Racconti #5: Softcore

Qui un giorno tanto tempo fa ho raccolto con mia sorella le meduse dall’acqua.
Le prendevamo con un secchiello di plastica bianca.
Lei arrivava vicino al mio fianco malato che girava su se stesso, di già.
Mangiando il gelato lo vedevamo entrambi che una goccia densa di crema seguiva una linea incerta e mi chiedevano tutti, ma dove va quella goccia, guarda Antonio, la sua goccia va storta.
Le mettevamo al sole e lasciavamo sparissero.
Che se ci ripenso, sai, le meduse mi fanno paura e mi chiedo come facevo allora.
Era pieno il mare e io e mia sorella che mi arrivava al fianco raccoglievamo le meduse rosa pallide che il loro grigio era falso perché non era che luce prigioniera.
Il mare era pieno di meduse per questo le raccoglievamo e le lasciavamo sparire al sole.
Che il mare da solo non ce la fa, pensavamo.
Lungo questa spiaggia c’è poco da camminare, è stretta.
Allora tornerò spesso indietro e indietro ancora.
Un giorno tanto tempo fa qui lasciavo partire delle barchette di polistirolo.
E le seguivo, le seguivo lontano che a salire sui flutti tutti sono bravi ma ad andare lontano no, spariscono sotto un’onda solo la mia barchetta vinceva il vento e tornava su che io la seguivo e non andava ancora lontano solo perché lasciarmi doveva essere difficile per la barchetta che avevo costruito.
Ma stanotte quando sarò a casa a mangiare i pesci giganteschi presi da papà o forse la pizza che quella è buonissima ma la prendiamo solo quando c’è qualcosa di importante come quella volta del pugilato tanto tanto tardi nella notte che uno aveva la faccia sanguinante e papà e io volevamo che vinceva e invece no ma era stato bravo che era arrivato in fondo e poi chissà magari alla rivincita vinceva lui. Stanotte la barchetta sarà lontana dove nessun bravo è mai arrivato, sarà dove arrivano le barchette quelle eccezionali che vincono il vento, spariscono sotto un’onda e poi tornano su.
E’ una buona idea tornare indietro. Così i piedi si bagneranno entrambi.
Un anno disgraziato sai, non potevo bagnare il destro. E allora avevo un caldo feroce e leggevo tanto che neanche a pallone potevo giocare, che rabbia. A volte però mi portavano al mare, sempre qui in questa spiaggia e li mettevo giù giù nella sabbia tutti e due, così uguali.
Il destro ne era rassicurato e il sinistro alleggerito che a sentirlo lamentarsi al destro gli si stringeva il cuore. Il sinistro sembrava sempre cercare le parole giuste ma il destro gli diceva che ne sai tu non puoi capire che vuol dire e voleva fuggire e non potendo fuggire mi doleva mi doleva prima una sola notte e poi per un anno e al sinistro gli si stringeva il cuore.
Cammino lungo la mia antica spiaggia e le curve dell’acqua sul bagnasciuga intuisco possano ripetersi uguali a guardarle per tanto tanto tempo che ne so per sempre.
E mi siedo.
E mentre mi siedo cerco di trovare la ragazza senza reggiseno che mia mamma ci nuotava insieme e ci giocava alle schiacciate in acqua e io che mi allontanavo a comprare un ghiacciolo ma da dove gli viene in mente a mamma di giocare con quella lì e tutti a guardarmi rosso ma scusa Antonio perché non ti tuffi a giocare con loro che lo sapevano che ero rosso per quella lì senza reggiseno ed era bella che c’erano anche altre ragazze vicino e tutte col reggiseno ma solo lei, la ragazza senza reggiseno, lo sai?, solo lei era bellissima. Che poi mi dissero tutti mentre mangiavo il ghiacciolo Antonio va’ da mamma e dille di venire qui un momento no ma scusa perché non andate voi tutti sto mangiando il ghiacciolo non vedete Antonio su vai a chiamare la mamma lo vedi il ghiacciolo è finito che ti mangi lo stecchino? Dov’è mamma e tutti mi indicavano il cerchio delle schiacciate e non mi indicavano mamma ma la ragazza senza reggiseno accanto a lei e poi mi guardavano rosso che tutti sapevano ero diventato rosso ma non capivano che diventavo rosso perché solo lei era bella.
Ora dormi tu su questa spiaggia antica. Accanto a te l’acqua non si arrischia lo sa che non deve svegliarti. Io vorrei mettere una mano al centro della tua schiena ma mi fermo a giocare con l’ombra.

