Racconti #2: Ho visto una balena in cielo

Sono stato dal dottore. Le recidive sono domande, domande mal poste. Quelle della commissione di un concorso che, lo sai, sarà vinto da altri. Eppure lo provi che non si sa mai risulti idoneo, ti metti almeno in graduatoria, metti che muoia il primo e poi il secondo e quello dopo ancora fino a te, a quel punto il primo dei sopravvissuti. Io ci ho pensato, dal dottore. Perché io un concorso l’ho fatto. Sono precario da dieci anni nell’amministrazione di un ente che per ovvi motivi non nomino e ho fatto un concorso per il posto in cui lavoro. Siamo cinque. I posti sono tre e io non sono uno di quelli che vincerà, lo so già, ma non perché il curriculum non basti e forse neanche per il cognome dei miei colleghi (qualche cognome, sì peserà, forse anche qualche amicizia, ma non per la totalità dei posti, ne sono certo). Semplicemente io non vinco mai. Al massimo risulto idoneo. Per questo sono stato dal dottore e per questo vorrei ammazzare tutti quelli che hanno fatto domanda. Almeno una volta, prima di morire, vorrei vincere io.

Le recidive sono domande mal poste: tendono a non consentire le risposte attese, a prescindere. Nel mio caso il dottore mi ha chiesto se volessi un taxi per rientrare a casa, mi vedeva turbato. E io gli ho potuto solo rispondere che sarei andato a casa a piedi maledicendomi, perché mai come oggi vorrei scoparmi una puttana e a piedi, no, non ho trovato mai il coraggio di rimorchiarne una, figuriamoci in taxi. Avrei dovuto scegliere una risposta più concisa: “No, guardi, sto bene”, oppure “Sì, per favore, grazie”, o ancora “Lei è prezioso, ma non credo di potermi permettere un taxi”. Sarebbero quattro omicidi in tre mesi. Per non essere interrotto, dovrò concentrarli in un mese al massimo.

Con il cucchiaino raccolgo l’enorme quantità di zucchero che è rimasta sul fondo della tazzina. Lo porto alla bocca, lo facevo con le tazzine di mio padre da bambino. Mi piaceva e mi piace lo zucchero: tendo ad apprezzare questa mia continuità, come se le prime impressioni nel mio caso abbiano quasi la certezza di esaurire ogni mia valutazione. Vale anche per le donne. Per esempio la barista di questo vecchio locale appena rimodernato è una gran figa e, da quando hanno riaperto e l’ho vista esordire al banco, ho capito due cose: primo, non sa servire il caffè, usa tazzine troppo fredde o qualche altro cazzo, ma sempre sbaglia qualcosa; secondo, ha un debole per me, inferiore solo a quanto vorrei sbatterla  contro il muro senza neanche chiederle il nome. Calma. Non sono quel tipo di persona che queste cose le fa. O che le farebbe dopo aver saputo di dover morire in tempi brevi. No, lo dicevo solo per spiegare come quel primo attimo in cui l’ho vista, precisamente di spalle, ha definito la totalità della nostra relazione. Che lei lo sappia o meno, nel giorno in cui un’ombra enorme ha macchiato le mie lastre, non è importante. Mi sorride con gli occhi gassati e le labbra macchiate. Ricambio, un cenno lungo, no, corto. Corretto, in corsa.

