e chiedeva di lasciar partire il treno. Ha detto proprio: “vi prego”. Ho subito pensato fosse uno dei tossici della stazione, ma a guardar bene non era ridotto una merda. Se non per la faccia: sembrava un sacchetto di spazzatura gonfio di roba da mangiare quella faccia. Mi ha spaventato. Ho provato a parlargli, a spiegargli che era una dimostrazione contro cristi e madonne, ma lui non ne voleva sapere: non poteva smettere di dire “Ti prego”. Non era un passeggero, voleva solo vedere il treno partire.

*

-Oh.
-Che c’è.
-Non ti alzi oggi?
-No.
-Ferie?
-No.
-Che vuol dire? Stai poco bene?
-No. Mi hanno cacciato.
-Eh?
-Mi hanno cacciato.
-Oh! Alzati, girati, spiega!
-Non abbiamo più soldi. Non posso pagare sta casa di merda. C’è solo il tuo sussidio per mangiare.
-Mio dio. Quando è successo? Ieri? No, che cazzo dico. Abbiamo finito i soldi, eppure qualcosa c’era rimasto. Da quando lo sai? Cazzo, parla!
-Due mesi.
-Tu… Non mi hai detto niente per due mesi?
-Sono stato in giro.
-In giro? In giro dove?
-Per lo più in stazione, Santa Maria Novella.
-Volevi andartene?
-No. Non lo so. Non me ne sono andato.
-E ora? Ora che cazzo dobbiamo fare? Me lo dici?
-Io non lo so. Piango.
-Che?
-Mi hanno fatto piangere.
-Dio…

*

-E’ stato bello guardarvi.
-Sei perversa, non so come fai a stare in cielo.
-Ecco, ora stai scherzando persino.
-Scherzando?
-E’ stato bello guardarvi abbracciati e poi insieme così stretti. Sembravate forti, intoccabili, invincibili.
-Stavamo scopando.
-Lo so.
-E tu guardavi?
-Eravate giganteschi, vi si vedeva dal cielo.
-Buon per te allora. E ci han guardato pure Dio e compagnia bella?
-Impossibile non vedervi.
-Mah.
-Non ti ha fatto bene?
-Tu credi?
-Pensavo.
-E allora se lo pensi tu, perché non dovrebbe essere così?
-Lei come sta?
-Lo sai.
-Te lo sto chiedendo, quindi non lo so.
-E’ morta. Non vedi? Non respira.
-Allora è così che si muore?
-Non sempre. Se ti riferisci alla scopata di prima.
-Ma sei stato tu?
-Cosa c’è, ora vuoi che ti spieghi punto per punto cosa è successo?
-Che farai ora?
-Ora mi ammazzo io. Ma non vado a scegliere un treno. Faccio esplodere la casa.
-Aspetta.
-Cosa?
-Non ti dispiace per lei?
-Tu non sei morta vero? Tu. Non. Sei. Morta! Quindi che ne sai, magari mia moglie ora è in un posto bellissimo. Magari tu, Dio e Cristo là non potete andarci. Perché voi non potete morire. Almeno non definitivamente.
-Tu credi? Ma se ci fosse questo posto meraviglioso… Dio mi avrebbe privato della morte… perché?
-Forse non voleva che neanche tu ci andassi.
-Non lo so.
-Faccio esplodere questa casa. Rimani pure. A te non succederà niente.
-No, penso che andrò via. Non ho capito molte cose di queste ultime settimane. Pensavo… Pensavo ce l’avresti fatta.
-Vado in un mondo migliore. E tu faresti bene a tornartene in cielo. Con me non puoi proprio venire.
-Ti mancherò?
-Non credo. Non credo più.
-Hai paura?
-L’unica paura che ho è quella di restare qui.
-E…
-Ciao.

Racconti #2: Ho visto una balena in cielo

Sono stato dal dottore. Le recidive sono domande, domande mal poste. Quelle della commissione di un concorso che, lo sai, sarà vinto da altri. Eppure lo provi che non si sa mai risulti idoneo, ti metti almeno in graduatoria, metti che muoia il primo e poi il secondo e quello dopo ancora fino a te, a quel punto il primo dei sopravvissuti. Io ci ho pensato, dal dottore. Perché io un concorso l’ho fatto. Sono precario da dieci anni nell’amministrazione di un ente che per ovvi motivi non nomino e ho fatto un concorso per il posto in cui lavoro. Siamo cinque. I posti sono tre e io non sono uno di quelli che vincerà, lo so già, ma non perché il curriculum non basti e forse neanche per il cognome dei miei colleghi (qualche cognome, sì peserà, forse anche qualche amicizia, ma non per la totalità dei posti, ne sono certo). Semplicemente io non vinco mai. Al massimo risulto idoneo. Per questo sono stato dal dottore e per questo vorrei ammazzare tutti quelli che hanno fatto domanda. Almeno una volta, prima di morire, vorrei vincere io.