Racconti #4: La cena

Trovarsi intorno a un tavolo e parlare non è stato semplice.
Quando è nato Francesco – Francesco Beniamino, perché non c’è la virgola e ce l’hanno detto in prosa e musica “dovrà sempre usare tutti e due i nomi” – quando è nato nostro figlio o un po’ dopo, quando ha iniziato a sedersi nel seggiolone per le prime pappe, abbiamo scoperto che quell’unico momento faccia a faccia, dopo aver vomitato lavoro e ingurgitato noia e frustrazione era ostaggio delle sue bizze.
Non che questo ci sia poi dispiaciuto al punto da diventare un problema: le giornate troppo spesso rivivevano nei nostri racconti, persino quando cercavamo di farci coraggio a vicenda non andava mai a finire bene. Eppure, quel sentimento che era stato amore quando avevamo scelto di vivere insieme, sposarci, avere un figlio, non l’abbiamo mai perduto, ne sono sicuro: per lei, ancora oggi, mi priverei di tutto.
Non andava a finire bene, mai. Non puoi semplicemente ascoltare tutti i santi giorni una persona elencare i motivi della sua disperazione; non basta stare dalla sua parte quando l’intero pianeta sembra aver ordito trame furiose e spesse per avvincere qualsiasi tentativo di rivalsa. Non puoi, non basta e soprattutto non devi ricordare che sei arrivato a quel punto della giornata anche tu quasi senza respirare, schivando le stesse infamie, nello stesso ufficio, della stessa agenzia, per vendere le stesse notizie, usando gli stessi secchi, ridotti, abulici caratteri di ogni giorno. Mai un aggettivo, mai un’interpretazione: se va bene ci pescano sul Televideo, se va benissimo rimbalziamo sui giornali; ma in ogni caso non c’è il nostro nome.
Quando c’è stato da imboccare Francesco, nonostante non siano mancati i tentativi di discutere del caporedattore analfabeta o del direttore satanasso, ci siamo accontentati di fare i genitori: a turno mescolare, a turno provare a propinargli i pallidi intrugli vegetali che gli avrebbero fatto bene. Augurandoci che il suo buon cuore volesse esimerci dalla tortura del rifiuto e dall’ennesima cena fatta a pezzi: pezzi per terra, pezzi sui vestiti, pezzi da rimettere insieme per comporne un’altra versione più piacevole di quel passato verde in cui di nascosto infilavo un po’ di sale.
Poi Francesco ha preso a parlare lui, a chiedere con meno ingenuità e a pretendere con maggior rabbia. La sua rabbia: anno dopo anno, fino a cambiar la voce, allo spuntare dei primi peli sul viso, all’esplosione dei muscoli nella maglia e ai pugni tatuati battuti sul tavolo. Francesco ha smesso presto di parlare con noi. Forse, mi viene il dubbio, non l’ha mai fatto: ha evitato che noi affondassimo nelle nostre pene, ci ha imposto la sua rivolta, ci ha parlato sopra. Ci ha soverchiato senza alcuna fatica. E mi rendo conto, quando guardo mia moglie stasera, che siamo stanchi da sempre.