Quattro omicidi in un mese, uno a settimana. Quando poi in realtà basterebbe far fuori la metà dei miei antagonisti: se ne uccidessi due, i posti a quel punto sarebbero sufficienti per tutti. Però si porrebbero ancora due problemi: primo, non saprei con quale criterio scegliere chi uccidere; secondo, non mi interessa il piazzamento, voglio trionfare. Amo elencare le cose, questo è sicuro. Primo. Secondo. Ma non mi fermo solo a due punti, quasi mai. Lo faccio, mi fermo a due rinunciando magari a qualche sfumatura, quando non ho molta confidenza e ho paura di annoiare. Oppure se effettivamente le alternative, o meglio, gli elementi della successione sono proprio due. Ma è raro, quasi impossibile che io non riesca a trovare un terzo elemento, o un quarto. Posso addirittura ipotizzare di poter prolungare a mio piacimento qualsiasi elenco. I peggiori elenchi però sono di due tipi: primo, quelli modello Olimpiadi, da tre elementi e basta; secondo, quelli pitagorici, le progressioni fino a dieci. In tutti e due i casi si dà la sensazione di aver chiuso un discorso o, peggio, le argomentazioni possibili. Un’integrazione sarebbe disastrosa: qualcuno potrebbe alzare la mano e dire: “Ehi, ma io ho un quarto punto!”, oppure “Guardi che c’è un’eventualità che non ha considerato, un’undicesima eventualità!”. Figuraccia meschina che non auguro a nessuno. Quattro e undici sono due numeri utili per il poker e per il calcio; e basta. Ma se dovessi esser messo alle strette preferirei sempre evitare elenchi da tre e dieci elementi, a costo di barare, aggiungendo un paio di ridondanze. O potrei scegliere la reticenza, ma elencare in difetto è pericoloso per altro verso. Mai permettere a qualcuno di completare il tuo elenco con un ultimo tassello. E quando arrivi a due, o a nove, la tentazione c’è per tutti. Anche per i santi, sappilo. Ok, il discorso s’è fatto troppo tecnico. Problema mio.

Quanto ho confidato rispetto alla barista potrebbe però compromettere l’interpretazione della mia situazione. Non sono solo, nel senso che ho una compagna. E posso umilmente ammettere di non aver mai avuto problemi ad averne una. Se penso certe cose su altre donne non vuol dire che metta le corna a quella con cui sto, non potrei mai. I sensi di colpa sono fiele e per questo io non tradisco mai, neanche per un pompino. O per un bacio. Qualsiasi cosa che insinui i sensi di colpa va prevenuta se si ha interesse a tenere un rapporto in piedi. Per esempio adesso dovrei accompagnare Viola in una passeggiata. E darle l’esito degli esami. Non stiamo insieme da molto, non sa dell’intervento, né delle recidive, pensa di avere tra le mani un degno esemplare di essere umano, più o meno desiderabile, funzionante fino a prova contraria. Perché non glielo dico? Ci starei troppo di merda. Le rovinerei i prossimi mesi e forse persino quelli dopo. Se fosse lei a dover morire non credo che potrei perdonarle di avermi dato un preavviso così ampio.

Eppure in fondo dubito. E mi solletica la tentazione di parlare. ‘Fanculo, mi va di dirglielo e basta, di vedere la sua faccia. “E così mentre mi scopavi un gruppo di cellule si ribellava alle mie decisioni, anche a quella di stare con te probabilmente, e prendeva possesso del mio corpo. Se vuoi avere la stessa importanza per me, dovrai uccidermi più del cancro. Capisci? Non puoi competere con questo amore”. Passo. Non torno, un contrattempo. Le mando un messaggio, almeno per oggi mi invento una cazzata e non vado da lei. Nessuna puttana, nessuna barista, non ucciderò nessuno, non sposerò Viola.
Digito. Sono lento. Poche parole. “…A domani”.
Invio.
Sulle colline, una balena carica di pioggia si muove rapida nonostante la mole.

 

