Buon complanno, Capitano

Domani è il suo compleanno, 38 anni, di cui tanti trascorsi insieme.
Ecco i 10 ricordi più belli del mio Capitano, auguri Francesco Totti:

  1. l’esordio, con mio padre che al suo primo stop mi raccontò cosa sarebbe accaduto per i successivi venti e passa anni;
  2. il primo gol al Milan, pallonetto di destro e il Parroco che dall’altare mi indica a tutti come esempio di gioia effimera;
  3. il gol al derby “Vi ho purgati ancora”, che certe distanze si accorciano, Roma non è più così lontana e quella maglietta l’ho avuta anche io;
  4. il tiro al volo con l’Udinese nell’anno dello scudo, IO C’ERO e ricordo ancora il rumore di quel pallone calciato in modo perfetto;
  5. ll gol contro il Parma nel 17/06/2001 che non dimenticherò mai, per lo Scudetto e perché persino nei giorni più felici, quando un amore finisce, si può essere tristi;
  6. l’infortunio contro l’Empoli e il ritorno al Mondiale, dallo sgomento al rigore più bello della mia vita;
  7. il gol all’Inter, cucchiaio dopo una fuga infinita, una corsa libera e inarrestabile, una parabola che dimostra quanto può sorprenderti l’impossibile;
  8. il rigore contro l’Olanda in semifinale all’Europeo, “ma questo è matto?”, e io con lui;
  9. il “4 prendi e porta a casa” contro la Juve, sfacciato, raro, uno spettacolo a cui ho assistito tra radical-chic estranei e straniti della Firenze a cui non piaccio e che non mi piace;
  10. il gol per espugnare il Santiago Bernabeu, perchè so quanto è stato importante per lui e quanto ci ha fatto sentire adulti, un passo dopo l’altro.

Dammi tre punti non chiedermi niente

Mi chiedono perché seguo il calcio, perché tifo Roma. C’è un assenza di senso in tanto male e il dolore di ciascuno non si allevia sempre con la testa. Allora anche l’amore più ingiustificabile, più inutile e persino più sciocco è un dono che chi lo riceve può solo custodire nel suo cuore. Che quando non c’è musica quell’amore ti restituisce la passione di essere vivo.

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Della rivoluzione e del tempo

Ok, lasciamo un attimo da parte il resto. Per più di un attimo.
Questi anni mi hanno convinto di una cosa semplice e che nessuno mi convincerà sia reazionaria: la mia rivoluzione, la mia resistenza, il mio cambiamento è nel rimanere in piedi per la mia famiglia. Sopportare, aspettare, ingoiare e se possibile ridere quando capita. Tifare Roma per vincere ogni tanto. Scrivere per dire qualcosa che vorrei dire e come vorrei dirla. Essere dentro le cose anche se le cose non mi sembrano aver valore perchè mia moglie mi ha insegnato che essere dentro le cose che fai ha sempre un valore. E se adesso c’è qualcuno che fa la rivoluzione, resiste, cambia il mondo, dovrà convincermi che ci sono una rivoluzione, una resistenza e un cambiamento più comodi della mia vita, più semplici e forse persino più appaganti. Eppure non credo che possa farlo. Non credo davvero possa riuscirci. Perché se c’è una cosa che reputo incontrovertibile è che la rivoluzione, la resistenza, il cambiamento costano sacrifici, dolore, perdita. Questa è la Storia dell’uomo e il suo pensiero. Non discuto i sacrifici, il dolore e la perdita di chi oggi crede di operare la rivoluzione, la resistenza, il cambiamento di questo Paese: non è un problema di prospettiva, è un problema di tempo. Il tempo ha un peso enorme nel nostro essere al mondo e si può in buona fede sognare di piegarlo, scalfirne la maschera impugnando l’energia e la pulizia della giovinezza. Ma la Storia non cambia mai nel presente e il presente non è mai la Storia. Per cui non mi preoccupa cosa sta accadendo perchè è oggi, mi preoccupa sapere che quel che sta accadendo e accadrà ha radici antiche e che si voglia realizzare una rivoluzione, resistere, cambiare indossando rami, appiccicando foglie su qualche muso, ignorando il tempo.

Il tempo. Per nove mesi ho cantato ogni sera a mia figlia l’inno della Roma. E quando è nata e l’ho avuta in braccio le ho cantato ancora l’inno della Roma, per farmi riconoscere. Poi sono passati sedici mesi, quasi diciassette in cui anche se provavo e riprovavo a cantarle l’inno della Roma per calmarla, per farla dormire, o solo per un po’ di tenerezza, lei sembrava non ricordare. Invece no. Non l’ha dimenticato e sono tre notti che qualsiasi cosa io le canti, e ne ho imparate canzoni in questi mesi, non funziona più. Funziona invece la versione rattoppata di quell’inno sciocco, di cui confondo dopo anni ancora toni e strofe, ma che lei anche in questo disordine assoluto riconosce e la fa stare bene. E mi fa stare bene.