Per quanto riguarda il secondo nome, ovviamente, se n’è fregato. Di questo, però, non ho mai dubitato, io. Quel secondo nome, virgola o non virgola, era lì tanto per dargli una scelta, un’opzione pur minima, che quando scegli il nome comunque tuo figlio non ha modo di darti un’opinione. Lui dice che Beniamino suona bene per un cane. Evidentemente la sua scelta l’ha fatta. E ha scelto con la stessa nettezza molte altre cose: non che non ne abbia voluto discutere, anzi. Francesco ha sempre preteso di condividere le sue imposizioni, perché tali erano; le sue risoluzioni su quel che andava comprato, su quel che gli era dovuto, sulla natura del futuro persino; futuro che, noi non capivamo un cazzo, aveva iniziato a mostrargli segni incontrovertibili. Francesco non ha mai saltato una cena. E noi non abbiamo mai smesso di chiederci come renderlo un po’ meno infelice, un po’ meno feroce. Durante la notte, uno di schiena all’altra nel letto, senza pregare, ma solo auspicando che si potesse realizzare la sua volontà, noi sognavamo Francesco onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
Trovarsi intorno a un tavolo senza di lui questa sera non è stato semplice. Ci siamo accorti di non aver preparato nulla, pur avendo entrambi apparecchiato con molta cura. Ho preso il pane, ne ho tagliato alcune fette, le ho posate nei piatti. Lei ha riempito l’oliera, ha recuperato il sale, ha lavato i pomodori. Io ho usato il forno per seccare un po’ la mollica delle mie fette; non riesco a mangiare il pane diversamente. Lei ha iniziato subito a masticare. Ed è stato questo sfasamento, questa asincronia, a liberare a un certo punto il vuoto. Io, ancora alle prese con la mia prima razione di bruschetta, lei già a calare il sipario in un ultimo sorso d’acqua.
«Che abbiamo fatto?» mi ha chiesto.
Ho ingoiato, ho riempito il mio bicchiere ancora asciutto, non ho bevuto e ho tirato un altro morso.
«Cosa pensi?» mi ha chiesto, e non s’è mossa di un millimetro: i gomiti sul tavolo, le mani, invecchiate più di lei, dinanzi alla bocca, gli occhi come sempre gentili ma fissi a scandagliare il mio viso restio all’immediatezza di una reazione comprensibile.
Ho strappato un tovagliolo dal rotolo di carta, mi sono pulito il muso, ché ho sempre esagerato con l’olio sul pane. E col sale. Le ho risposto.
«Penso che Francesco stasera non c’è, che è con sua moglie e suo figlio finalmente, che qua tutti non potevamo più stare e che dovresti esser felice di questo».
Non sono stato all’altezza della sua domanda: un’altra costante del nostro non parlarci. Si è alzata, si è lavata le mani. Ho proseguito.
«Abbiamo fatto tutto quel che potevamo fare, se n’è andato sbattendo la porta come sempre, quando usciva. Ci ha detto che siamo due stronzi, non è la prima volta. Ci ha detto che moriremo soli, e su questo ha ragione. Era orgoglioso di avercela fatta, di aver finalmente vinto a quel suo fottuto gioco, ma tu, io, cosa possiamo fare se non esser contenti per lui? L’ha beccato, finalmente: potrà godersi l’esistenza se non fa cazzate. E non le farà, è uno furbo. Di che ti preoccupi?»
Ha abbassato gli occhi. Ho ancora da finire il mio pane, ma so che piangerà ora, adesso, che dovrò consolarla in questo momento, ché non le è mai importato nulla dei miei tempi.  La stringo al petto, guardo dalla cucina il resto dell’appartamento vuoto, un ingresso ampio e le stanze intorno. Penso che dopo vent’anni dovremo cercare qualcosa di più piccolo, un affitto più conveniente.
La luce dello sgabuzzino accesa mi infastidisce. Aspetto che si calmi, poi andrò di là a spegnerla e lo farò senza che lei se ne accorga. L’ha lasciata lei accesa, ne sono certo: prima, la lattina dell’olio l’ha presa lei. Ma stasera non me la sento proprio di dirglielo; la spegnerò e non le dirò nulla.