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Racconti #1: Killer

Lasciò la motocicletta al bordo della strada. Nulla davanti sembrava distogliere l’orizzonte dai suoi sani principi; alle spalle lo stesso rigido confine tra terra ed etere, inutile sezione, vista la straordinaria chiarezza della sabbia e l’infelice nitidezza dell’aria. Un cespuglio fatuo, secco sulle punte non poté schivare l’ombra del mezzo, perpendicolare alla piazzola.
La stazione di servizio era stata poggiata lì, poco distante, da qualche scenografo non particolarmente originale. Che non aveva trascurato di includervi una solenne tavola calda: la ruggine aveva attaccato ogni spigolo, ogni chiusura, fornendo a tutta la struttura la coerenza di contorni rinvigoriti dal tempo.
Entrò. Nessun cliente: difficile pensare che quella bettola potesse mai essere stata affollata. Si avvicinò al banco; una donna, forse agghindata da anni nello stesso costume, era intenta a lucidare una pirofila sadicamente ovale, poco interessata a chiedergli un’ordinazione.
Grugnì infastidito allora e si scelse un posto. Tavolini brevi, sedie di plastica rossa.
Appena fu seduto la donna sguainò un libretto ingiallito e lo raggiunse; prese l’ordine: delle uova e un succo di mirtillo. “Bene”.
Pochi minuti trascorsero inutilmente. Alcuni poster della Propaganda, affissi senza troppa attenzione, rispondevano petulanti a un ventilatore; sul ripiano dove un tempo, forse, c’era stato un televisore, troneggiava il busto del Mastro.
“Merda”. Farfugliò cercando un posacenere. Inutile. Non aveva sigarette. Ed era vietato fumare. Nel rovistare la tasca interna sentì il ferro ancora caldo della pistola. L’accarezzò, con soddisfazione. Fuggevole il pensiero a Night: l’aveva lasciata nuda dormire, con un assegno ricco di equivoci e un biglietto povero di scuse.
Le uova. Splendidamente dorate in superficie, contorte e sfregiate come il lungo racconto di un vecchio. Cercò lo sguardo della donna per darle un cenno di approvazione, ma quella era di nuovo immersa nel lavabo a consumare l’incauta pirofila.
Strappò il burro al palato, iniettando il mirtillo, una prima dose. In lontananza echeggiavano i battiti di un cuore gigante: gli elicotteri dei Nuclei Speciali affollavano lo spazio sulla Capitale. Finì di bere, lasciò i soldi del conto sul tavolo e raggiunse l’uscita. “Il Mastro è morto, liberati di quell’orrore”. La donna si fermò. “Arrivederci e grazie”, le scappò di dire; un cerchio perfetto, teso a lambire la porta già chiusa.
Non la sentì, ma l’immaginò senza errore.
“Addio, Night”, nessuna possibilità di tornare indietro. Finché ne ebbe forza proseguì verso la strada, continuando a lasciare un segno scuro; la punteggiatura del sangue aveva legato ogni suo passo al precedente, inesorabili cenni della fine del mondo com’era stato.

Racconti #0: I don’t like mondays

Sto pensando di mettere insieme alcuni vecchi racconti e di scriverne di nuovi, mettendo per un po’ da parte la scrittura in lungometraggio. 
Non ho ben chiaro strutturare la cosa, ci sto pensando. Intanto pubblico uno scritto di alcuni mesi fa, ancora inedito, su queste pagine.
Mi farebbe molto piacere leggere i commenti di chi passa. Grazie per la lettura.

I don’t like mondays

Tu non hai mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Siamo stati tu e io. E non ero io a risolvere i problemi.
Mia madre ti ha chiesto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada c’eravamo io, te e i resti dell’inferno che era passato: “Devi tenerla lontana dal sole, lei è bionda, com’ero io”.
Lei che i capelli li aveva persi tutti da ragazza, una strega per le bambine più piccole, non una parola gentile per chi pure l’avesse voluta ascoltare.

E siamo stati attenti. Abbiamo preferito gli inverni per passeggiare, abbiamo scelto la pioggia per correre, la notte per nuotare.
Ho imparato le cose dell’amore. Per te. L’ombra mi ha concesso di ascoltarti chiamare il mio nome e stavo bene quando restavi in silenzio e non mi guardavi.
Mi hai detto ogni giorno: “Va tutto bene”. E ogni giorno tornavi e ti pulivo le unghie, che odiavi averle nere e non mi toccavi.

Io ti rispondevo. Ogni giorno. Ma quando eri già abbastanza lontano da non sentire, dopo aver chiuso la porta, lasciando fuori l’inferno che era passato. Ti rispondevo senza parole, come una bestia che ha scoperto il modo perfetto per rendere la pace, e tornavo a letto per non dormire mai davanti a te.
Siamo sempre stati tu e io e non mi chiedevi mai aiuto, né ti lamentavi.

Io non ho mai pensato che potesse essere una mia decisione.
Mio padre ti ha detto, quando ti ho presentato a casa, nelle ultime ore di una domenica d’estate, che per strada l’inferno era a pezzi e ci camminavamo sopra, senza scarpe: “Non ce la farai, fallirai come io ho fallito”. Eppure non l’hai ascoltato, lui che non aveva mai imparato a scrivere, né a contare, portava a casa libri e quaderni di bambini. Mentre tu porti il gesso del cantiere e la polvere e i graffi e il rumore.