Le recidive sono domande mal poste: tendono a non consentire le risposte attese, a prescindere. Nel mio caso il dottore mi ha chiesto se volessi un taxi per rientrare a casa, mi vedeva turbato. E io gli ho potuto solo rispondere che sarei andato a casa a piedi maledicendomi, perché mai come oggi vorrei scoparmi una puttana e a piedi, no, non ho trovato mai il coraggio di rimorchiarne una, figuriamoci in taxi. Avrei dovuto scegliere una risposta più concisa: “No, guardi, sto bene”, oppure “Sì, per favore, grazie”, o ancora “Lei è prezioso, ma non credo di potermi permettere un taxi”. Sarebbero quattro omicidi in tre mesi. Per non essere interrotto, dovrò concentrarli in un mese al massimo.

Con il cucchiaino raccolgo l’enorme quantità di zucchero che è rimasta sul fondo della tazzina. Lo porto alla bocca, lo facevo con le tazzine di mio padre da bambino. Mi piaceva e mi piace lo zucchero: tendo ad apprezzare questa mia continuità, come se le prime impressioni nel mio caso abbiano quasi la certezza di esaurire ogni mia valutazione. Vale anche per le donne. Per esempio la barista di questo vecchio locale appena rimodernato è una gran figa e, da quando hanno riaperto e l’ho vista esordire al banco, ho capito due cose: primo, non sa servire il caffè, usa tazzine troppo fredde o qualche altro cazzo, ma sempre sbaglia qualcosa; secondo, ha un debole per me, inferiore solo a quanto vorrei sbatterla  contro il muro senza neanche chiederle il nome. Calma. Non sono quel tipo di persona che queste cose le fa. O che le farebbe dopo aver saputo di dover morire in tempi brevi. No, lo dicevo solo per spiegare come quel primo attimo in cui l’ho vista, precisamente di spalle, ha definito la totalità della nostra relazione. Che lei lo sappia o meno, nel giorno in cui un’ombra enorme ha macchiato le mie lastre, non è importante. Mi sorride con gli occhi gassati e le labbra macchiate. Ricambio, un cenno lungo, no, corto. Corretto, in corsa.

Quattro omicidi in un mese, uno a settimana. Quando poi in realtà basterebbe far fuori la metà dei miei antagonisti: se ne uccidessi due, i posti a quel punto sarebbero sufficienti per tutti. Però si porrebbero ancora due problemi: primo, non saprei con quale criterio scegliere chi uccidere; secondo, non mi interessa il piazzamento, voglio trionfare. Amo elencare le cose, questo è sicuro. Primo. Secondo. Ma non mi fermo solo a due punti, quasi mai. Lo faccio, mi fermo a due rinunciando magari a qualche sfumatura, quando non ho molta confidenza e ho paura di annoiare. Oppure se effettivamente le alternative, o meglio, gli elementi della successione sono proprio due. Ma è raro, quasi impossibile che io non riesca a trovare un terzo elemento, o un quarto. Posso addirittura ipotizzare di poter prolungare a mio piacimento qualsiasi elenco. I peggiori elenchi però sono di due tipi: primo, quelli modello Olimpiadi, da tre elementi e basta; secondo, quelli pitagorici, le progressioni fino a dieci. In tutti e due i casi si dà la sensazione di aver chiuso un discorso o, peggio, le argomentazioni possibili. Un’integrazione sarebbe disastrosa: qualcuno potrebbe alzare la mano e dire: “Ehi, ma io ho un quarto punto!”, oppure “Guardi che c’è un’eventualità che non ha considerato, un’undicesima eventualità!”. Figuraccia meschina che non auguro a nessuno. Quattro e undici sono due numeri utili per il poker e per il calcio; e basta. Ma se dovessi esser messo alle strette preferirei sempre evitare elenchi da tre e dieci elementi, a costo di barare, aggiungendo un paio di ridondanze. O potrei scegliere la reticenza, ma elencare in difetto è pericoloso per altro verso. Mai permettere a qualcuno di completare il tuo elenco con un ultimo tassello. E quando arrivi a due, o a nove, la tentazione c’è per tutti. Anche per i santi, sappilo. Ok, il discorso s’è fatto troppo tecnico. Problema mio.