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta “La sovranità appartiene al popolo” edita da Autodafè Edizioni all’interno del progetto editoriale Narrativo Presente. Consiglio a tutti gli scrittori, o aspiranti scrittori, di approfondire questa interessante iniziativa ancora attiva sulle pagine dell’editore.

 

Non mi rompete. Ciao, Francesco!

Francesco, sai una cosa? Il tuo Grande Joe è stata la PRIMA CANZONE della mia vita. Nel 1985, avevo appena fatto 8 anni, e la imparai da solo a memoria. La ricordo ancora. Ci sono poche prime volte così importanti e io ho iniziato a scegliere la musica con il Banco del Mutuo Soccorso.
Oggi ti saluto riascoltando questa Non mi rompete del 1973.

Non mi svegliate ve ne prego 
ma lasciate che io dorma questo sonno, 
sia tranquillo da bambino 
sia che puzzi del russare da ubriaco. 
Perché volete disturbarmi 
se io forse sto sognando un viaggio alato 
sopra un carro senza ruote 
trascinato dai cavalli del maestrale, 
nel maestrale… in volo. 
Non mi svegliate ve ne prego 
ma lasciate che io dorma questo sonno, 
c’è ancora tempo per il giorno 
quando gli occhi si imbevono di pianto, 
i miei occhi… di pianto.

Racconti #2: Ho visto una balena in cielo

Sono stato dal dottore. Le recidive sono domande, domande mal poste. Quelle della commissione di un concorso che, lo sai, sarà vinto da altri. Eppure lo provi che non si sa mai risulti idoneo, ti metti almeno in graduatoria, metti che muoia il primo e poi il secondo e quello dopo ancora fino a te, a quel punto il primo dei sopravvissuti. Io ci ho pensato, dal dottore. Perché io un concorso l’ho fatto. Sono precario da dieci anni nell’amministrazione di un ente che per ovvi motivi non nomino e ho fatto un concorso per il posto in cui lavoro. Siamo cinque. I posti sono tre e io non sono uno di quelli che vincerà, lo so già, ma non perché il curriculum non basti e forse neanche per il cognome dei miei colleghi (qualche cognome, sì peserà, forse anche qualche amicizia, ma non per la totalità dei posti, ne sono certo). Semplicemente io non vinco mai. Al massimo risulto idoneo. Per questo sono stato dal dottore e per questo vorrei ammazzare tutti quelli che hanno fatto domanda. Almeno una volta, prima di morire, vorrei vincere io.

Le recidive sono domande mal poste: tendono a non consentire le risposte attese, a prescindere. Nel mio caso il dottore mi ha chiesto se volessi un taxi per rientrare a casa, mi vedeva turbato. E io gli ho potuto solo rispondere che sarei andato a casa a piedi maledicendomi, perché mai come oggi vorrei scoparmi una puttana e a piedi, no, non ho trovato mai il coraggio di rimorchiarne una, figuriamoci in taxi. Avrei dovuto scegliere una risposta più concisa: “No, guardi, sto bene”, oppure “Sì, per favore, grazie”, o ancora “Lei è prezioso, ma non credo di potermi permettere un taxi”. Sarebbero quattro omicidi in tre mesi. Per non essere interrotto, dovrò concentrarli in un mese al massimo.

