Il tempo delle opinioni sta finendo

Ci penso da due giorni per capire cosa penso e fino a che punto lo penso.
Ci sono state molte cose di cui scrivere in questi giorni, terribili eventi che mi hanno inevitabilmente sollecitato una riflessione. Forse per rispetto, forse perché sono situazioni su cui percepisco chiaramente di non poter influire in alcun modo, forse perché lontana è la guerra come mi chiede ogni giorno mia figlia che tra poco farà quattro anni, forse per tutto questo resto zitto sulle tragedie dei profughi di guerra trattati come cose, numeri, come personaggi di una storia in cui ciascuno può avere un’opinione davanti allo schermo.
Io credo, e questa è la prima riflessione, che il tempo delle opinioni stia finendo. Non si può aver un’opinione legittima su tutto, proprio nell’epoca in cui, come mai prima le opinioni sembrano certificare nel mondo a cui appartengo una possibilità di connessione. Le opinioni sono figlie di punti di vista, prospettive e questo blog da anni reca in effigie il bisogno di un’ulteriore prospettiva. Che non è un’altra prospettiva da aggiungere. Ma una prospettiva superiore, non la mia, bensì qualcosa a cui tendere, un’aspirazione, una seduzione, l’illusione di un pensiero che vada oltre ogni relativizzazione.
Non è più tempo di opinioni, non è legittima alcuna discussione sulle risorse, sulle carte di identità, non è legittimo il confronto che pone sul tavolo interessi contrapposti nel merito di vite umane in preda al terrore verso gli umani. Possiamo avere paura di esser sepolti nelle macerie di un terremoto, di non svegliarci al mattino, possiamo tradire l’inquietudine di ospitare cellule impazzite o la stanchezza infinita dell’insoddisfazione. Ma nessuno dovrebbe provare il terrore verso i propri simili: per quelle masse di nervi e liquidi e ossa e pensieri e parole e terribili brame che infliggono l’impotenza, che addestrano al sangue fuori dal corpo, che annullano il movimento dosando rumori e tormenti. Pietà per chi rinuncia a qualsiasi bisogno, per il terrore, per la disperazione così dentro gli occhi da mostrar un’unica impietosa ombra. Nessuno dovrebbe parlare. Nessuno dovrebbe decidere cosa fare. Bisognerebbe solo aspettare chi fugge, accoglierlo o lasciarlo passare. Non c’è diritto a un pensiero diverso.
Poi leggo qui in Italia dello scandalo instillato, laddove la vergogna è minuziosamente rimossa da un puntiglioso processo di esposizione a sputi, violenze, volgari loquele di un discorso sociale disperso nelle feci.
Leggo di un’assemblea sindacale. Non mi interessa riportare le ragioni di quella assemblea anche se le conosco. Perché entreremmo nel campo delle opinioni, cosa credi possa esser ragionevole o cosa non lo sia per motivare un’assemblea.
Un’assemblea di due ore che avrebbe impedito la visita al Colosseo a molti turisti. E recato un danno di immagine, colpito uno dei beni essenziali del Paese prossimo alla celebrazione del Giubileo. Un’assemblea è stata oggetto di valutazioni, discussioni, denunce, arringhe e persino di una decisione di governo.
Queste sono posizioni, punti di vista, prospettive per cui non c’è più tempo, perché per queste posizioni, per questi punti di vista, per queste prospettive il tempo è finito da molti anni. Sono tutti quegli anni che hanno originato il valore sacrosanto e inalienabile, assoluto e puro, del ragionamento umano nella forma elevatissima della condivisione, il risultato della coraggiosa azione di altri esseri umani oppressi dal terrore, avvinti alla  disperazione per l’agire di altri esseri umani. Qualcosa che è stato sancito, scolpito nel diritto e regolamentato nella forma come punto altissimo del nostro essere storicamente democratici. Il diritto a riunirsi in un’assemblea è qualcosa che non può permettere opinione, qualcosa di sacro, di cui non si può discutere. Non c’è immagine del Paese, non c’è Colosseo, non c’è bene più essenziale per noi esseri umani liberi dalla paura. Qualsiasi opinione contraria non ha senso di esistere. Eppure di questo si discute, come se fosse qualcosa che vale a volte e altre volte no, come se in fin dei conti esistessero delle forme di lavoro talmente importanti, una produttività assoluta, a cui conformare la possibilità di riunirsi, di stare insieme.
Sembra paradossale. Nego sia legittimo discutere del diritto di discutere. Nego, in realtà ancora più profondamente, che chiunque abbia il diritto di esprimersi nel merito. Perché un’assemblea di uomini liberi è l’unico organismo che può esprimersi nel merito e stabilire dunque il diritto e regolamentare la forma dei beni essenziali della democrazia. E questa assemblea non è un luogo circoscritto, non è il Parlamento o il governo, dio mio. Questa assemblea è ulteriore, è altrove, c’è già stata e per parteciparvi occorre accettare alcune regole fondamentali: una di queste è che l’assemblea è un bene essenziale per gli uomini. Nessun pensiero diverso è possibile per chi rifiuta di aver paura di un proprio simile, per chi può ancora vivere senza aver paura dei propri simili.