Ti ho detto, era un mattino di fine marzo: “Sono incinta”. E da quella primavera, sei tornato sempre un minuto prima e un minuto prima ancora. La pelle delle tue mani si è addolcita. Ti portavi un cambio e sembravi un figurino, nonostante tutto non hai mai avuto delle grosse spalle. Per nove mesi. Un minuto e un minuto prima ancora.
E siamo stati felici quando è nata Nina, nata piccola, bionda come me e le foglie d’autunno. L’hai tenuta in braccio, le hai cantato qualcosa ma non ho capito; mentre sanguinavo, vi vedevo e vi amavo. Ci amavamo.

Siamo stati madre e padre per tutto un inverno.
Nina dipendeva da me in tutto, ma io non ho mai pensato di poter restare sola. Se avessi risposto al telefono la prima volta avrebbero usato certamente altre parole. Ma dormivamo. Se avessi risposto al telefono la seconda volta avrebbero usato certamente un altro tono. Ma facevamo il bagno. Ho risposto al telefono la terza volta, quando tu eri già morto. E ho avuto troppa paura.
Ho avuto paura di restare sola, di non farcela. Ho avuto paura e io non avevo mai avuto paura.
Una mia decisione.
Sono uscita per strada di corsa con Nina tra le braccia. C’era il sole, lo sapevo, l’ho sempre sentito il sole là fuori, oltre le tende, oltre le pareti, il sole e l’inferno.
Ho aspettato il fuoco, Nina non ha pianto.

Golden Goat per Il mare di spalle

Golden Goat per Il mare di spalle!!!… Grazie a Luisa Ennio (libro rivelazione) e Margherita Dolcevita (menzione speciale) di Youbookers, a Le pagine di Leda per aver ospitato su youtube la premiazione/discussione sui libri, a tutti gli intervenuti che hanno animato il dibattito. Emozionatissimo, grazie ancora.

La registrazione della serata:
http://www.youtube.com/watch?v=T0h3uuStMFc

Sono intervenuti:
Libridine http://www.youtube.com/user/libridine73
SilverReflex http://www.youtube.com/user/SilverRef…
Zumbooks http://www.youtube.com/user/zumbooks
Luisa http://www.youtube.com/user/Luisaa85
Federica http://www.youtube.com/user/MrFede85

Le pagine di Leda: http://www.youtube.com/user/LepaginediLeda

Dead line

Ho scoperto di poter migliorare il nuovo romanzo grazie alla collaborazione con uno scrittore che non ho mai incontrato di persona, ma che generosamente mi ha messo a disposizione il suo tempo e la sua competenza. L’ho inviato nuovamente, con un po’ di imbarazzo, a quasi tutti gli editori che avevo contattato: perché è vero che editor, redattori, esperti sanno andar oltre una ripetizione o qualche avverbio di troppo, è vero che credo nella storia che ho scritto, ma è anche vero che ora il libro è migliore e non ho la presunzione di pensare che potesse fare a meno di un’ultima revisione.
Sono un po’ pessimista sulla possibilità di trovare un editore. No, non credo di essere troppo bravo, ah, pia illusione sarebbe utile a tirarmi un po’ su l’autostima. Semplicemente son passato dal rischio di esser troppo letterario al sentirmi dire “Ti pubblicheranno solo se penseranno che sei il Palahniuk italiano”. Ecco, a me Palahniuk manco piace. Se devo palesare i riferimenti di questo lavoro, allora non posso non citare Lansdale, Lethem e Lindqvist dal punto di vista di scelte strutturali e diegetiche.
E poi nello scrivere le sinossi faccio proprio schifo. Senza contare che i miei personaggi non cavano nulla da questa storia, non hanno malattie gravi, non so dire se si innamorano come ci si innamora generalmente, e dicono pure tante parolacce. L’incipit poi. Un attacco mortale: letteralmente sul gabinetto.
Va bene, non è che me l’ha prescritto il medico o avessi una pistola in bocca mentre lo scrivevo così e non altrimenti.
Fatto sta però che, dopo “Il mare di spalle”, volevo scrivere qualcosa che realizzasse con minor filtro la mia prospettiva sulle cose. Cosa dovrebbe fare uno scrittore se non questo? Certamente non tutte le prospettive sono interessanti, per cui zitto e mosca se non ti si inculerà nessuno. Tuttavia sono io che scrivo e allora se non provo a mostrare il mondo come vedo, a reinterpretarlo nelle voci che voglio lo dicano, se non mi metto al lavoro per dare a chi avrà la bontà di leggermi una cazzo di impressione sulla contemporaneità, che scrivo a fare? Occhio. Nessun rifiuto all’intrattenimento e nessun passo indietro rispetto al piacere di leggere. Sono convintissimo di dover ambire a una narrazione onesta ma anche rispettosa, perché non sta scritto da nessuna parte che chi mi legge debba odiare il giorno in cui sono nato, o rimpiangere il momento in cui s’è avvicinato al mio libro. Credo invece che sia persino divertente in certe parti, questo romanzo. Ma potrebbe non bastare e se non basterà, oh, ne scriverò un altro. Una cosa è certa: senza lettori ‘sta roba non ha ragion d’essere. E una presunzione minima di aver scritto qualcosa che invece potrebbe suscitare un ragionamento, un movimento, un cazzo di pensiero da condividere ce l’ho.
Boh. Si vedrà.
Fatto sta che nelle prossime settimane devo sostenere uno scritto su ben altre questioni, per poter continuare ad aver uno stipendio, per poter pagare l’affitto, per poter dare a mia figlia quello di cui ha bisogno. Le due cose si sono sovrapposte, la scrittura e il lavoro, in questi mesi in cui sarà più chiaro quanto io sia una maledetta sega o no.
Tendo a non amare i colpi di scena, o quanto meno diffido di quelli che prevedo e auspico. In questo momento sono in difficoltà ma devo restare calmo, che il peggio potrebbe ancora esser là da venire.