Lettera di un tifoso

Questa settimana per la prima volta ho voluto ascoltare in streaming cosa dicevano i romanisti che chiamavano le radio. Non i conduttori, gli ascoltatori. Vedete, quanto abbiamo scritto questa settimana? Da venerdì scorso quando dovevamo buttare all’aria tutto per Stekelenburg passando per il Catania e per Bojan. Abbiamo scritto forse come mai prima. Trovo che le ansie di tutti siano comprensibili, più o meno condivisibili, ma comprensibili. Tifiamo con passione, ognuno di noi ha anni di speranze frustrate alle spalle e in questi anni, da dopo Viola in poi mi verrebbe da dire considerando la media dell’età che abbiamo. E in questi anni, nonostante uno scudetto il cui conto è stato ampiamente avvelenato dal decennio successivo di spietate delusioni, abbiamo cercato, ognuno di noi ha cercato di trovare quale fosse la ragione, quali fossero le ragioni di tanta sciocca sofferenza. Perchè amiamo come nessun altro e sappiamo come nessun altro quanto sia faticoso, perchè amiamo in fin dei conti una squadra di calcio e per una squadra di calcio ci roviniamo la giornata mentre il mondo fuori ci sputa in faccia dolore e paura. Noi scegliamo la nostra ansia, noi scegliamo che un gioco ci tramortisca e ci esalti, nessuno come noi, ma non perchè siamo gialli e rossi o perchè a Roma c’è stato Giulio Cesare: siamo così per questa nostra storia colma di abbracci sviliti dopo un attimo, di urla ricacciate in gola da chi, nel gioco, ci ricorda le regole del Potere italiano, quelle stesse regole che a volte siamo tentati di pensare ci piacerebbe avere dalla nostra parte. Ora. Se siete d’accordo su questo. Guardiamo per un attimo al nostro tempo e rendiamoci conto di cosa ci aspetta. Alcuni di noi, io tra voi, quest’anno capiranno ancora meglio cosa vuol dire aver paura di non farcela, avranno paura di perdere il lavoro, di dover gestire per la propria famiglia drammi terribili. E sappiamo che è il nostro lavoro gestirli, risolvere i problemi. Questo è il mondo fuori che entra in campo con fame feroce, come mai prima nelle nostre vite. Questo gioco, adesso, e la nostra Roma in questo gioco, possiamo guardarla con gli occhi stanchi di tanti anni difficili, ripeto, è comprensibile. Ma vi invito a cambiare prospettiva. Abbiamo una squadra incompleta, qualcuno per testardaggine, incompetenza o secondi fini che non voglio capire ha affidato a questi ragazzi, giovani, giovanissimi, qualcuno forte in potenza, qualcuno manco quello, l’assurdo tentativo di distinguersi nel campionato italiano più malato, vergognoso, povero di tutti i tempi. Io scelgo di guardarli come guardavo la Roma a 14 anni, scelgo di guardarli probabilmente desiderando di più di quello che nei fatti è stato reso possibile. Perchè ne ho bisogno, perchè ho bisogno di credere che persino una costruzione fatta male, persino questo schifo di presente in cui affoghiamo e spesso senza averne colpa, lascia una possibilità. Non facciamo noi gli acquisti, ho 35 anni e so che neanche strappandoci la pelle con le unghie potremmo cambiare quello che è, il mercato, le strategie, i cambi dell’allenatore. Ma so che posso avere fede di non aver inteso quanto in quel che accade e ora mi sembra un rovinoso fallimento ci possa essere il germe di una nuova felicità. E il passo prima diventa procedere nelle nostre decisioni, e nel tifo che abbiamo scelto da bambini, con orgogliosa serenità.

Forza Roma

Che poi ci vuole poco a darti la sensazione di poter fare a meno di tutta quella merda che sporca il mondo. Sì, perchè st’umanità qualcosa di decente ce l’ha: ci stanno i creaturi che l’unica cacca che fanno è benedetta; ci sta l’innamorata che tu la guardi e passan gli anni e dove sta lei è casa tua; ci sta un pallone che rotola e ci sta la squadra di quando avevi i sogni e mo ti son rimasti il pallone che rotola e la squadra, ma han il pregio di non sparire quando ti svegli. Fanculo, io a volte me la godo sta vita, non dura tanto, ma a volte me la godo. Forza Roma.

14/12: Qui la cioccolata non esiste

Sogni che non puoi cambiare. Tutto che si rivolta.
Niente obbedisce più.

Ho scelto questo pezzo di Lord Bean tra i tanti che meriterebbero citazione, più pertinenti al tema di questa riflessione. Perchè qui è apparentemente meno incazzato che altrove e inserire altri brani da Lingua Ferita per esempio, sarebbe stato un passo troppo breve da compiere, un movimento trascurabile nel ragionamento, dalle mazzate al mio, modestissimo blog.
Ho visto due giorni fa cosa accadeva nelle strade di Roma. Son tornato tardi dal lavoro e mi sono reso conto che ero talmente altrove da dover scrollare sabbia rossa dalle scarpe.