Con il cucchiaino raccolgo l’enorme quantità di zucchero che è rimasta sul fondo della tazzina. Lo porto alla bocca, lo facevo con le tazzine di mio padre da bambino. Mi piaceva e mi piace lo zucchero: tendo ad apprezzare questa mia continuità, come se le prime impressioni nel mio caso abbiano quasi la certezza di esaurire ogni mia valutazione. Vale anche per le donne. Per esempio la barista di questo vecchio locale appena rimodernato è una gran figa e, da quando hanno riaperto e l’ho vista esordire al banco, ho capito due cose: primo, non sa servire il caffè, usa tazzine troppo fredde o qualche altro cazzo, ma sempre sbaglia qualcosa; secondo, ha un debole per me, inferiore solo a quanto vorrei sbatterla  contro il muro senza neanche chiederle il nome. Calma. Non sono quel tipo di persona che queste cose le fa. O che le farebbe dopo aver saputo di dover morire in tempi brevi. No, lo dicevo solo per spiegare come quel primo attimo in cui l’ho vista, precisamente di spalle, ha definito la totalità della nostra relazione. Che lei lo sappia o meno, nel giorno in cui un’ombra enorme ha macchiato le mie lastre, non è importante. Mi sorride con gli occhi gassati e le labbra macchiate. Ricambio, un cenno lungo, no, corto. Corretto, in corsa.

Quattro omicidi in un mese, uno a settimana. Quando poi in realtà basterebbe far fuori la metà dei miei antagonisti: se ne uccidessi due, i posti a quel punto sarebbero sufficienti per tutti. Però si porrebbero ancora due problemi: primo, non saprei con quale criterio scegliere chi uccidere; secondo, non mi interessa il piazzamento, voglio trionfare. Amo elencare le cose, questo è sicuro. Primo. Secondo. Ma non mi fermo solo a due punti, quasi mai. Lo faccio, mi fermo a due rinunciando magari a qualche sfumatura, quando non ho molta confidenza e ho paura di annoiare. Oppure se effettivamente le alternative, o meglio, gli elementi della successione sono proprio due. Ma è raro, quasi impossibile che io non riesca a trovare un terzo elemento, o un quarto. Posso addirittura ipotizzare di poter prolungare a mio piacimento qualsiasi elenco. I peggiori elenchi però sono di due tipi: primo, quelli modello Olimpiadi, da tre elementi e basta; secondo, quelli pitagorici, le progressioni fino a dieci. In tutti e due i casi si dà la sensazione di aver chiuso un discorso o, peggio, le argomentazioni possibili. Un’integrazione sarebbe disastrosa: qualcuno potrebbe alzare la mano e dire: “Ehi, ma io ho un quarto punto!”, oppure “Guardi che c’è un’eventualità che non ha considerato, un’undicesima eventualità!”. Figuraccia meschina che non auguro a nessuno. Quattro e undici sono due numeri utili per il poker e per il calcio; e basta. Ma se dovessi esser messo alle strette preferirei sempre evitare elenchi da tre e dieci elementi, a costo di barare, aggiungendo un paio di ridondanze. O potrei scegliere la reticenza, ma elencare in difetto è pericoloso per altro verso. Mai permettere a qualcuno di completare il tuo elenco con un ultimo tassello. E quando arrivi a due, o a nove, la tentazione c’è per tutti. Anche per i santi, sappilo. Ok, il discorso s’è fatto troppo tecnico. Problema mio.

Quanto ho confidato rispetto alla barista potrebbe però compromettere l’interpretazione della mia situazione. Non sono solo, nel senso che ho una compagna. E posso umilmente ammettere di non aver mai avuto problemi ad averne una. Se penso certe cose su altre donne non vuol dire che metta le corna a quella con cui sto, non potrei mai. I sensi di colpa sono fiele e per questo io non tradisco mai, neanche per un pompino. O per un bacio. Qualsiasi cosa che insinui i sensi di colpa va prevenuta se si ha interesse a tenere un rapporto in piedi. Per esempio adesso dovrei accompagnare Viola in una passeggiata. E darle l’esito degli esami. Non stiamo insieme da molto, non sa dell’intervento, né delle recidive, pensa di avere tra le mani un degno esemplare di essere umano, più o meno desiderabile, funzionante fino a prova contraria. Perché non glielo dico? Ci starei troppo di merda. Le rovinerei i prossimi mesi e forse persino quelli dopo. Se fosse lei a dover morire non credo che potrei perdonarle di avermi dato un preavviso così ampio.