Il mare di spalle su Youbookers

Ci sono state recensioni e interviste per Il mare di spalle. Mi hanno spesso sorpreso, mi hanno gratificato, mi hanno dato un feedback a volte inatteso.
Questa recensione è di una potenza inaudita. Posso dire solo grazie a Luisa e Federica di Youbookers. Per aver letto, per aver capito il mio lavoro, per averne voluto parlare nelle loro pagine animate da competenza e passione AUTENTICA. Consiglio vivamente di scoprire questo progetto che con tanta fatica e dedizione si sta distinguendo in una zona del web in cui c’è tanto rumore.

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Co.co.co. linguistiche (e narrative) #3

Terzo appuntamento con le contaminazioni, compressioni, congestioni linguistiche (e narrative).
Le domande sono sempre quelle ( come da copione), le risposte invece sono di Marco Proietti Mancini.

Si presenta così:
Nato con la vocazione innata a non fare nulla si ritrova sempre più anziano e sempre più con mille cose da fare, segno evidente che l’innalzamento dell’età pensionabile per lui ha senso. Ipertrofico produttore di parole – ovvero “scrittorroico” – ride di sé stesso sempre più di quanto non riescano a riderne gli altri, anche per togliere loro la soddisfazione di essere i primi. Romano tanto romano da permettersi di amare il mare senza sentirsi in colpa neanche un po’ ha accumulato in oltre mezzo secolo di vita tanti di quei ricordi da minacciare la pubblicazione di almeno una sessantina di altri romanzi. Altro? Non chiamatelo scrittore, autore, poeta o artista, altrimenti le risate su sé stesso potrebbero soffocarlo, lui si definisce scrittente e possibilmente vivente, almeno per un altro mezzo secolo.

Ecco cosa si può facilmente reperire per conoscere il suo lavoro:
Roma per sempre” per Edizioni della Sera
Gli anni belli” per Edizioni della Sera
Dal prossimo 3 ottobre, Da parte di Padre in ebook, per Edizioni della Sera.
Inoltre potete trovare suoi racconti in parecchie raccolte, tra cui l’antologia “Nessuna più” pubblicata da Elliot Edizioni a sostegno del “Telefono Rosa” e  “Cronache dalla fine del mondo” per Historica Edizioni.

Ecco le  risposte di Marco Proietti Mancini.

Per chi, a chi scrivi?

Per nessuno; ovvero scrivo per rispondere a una esigenza, a un istinto, non cerco nessun alibi alla mia scrittura. Scrivo per rispondere a una voce che mi detta dal dentro le parole (a dire il vero è una voce che deve appartenere a un ignorante, perché spesso mi detta degli sfondoni grammaticali vergognosi!). Quindi, dovendo essere sintetico, scrivo per obbedire a una personalità multipla e scrivo a me stesso. Poi rileggo e allora quello che ho scritto vorrei che fosse per tutti, senza distinzioni e categorie. Come le mie storie, che non appartengono a nessun “genere narrativo”.

Le storie sono tutte buone?