Tra testa e Capo

Abravanel scrive oggi sul Corriere della sera che non è importante rimuovere le materie umanistiche per privilegiare quelle scientifiche: quel che conta è il come si studia, non cosa. E così, assiepate in queste pillole di saggezza, si insinuano ispirazioni che vorrebbero ugualmente sembrare naturali, necessarie, per affrontare la riforma del sistema educativo italiano:
“Ma il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse. La specializzazione e parcellizzazione dei compiti, in fabbrica o negli uffici, è un ricordo del passato. Le persone devono saper interagire, risolvere problemi, lavorare in team, prendersi responsabilità e fare bene il loro lavoro, anche quando il capo non guarda. E’ questo che dovrebbe insegnare la scuola, e in Italia non lo fa, o non lo fa abbastanza”.
Alcune sottolineature.
La difesa del Classico nelle parole del nostro è affilata di retorica. Abravanel sta attento a non cavalcare il Renzismo tecnocratico, quello che infarcisce il populismo rottamatore. Questo lo renderebbe pleonastico, ma la Meritocrazia di cui è anfitrione è sempre qualcosa di là da venire, una promessa non mantenuta, un’applicazione che permette a qualcuno di spiegare qualcosa di ovvio.
Per Abravanel in fin dei conti studiare greco o biologia non è così diverso: bisogna “far crescere lo spirito critico e la capacità di risolvere i problemi, non di imparare a memoria soluzioni”. Difficile non essere d’accordo e non sembra una gran novità a lui stesso: “-Imparate a ragionare con la vostra testa- non è di certo l’ultima moda dell’istruzione del XXI secolo, ma è una massima ancora poco applicata in Italia”. Dunque, so what?
La scuola deve cambiare, su questo Renzi e Abravanel sono d’accordo. E non voglio entrare nel merito, la piazza in tal senso è già abbastanza affollata. Quel che mi colpisce è che chi vuole teste pensanti, ardenti di libero arbitrio e spirito critico, virgulti irriducibili che “non obbediscano a comando” in rispetto di una appresa “etica del lavoro”, poi riduca tutto a una più razionale e comprensibile funzione: come riportato su, “il mondo del lavoro oggi chiede cose diverse”.
I responsabili di un presente di crisi inestimabile – oddio, sì, sono un pessimista della ragione e della volontà, mea culpa – producono sì illuminate soluzioni sempre sulle spalle di chi oggi sta imparando ad andar oltre le prime seghe, oltre la protezione o il vincolo di babbo e mamma, oltre il vomito e l’imbarazzo per tutto quel che è fuori dell’uscio di casa. Certo, noi appassionati produttori di soluzioni, divisi tra sviluppo e progresso, sappiamo cosa è meglio per voi e voi fatelo, fatelo bene, anche quando il capo non guarda.
Il lavoro, il mondo del lavoro è la grande Mammella a cui gli altri mondi devono tendere devoti e non mordere. E al mondo del lavoro non serve OGGI che si sappia effettivamente qualcosa, o che qualcosa la si sappia fare bene, meglio. No. Chi professa la Meritocrazia sa bene che la prima cosa da fare perché la valutazione si affermi come matrice del potere è rendere oggettiva la prospettiva del valutatore al valutato. La seconda è rendere incomprensibili i criteri che la traducono. La terza è aspettare che i comportamenti privilegiati dal valutatore conformino i valutati, in una tendenza più volte avvertita e misurata.
Non dovete far altro che pensare con la vostra testa!!! Anche quando IL CAPO non guarda. Ma la cosa più importante è che abbiate UN CAPO e siate IN UN TEAM A PRODURRE, COME CHIEDE IL MONDO DEL LAVORO. E che quel che fate sia importante perché risolve problemi, nient’altro. I problemi: la nuova risorsa del capitalismo post-industriale. Cosa c’è di meglio, eh, Wolf.


Probabilmente è la differenza tra testa e capo, a sancire dov’è la lama e dov’è il manico del coltello che sta incidendo un già violentato immaginario.
La tentazione che mi prende è quella della resa: e di consegnare una volta tanto il futuro a chi ci potrà sopravvivere. Perché ne sia autore, prima di sentirsene responsabile. Gli si consegni il coltello e gli si porga dinanzi il collo nudo di tutti i mondi possibili. Perché solo allora si potrà esprimere il pensiero autonomo, il giudizio, lo spirito critico su ‘sta cloaca che chiamiamo Italia: lasciando che le scelte non siano risposte dettate da un sistema che, se non vogliamo giudicare colpevole, possiamo almeno sospettare abbia dimostrato di non funzionare.