Quanto ho confidato rispetto alla barista potrebbe però compromettere l’interpretazione della mia situazione. Non sono solo, nel senso che ho una compagna. E posso umilmente ammettere di non aver mai avuto problemi ad averne una. Se penso certe cose su altre donne non vuol dire che metta le corna a quella con cui sto, non potrei mai. I sensi di colpa sono fiele e per questo io non tradisco mai, neanche per un pompino. O per un bacio. Qualsiasi cosa che insinui i sensi di colpa va prevenuta se si ha interesse a tenere un rapporto in piedi. Per esempio adesso dovrei accompagnare Viola in una passeggiata. E darle l’esito degli esami. Non stiamo insieme da molto, non sa dell’intervento, né delle recidive, pensa di avere tra le mani un degno esemplare di essere umano, più o meno desiderabile, funzionante fino a prova contraria. Perché non glielo dico? Ci starei troppo di merda. Le rovinerei i prossimi mesi e forse persino quelli dopo. Se fosse lei a dover morire non credo che potrei perdonarle di avermi dato un preavviso così ampio.

Eppure in fondo dubito. E mi solletica la tentazione di parlare. ‘Fanculo, mi va di dirglielo e basta, di vedere la sua faccia. “E così mentre mi scopavi un gruppo di cellule si ribellava alle mie decisioni, anche a quella di stare con te probabilmente, e prendeva possesso del mio corpo. Se vuoi avere la stessa importanza per me, dovrai uccidermi più del cancro. Capisci? Non puoi competere con questo amore”. Passo. Non torno, un contrattempo. Le mando un messaggio, almeno per oggi mi invento una cazzata e non vado da lei. Nessuna puttana, nessuna barista, non ucciderò nessuno, non sposerò Viola.
Digito. Sono lento. Poche parole. “…A domani”.
Invio.
Sulle colline, una balena carica di pioggia si muove rapida nonostante la mole.

 

Racconti #1: Killer

Lasciò la motocicletta al bordo della strada. Nulla davanti sembrava distogliere l’orizzonte dai suoi sani principi; alle spalle lo stesso rigido confine tra terra ed etere, inutile sezione, vista la straordinaria chiarezza della sabbia e l’infelice nitidezza dell’aria. Un cespuglio fatuo, secco sulle punte non poté schivare l’ombra del mezzo, perpendicolare alla piazzola.
La stazione di servizio era stata poggiata lì, poco distante, da qualche scenografo non particolarmente originale. Che non aveva trascurato di includervi una solenne tavola calda: la ruggine aveva attaccato ogni spigolo, ogni chiusura, fornendo a tutta la struttura la coerenza di contorni rinvigoriti dal tempo.
Entrò. Nessun cliente: difficile pensare che quella bettola potesse mai essere stata affollata. Si avvicinò al banco; una donna, forse agghindata da anni nello stesso costume, era intenta a lucidare una pirofila sadicamente ovale, poco interessata a chiedergli un’ordinazione.
Grugnì infastidito allora e si scelse un posto. Tavolini brevi, sedie di plastica rossa.
Appena fu seduto la donna sguainò un libretto ingiallito e lo raggiunse; prese l’ordine: delle uova e un succo di mirtillo. “Bene”.
Pochi minuti trascorsero inutilmente. Alcuni poster della Propaganda, affissi senza troppa attenzione, rispondevano petulanti a un ventilatore; sul ripiano dove un tempo, forse, c’era stato un televisore, troneggiava il busto del Mastro.
“Merda”. Farfugliò cercando un posacenere. Inutile. Non aveva sigarette. Ed era vietato fumare. Nel rovistare la tasca interna sentì il ferro ancora caldo della pistola. L’accarezzò, con soddisfazione. Fuggevole il pensiero a Night: l’aveva lasciata nuda dormire, con un assegno ricco di equivoci e un biglietto povero di scuse.
Le uova. Splendidamente dorate in superficie, contorte e sfregiate come il lungo racconto di un vecchio. Cercò lo sguardo della donna per darle un cenno di approvazione, ma quella era di nuovo immersa nel lavabo a consumare l’incauta pirofila.
Strappò il burro al palato, iniettando il mirtillo, una prima dose. In lontananza echeggiavano i battiti di un cuore gigante: gli elicotteri dei Nuclei Speciali affollavano lo spazio sulla Capitale. Finì di bere, lasciò i soldi del conto sul tavolo e raggiunse l’uscita. “Il Mastro è morto, liberati di quell’orrore”. La donna si fermò. “Arrivederci e grazie”, le scappò di dire; un cerchio perfetto, teso a lambire la porta già chiusa.
Non la sentì, ma l’immaginò senza errore.
“Addio, Night”, nessuna possibilità di tornare indietro. Finché ne ebbe forza proseguì verso la strada, continuando a lasciare un segno scuro; la punteggiatura del sangue aveva legato ogni suo passo al precedente, inesorabili cenni della fine del mondo com’era stato.