Sono le vite, che sono tutte buone. Se uno scrive di vite, di vite vere – o verosimili – le storie sono tutte buone. Anche se uno queste vite se le inventa, le crea. Poco fa ho scritto della poesia del panino con la mortadella, una persona mi ha risposto “mi hai fatto venire fame”, tipico esempio di una storia tanto minima da sembrare non esistere, che diventa vita. Vita vera e buona.

Ma tu che vuoi dai lettori?

Io? Io non volevo, ovvero non sapevo neanche di volere dei lettori. Scrivevo tanto di nascosto da essere l’unico lettore di me stesso. Poi ho scritto una cosa per un amico e lui ha seminato le mie parole e mi ha regalato dei “lettori”, persone che si sono prese le mie parole e me ne hanno restituite in cambio mille di più, da riscrivere ancora e poi via così. Ecco, se devo chiedere qualcosa ai miei lettori è di ridarmi indietro parole in cambio delle mie. Poi basta sostituire il termine “parole” con il termine “emozioni” e il gioco è fatto.

A te non basta la pagina?

Temo che a me non basti una vita – come da mia precedente risposta sulle vite che invento, pur di averne mille altre per le mie personalità multiple – figurarsi se può bastarmi una pagina. Vivo e scrivo, contemporaneamente, su piani paralleli che, per dirla alla Andreotti, a volte convergono e si contaminano tra loro.

A cosa serve scrivere quello che scrivi?

Fino a qualche tempo fa avrei risposto che scrivo solo per emozionarmi e per emozionare. Adesso mi sono anche dato un obiettivo più lucido, più professionale,; scrivo per raccontare la storia minima delle persone e delle società, scrivo per lasciare traccia di quegli episodi e abitudini, tradizioni che gli storici veri, i saggisti, tralasciano perché sono considerati ininfluenti nel grande disegno della Storia delle nazioni e dei popoli ( la “S” maiuscola non è casuale). Se non scrivessi io – e i malati come me – dei sandalini blu con gli occhielli, che usavamo noi bambini degli anni ’60, se non scrivessi io delle caramelle da 5 lire e degli scarpini “Valsport”, i giochi di strada e tutto quello che ci riempiva le giornate, quale sarebbe il ricordo di questi oggetti? Il ricordo di questi oggetti è importante, perché sono i dettagli che danno senso all’affresco, che fanno capire com’era e cos’era la vita vera.

Le parole come si scelgono?

Correggendo quelle sbagliate, rileggendo – con umiltà e fatica – dieci volte quel che si è scritto di getto. Ma questo è valido per me, forse per qualcuno non funziona così. Scrivo di pancia e poi lavoro per sottrazione; tra la prima stesura e la pubblicazione le mie storie dimagriscono almeno del 30%.

E le facce?

Fotografando tutte le facce che incontro, ogni giorno, ogni minuto, ovunque mi trovi. Fotografandole con gli occhi e poi richiamandole quando invento un personaggio che mi riporta quella faccia in mente. Spero tanto, ogni volta, che qualche cattivo che racconto si riconosca nella brutta faccia che gli ho dato nei miei romanzi, ma non succede mai. Nella vita “vera” tutti si sentono belli e buoni.

Se non ci sei che fai? Aspetti o piangi?

Piangere? Per cosa? Scrivo da quando ho sei anni, da qualche parte ho ancora nascosto ilmioprimomanoscritto scritto a quindici anni in triplice copia carta carbone sull’Olivetti “Lettera 22”; nonostante questo per mangiare il famoso pane e mortadella di cui sopra devo lavorare ogni giorno almeno otto ore in una multinazionale, facendo cose e vedendo gente che non c’entra nulla con lo scrivere. Se dovessi piangere per qualcosa dovrei farlo ora, che sono pagato per fare un lavoro che mi piace meno di quello che mi piace fare, ma per il quale non vengo pagato. Sono già rassegnato, quindi non aspetterei, né piangerei. Sopravviverei.

Scriverai un altro libro di cui dovrai parlare, eccetera?

La domanda che faccio a me stesso è: “pubblicherò un altro libro, eccetera?”. Che io scriva e scriverò, su questo non ho dubbi, anche perché sono già in valutazione un romanzo e un romanzo breve (chiamasi anche racconto lungo). Alla domanda “Pubblicherò” la risposta è “penso proprio di sì”.