Paolo Jedlowski scrive:
“Inoltre, la flessibilità e la velocità di adattamento al mercato che le nuove imprese perseguono, comporta la ricerca di lavoratori di tipo nuovo: per poter funzionare in un mercato orientato a beni meno standardizzati di un tempo e più concorrenziale, l’impresa deve disporre a vari livelli di lavoratori capaci di comprendere esigenze mutevoli e di adattarsi a contesti diversi. L’efficienza produttiva, così, richiede di valorizzare l’esperienza […]. Si tratta di un’esperienza per certi versi smaterializzata, che ha a che fare con la gestione di informazioni e flussi comunicativi più che con oggetti da costruire e assemblare, ma è pur sempre esperienza che richiede addestramento e sapere. […] L’ambito in cui le è concesso di manifestarsi resta comunque determinato dalle logiche della produzione e della distribuzione di merci. In questo senso rimane una facoltà, se non atrofizzata, costretta a svilupparsi solo in certe direzioni”.
(da Un giorno dopo l’altro, Il Mulino, 2005, pag. 114)

Teoria e metodologia, P. Bourdieu

La divisione teoria/metodologia conferisce lo statuto di opposizione epistemologica a una opposizione costitutiva della divisione sociale del lavoro scientifico in un determinato momento […]. Credo che questa divisione in due istanze separate debba esser totalmente respinta perché sono convinto che non sia possibile ritrovare il concreto combinando due astrazioni. Le scelte “tecniche” più empiriche sono infatti inscindibili dalle scelte di costruzione di oggetto più “teoriche”. […] Il feticismo dell’evidence porta a respingere lavori empirici che accettano come evidente la definizione stessa dell’evidence: ogni ricercatore attribuisce lo statuto di dati solo a una frazione minima del dato, e non, come si dovrebbe, a quella parte che viene chiamata all’esistenza scientifica dalla sua problematica, ma a quella che è stata avallata e garantita dalla tradizione pedagogica nella quale il ricercatore stesso si colloca, e solo a quella.

P. Bourdieu, L. Wacquant, Risposte, Bollati Boringhieri, Torino, p.177-178

Del racconto

Nessun racconto è naturale, una scelta e una costruzione presiederanno sempre alla sua formazione; è di un discorso che si tratta, non già di una serie di accadimenti.

Todorov, Poetica della prosa

Il capitale simbolico

Ogni specie di capitale tende a funzionare come capitale simbolico (al punto che sarebbe più corretto parlare di effetti simbolici del capitale) quando ottiene un riconoscimento esplicito o pratico, quello di un habitus strutturato secondo le medesime strutture dello spazio in cui si è generato.

P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane

Carmelo Bene, Il lavoro

Il lago che combatte

Dalla pagina ufficiale degli Assalti Frontali

Questa canzone è un evento speciale dedicato al lago della Snia, il primo lago naturale di Roma, l’unico di acqua risorgiva, un lago nato lì dove c’era la fabbrica della Viscosa, in mezzo ai palazzi di via Prenestina e via Portonaccio, dove i costruttori venti anni fa truccarono le carte, cambiando la destinazione dell’area da non edificabile a edificabile e cercando di realizzare un grande centro commerciale. Ma questa volta i palazzinari di Roma hanno trovato una resistenza inaspettata, la natura si è ribellata, durante gli scavi, quando già erano pronti tre piani sotto il livello della terra e tre piani sopra ecco che le ruspe colpiscono la falda di un fiume sotterraneo, un fiume che porta l’acqua bulicante, famosa a Roma, che dopo una lunga battaglia contro le ruspe riesce a formare un lago di 10.000 metri quadrati con la nascita di migliaia di piante creando un nuovo ecosistema con la presenza di uccelli e animali dell’acqua che diventano il nuovo polmone di una zona ad alta densità di popolazione e altissimo tasso di inquinamento. Tutti gli abitanti dei quartieri intorno alla zona hanno amato subito il lago e ne hanno fatto una battaglia per farlo vivere e diventare pubblico: “Parco subito, lago per tutti e cemento per nessuno!” risuona per le strade ormai da dieci anni.
Il 14 agosto scade il termine dell’esproprio per realizzare il parco desiderato. Ora il sindaco di Roma Marino deve decidere cosa fare: dare il lago alla città, facendo vincere la Roma viva, naturale e meticcia, la Roma del futuro o ucciderlo per fare posto a 4 grattacieli come vuole il costruttore proprietario della zona.
E’ una storia bellissima di resistenza e nuovo ecosistema. Questo lago dobbiamo aiutarlo a vincere perché vogliono rubarcelo, e abbiamo poco tempo.
Venerdì 25 luglio Assalti Frontali e Il Muro del Canto saranno in concerto al Parco delle Energie all’Ex Snia Viscosa per un concerto al festival Eclettica e lì “Il lago che combatte” sarà cantata per la prima volta dal vivo.