Eppure in fondo dubito. E mi solletica la tentazione di parlare. ‘Fanculo, mi va di dirglielo e basta, di vedere la sua faccia. “E così mentre mi scopavi un gruppo di cellule si ribellava alle mie decisioni, anche a quella di stare con te probabilmente, e prendeva possesso del mio corpo. Se vuoi avere la stessa importanza per me, dovrai uccidermi più del cancro. Capisci? Non puoi competere con questo amore”. Passo. Non torno, un contrattempo. Le mando un messaggio, almeno per oggi mi invento una cazzata e non vado da lei. Nessuna puttana, nessuna barista, non ucciderò nessuno, non sposerò Viola.
Digito. Sono lento. Poche parole. “…A domani”.
Invio.
Sulle colline, una balena carica di pioggia si muove rapida nonostante la mole.

 

Della comunicazione sofferta

 Comunicare tra formazione e innovazione.

Durante il periodo natalizio ho ripreso in mano vecchi studi e ne ho fatti di nuovi. Per chiarirmi le idee ho buttato giù alcuni appunti. Li condivido, così, come ricordo di questo bizzarro periodo.

Ecco l’incipit:

Dalle considerazioni ispiratrici, dalle valutazioni a posteriori dei progetti sperimentali, dalle testimonianze dirette degli attori coinvolti, nonché dalla vulgata sui siti di settore e nella rete, emergono frequentemente due dichiarazioni.

1. Esiste una difficoltà nel comunicare a scuola.
2. 
La scuola deve perseguire l’innovazione in virtù dei cambiamenti nella società.

Sono due affermazioni sintomatiche di un momento chiave per la scuola: una tappa esposta, o addirittura sovraesposta, di un processo storico che alterna ciclicamente crisi e nuovi equilibri, per resistenze e assorbimenti della contemporaneità in un’istituzione, secondo Parsons, conservativa dell’organizzazione del sistema sociale.

La difficoltà di comunicare è la difficoltà di formare. Perché formazione e comunicazione sono connesse (Anichini, Cambi), e condividono potere e debolezze. Il design della scuola tradizionale è riconoscibile, presenta nette analogie con altre situazioni comunicative potenti, come la trasmissione televisiva (Toschi) o l’omelia nel cuore di una funzione religiosa. In ognuna di queste dinamiche la relazione che si realizza è analizzabile per ricavarne pattern strutturali o argomenti per una storicizzazione, in virtù di un approccio sincronico o diacronico alla relazione formativa.

Occorre in un certo senso “scegliere” cosa si vuole intendere per comunicazione prima di procedere. La comunicazione è trascorsa da definizioni piuttosto esplicite, conseguenti alla riflessione sulle tecnologie dell’informazione, a più sfumate predicazioni ontologiche.
Nell’opera teatrale “A porte chiuse”, Sartre mostra che “l’inferno sono gli altri”: la comunicazione patisce la fondazione necessaria dell’essere che nell’incontro è oggettivato, ma che nella prossimità – affettiva, o teleologica – tra i soggetti matura la feroce ambizione di oggettivare l’altro senza privarlo della sua soggettività. Watzlavick afferma l’impossibilità di non comunicare, Mead la ribadisce pure corredando l’evento comunicativo della non coincidenza tra una supposta forma (come il soggetto è percepito) e sostanza (come il soggetto si percepisce).
Pirandello, fine e astuto interprete delle opacità e trasparenze comunicative, lascia dire a Moscarda in “Uno, nessuno, centomila”:
Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”

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Della comunicazione sofferta

Giorni di sole (altrove)