Racconti #0: I don’t like mondays

Sto pensando di mettere insieme alcuni vecchi racconti e di scriverne di nuovi, mettendo per un po’ da parte la scrittura in lungometraggio. 
Non ho ben chiaro strutturare la cosa, ci sto pensando. Intanto pubblico uno scritto di alcuni mesi fa, ancora inedito, su queste pagine.
Mi farebbe molto piacere leggere i commenti di chi passa. Grazie per la lettura.

I don’t like mondays

Tu non hai mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Siamo stati tu e io. E non ero io a risolvere i problemi.
Mia madre ti ha chiesto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada c’eravamo io, te e i resti dell’inferno che era passato: “Devi tenerla lontana dal sole, lei è bionda, com’ero io”.
Lei che i capelli li aveva persi tutti da ragazza, una strega per le bambine più piccole, non una parola gentile per chi pure l’avesse voluta ascoltare.

E siamo stati attenti. Abbiamo preferito gli inverni per passeggiare, abbiamo scelto la pioggia per correre, la notte per nuotare.
Ho imparato le cose dell’amore. Per te. L’ombra mi ha concesso di ascoltarti chiamare il mio nome e stavo bene quando restavi in silenzio e non mi guardavi.
Mi hai detto ogni giorno: “Va tutto bene”. E ogni giorno tornavi e ti pulivo le unghie, che odiavi averle nere e non mi toccavi.

Io ti rispondevo. Ogni giorno. Ma quando eri già abbastanza lontano da non sentire, dopo aver chiuso la porta, lasciando fuori l’inferno che era passato. Ti rispondevo senza parole, come una bestia che ha scoperto il modo perfetto per rendere la pace, e tornavo a letto per non dormire mai davanti a te.
Siamo sempre stati tu e io e non mi chiedevi mai aiuto, né ti lamentavi.

Io non ho mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Mio padre ti ha detto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada l’inferno era a pezzi e ci camminavamo sopra, senza scarpe: “Non ce la farai, fallirai come io ho fallito”. Eppure non l’hai ascoltato, lui che non aveva mai imparato a scrivere, né a contare, portava a casa libri e quaderni di bambini. Mentre tu porti il gesso del cantiere e la polvere e i graffi e il rumore.

Ti ho detto, era un mattino di fine marzo: “Sono incinta”. E da quella primavera, sei tornato sempre un minuto prima e un minuto prima ancora. La pelle delle tue mani si è addolcita. Ti portavi un cambio e sembravi un figurino, nonostante tutto non hai mai avuto delle grosse spalle. Per nove mesi. Un minuto e un minuto prima ancora.
E siamo stati felici quando è nata Nina, nata piccola, bionda come me e le foglie d’autunno. L’hai tenuta in braccio, le hai cantato qualcosa ma non ho capito; mentre sanguinavo, vi vedevo e vi amavo. Ci amavamo.

Siamo stati madre e padre per tutto un inverno.
Nina dipendeva da me in tutto, ma io non ho mai pensato di poter restare sola. Se avessi risposto al telefono la prima volta avrebbero usato certamente altre parole. Ma dormivamo. Se avessi risposto al telefono la seconda volta avrebbero usato certamente un altro tono. Ma facevamo il bagno. Ho risposto al telefono la terza volta, quando tu eri già morto. E ho avuto troppa paura.
Ho avuto paura di restare sola, di non farcela. Ho avuto paura e io non avevo mai avuto paura.
Una mia decisione.
Sono uscita per strada di corsa con Nina tra le braccia. C’era il sole, lo sapevo, l’ho sempre sentito il sole là fuori, oltre le tende, oltre le pareti, il sole e l’inferno.
Ho aspettato il fuoco, Nina non ha pianto.