Il caffè due brioche, una alla marmellata, una alla crema.

Conosco, in minima parte, due aspetti della questione.
Sono stato per la strada in un corteo non autorizzato, oramai più di dieci anni fa. Eravamo pochi, non c’era la televisione. Eravamo in via Crisanzio, di fronte all’Ateneo di Bari c’era ancora il vecchio Cinema Galleria: duemilioni di posti possibili e un amico a farmi entrare gratis. Volevamo andare a piedi dall’Ateneo a Giurisprudenza, saranno cinquanta metri. Farlo in tanti, riempiendo la strada forse per quattro, cinque minuti. All’epoca l’Università di Bari, avanguardia nazionale, aveva fissato una tassa unica di iscrizione, ricordo erano 1200 euro da pagare in due soluzioni, tutti indiscriminatamente (si scoprì poi che era stato un errore del Consiglio di Amministrazione, e il provvedimento fu ritirato reintroducendo la proporzionalità al reddito e al merito). Tra il Galleria e il portone dell’Ateneo, via Crisanzio appunto e all’angolo un semaforo a segnare la svolta a destra.
Ricordo che riuscimmo a fare pochi passi: una automobilista costretta a rallentare decise di farsi strada, provò a procedere comunque. Qualcuno reagì male, diede un calcio al suo sportello e scappò via (aveva quarantanni forse, Qualcuno, non saprei dire perchè, passava le giornate a dirci cosa fare o non fare col carisma di un abat-jour, non era uno studente, non era molte cose). Arrivarono due vigili urbani sulle motociclette fiammanti, a sirene spiegate. Non eravamo molti, lo ricordo bene. E non c’era la televisione. I due vigili iniziarono a spingere, Una iniziò a insultarli (lei era incazzata, incazzata quanto minuta, voleva spaccare ogni cosa, viveva sott’acqua e cercava le gambe dei natanti). Uno dei vigili la sollevò. Giuro. La tirò su. Lei provò a dargli uno schiaffo. Noi intorno. Tra il Cinema e l’Ateneo. Si avvicinò l’altro vigile, l’avrebbero portata via, dissero e chiamarono con la radio Qualcosa. Ci spaventammo. Iniziammo a correre, eravamo bambini. Ci ritrovammo più tardi in casa di Qualcun Altro. A parlarne.
Il giorno dopo: i due vigili riultarono ricoverati in prognosi riservata sui giornali. Mi chiamò il Rettore. Chiamò me. Era un uomo verde, sulla faccia i morsi di una medusa. Sotto il viso un papillon. Mi mostrò quella che imparai a chiamare “velina della Questura”. Qualcuno, un altro Qualcuno, gliel’aveva fatta avere in via amichevole. “Due vigili sono in ospedale… Sai che significa? So chi siete, so chi è tuo padre… Dovresti lasciar perdere”.

Qui la cioccolata non esiste.

L’altro aspetto della questione che, in minima parte, conosco è Roma. Quando in televisione, due giorni fa, vedevo gli scontri per le strade di Roma provo a ricomporre la sensazione, una connessione netta col ricordo: da bambino posizionavo i soldatini di plastica, quelli piccolissimi comprati dal tabaccaio, li disponevo sui mobili della cucina. E immaginavo gli scenari della battaglia in cui i tedeschi (giallo ocra) soccombevano contro gli americani (verde scuro) e gli inglesi (grigio). La cucina. I soldatini. Non è in questione chi fossero i buoni, dio mio, non mi si equivochi. Nessuna relazione tra gli attori per le strade e i brutti colori dei miei giochi. Quel che voglio spiegare è la relazione che mi si è impressa agli occhi, tra un luogo che mi ha visto mangiare, bere, camminare, che ha ospitato i baci di mia madre o le carezze della mia ragazza, e la guerra. Ho subito pensato ai miei due fratelli più piccoli, che studiano ancora e non erano lì: Luigi a Bari aveva partecipato al corteo, tranquillamente; Alessandro, che a Roma doveva andare, era rimasto a casa per il raffreddore. Sono felice che non abbiano visto l’inferno, ho scritto su facebook. Perchè forse l’inferno temo sia qualcosa di simile;  non è detto che sia semplicemente il Male assoluto. Penso che se così fosse sarebbe assai meno potente, assai meno devastante. L’inferno è relativo. Per questo ci strazia mostrandoci l’essenza, sferzante, dell’amore che brucia e si perde.

Le corse in bicicletta, i film all’aperto, i piccioni sul balcone e le foto del mare, i sorrisi, i baci, gli occhi così vicini che non li vedi. Non li vedi più. Non li hai più visti.

Ma in fondo non cambia nulla, non ti sei mai svegliato.
E la cosa peggiore è che non sai decidere se sia un incubo o un sogno.
E intanto aspetti.
Cosa, è meglio non chiederselo.
Siamo branchi di granchi noi, con le chele dove affondano.