Questa giornata durerà 48 ore. Stanotte parto verso le 3 da Firenze per Pisa, poi alle 6 l’aereo per Bari. Vado giù per la commemorazione della morte di Michele Fazio, il ragazzino ucciso dalla mafia a cui ho dedicato il mio romanzo. Gli saranno dedicati i campi di calcetto vicino al Castello Svevo, è una cosa buona. Pino Fazio, il padre di Michele, un mese fa oramai, mi ha accompagnato nel percorso del corteo, mi ha raccontato cosa ha fatto e cosa spera. Ci vedremo domani a Barivecchia.
A Bari sono nato. A Bari mi han fermato per strada per togliermi i soldi da piccolo. A Bari hanno menato a sangue un amico mio mentre pescavamo e sempre a Bari hanno sparato tante volte e l’han fatto pure vicino casa e una volta mia mamma, incinta di mio fratello, è svenuta dopo una mitragliata vista dal balcone. A Bari c’era l’Oratorio dove sono cresciuto e passavo le estati: pioveva sempre dopopranzo. Si asciugava la pioggia in due ore, giocavamo a pallone, a pallavolo. Un anno eravamo seicento. Seicento, dico. C’erano le ragazze, c’erano le sfide, c’erano i gruppetti e c’erano pure quelli che dopo sono finiti in galera. A Bari ho tenuto aperto l’Oratorio con un prete nigeriano: quando erano rimasti sì e no trenta i ragazzini. Poi sono andato via e pure il prete è andato via. Stanotte vado a Bari poi riparto subito e per un po’ non torno più: a ottobre nasce mia figlia, nasce lontano da dov’è nato papà ma non basta, no, per essere definitivamente altrove.

Una questione di appartenenza

In queste ultime settimane ho dovuto smettere di scrivere. Per i dolori che da molti mesi non si facevano sentire ma che mi rendono impossibile l’impegno notturno.

Sto riflettendo intanto su una perplessità di fondo che potrebbe richiedere una ricollocazione geografica delle vicende narrate. La cosa non mi convince a pieno, ma inizio a sentir strette le maglie di alcune rappresentazioni, quelle che ne Il mare di spalle avevo scansato con un giusto arteficio.

Il punto è che ho l’impressione che la narrativa italiana necessiti quasi forzatamente di una collocazione provinciale caratterizzante: per ragioni non necessariamente di poetica. A volte è funzionale al pigro perseguire ricordi personali, a volte è il paradigma di un primo abbocco commerciale, a volte è la sola cosa che ci si può imporre di fare in assenza di alternative ugualmente convincenti.
Sin da piccolo non ho sentito di appartenere al territorio dove sono nato, perché i miei genitori venivano dalla provincia e a Bari non avevamo nessuno, perché non ho mai parlato bene il dialetto e per quattordici anni non sono uscito con gli amici ma con i cartoni giapponesi e i tanti libri, perché non giocavo a pallone da piccolo per una serie di problemi fisici e tifavo Roma non Bari, insomma questo può significare qualcosa. Anche che io abbia maturato un distacco che è connotazione e non constatazione di un’assenza.
Firenze la sentirò mai casa mia? Non credo, come neanche per Bari ho mai sentito un legame forte. Sia chiaro: parlo sempre di un qualcosa in sottotraccia, non dell’effettiva conoscenza dei posti o delle dinamiche culturali locali. E la stessa cosa vale in realtà per gli appartamenti, le strade, persino i luoghi di gioventù in cui ho vissuto. Siamo anche i nostri ricordi, senza dubbio, siamo i luoghi in cui abbiamo vissuto, come negarlo, ma per me è un sentimento debole, un richiamo flebile. Mi vien più facile pensare di appartenere, in mille e più particole, alle persone che ho incontrato nei miei trentaquattro anni di esistenza.

Ci devo pensare ancora, approfittando di questa pausa forzata. Da un certo punto di vista mi girano potentemente gli zebedei, perché non accetto facilmente che il corpo mi ponga dei limiti così stringenti.

Ci sono cose che non funzionano e il fatto che non funzionino non significa che non assolvano alla propria funzione. Il tempo costruisce meccanismi misteriosi finché nel tempo non si rivela l’opera a cui attendono.