Della comunicazione sofferta

 Comunicare tra formazione e innovazione.

Durante il periodo natalizio ho ripreso in mano vecchi studi e ne ho fatti di nuovi. Per chiarirmi le idee ho buttato giù alcuni appunti. Li condivido, così, come ricordo di questo bizzarro periodo.

Ecco l’incipit:

Dalle considerazioni ispiratrici, dalle valutazioni a posteriori dei progetti sperimentali, dalle testimonianze dirette degli attori coinvolti, nonché dalla vulgata sui siti di settore e nella rete, emergono frequentemente due dichiarazioni.

1. Esiste una difficoltà nel comunicare a scuola.
2. 
La scuola deve perseguire l’innovazione in virtù dei cambiamenti nella società.

Sono due affermazioni sintomatiche di un momento chiave per la scuola: una tappa esposta, o addirittura sovraesposta, di un processo storico che alterna ciclicamente crisi e nuovi equilibri, per resistenze e assorbimenti della contemporaneità in un’istituzione, secondo Parsons, conservativa dell’organizzazione del sistema sociale.

La difficoltà di comunicare è la difficoltà di formare. Perché formazione e comunicazione sono connesse (Anichini, Cambi), e condividono potere e debolezze. Il design della scuola tradizionale è riconoscibile, presenta nette analogie con altre situazioni comunicative potenti, come la trasmissione televisiva (Toschi) o l’omelia nel cuore di una funzione religiosa. In ognuna di queste dinamiche la relazione che si realizza è analizzabile per ricavarne pattern strutturali o argomenti per una storicizzazione, in virtù di un approccio sincronico o diacronico alla relazione formativa.

Occorre in un certo senso “scegliere” cosa si vuole intendere per comunicazione prima di procedere. La comunicazione è trascorsa da definizioni piuttosto esplicite, conseguenti alla riflessione sulle tecnologie dell’informazione, a più sfumate predicazioni ontologiche.
Nell’opera teatrale “A porte chiuse”, Sartre mostra che “l’inferno sono gli altri”: la comunicazione patisce la fondazione necessaria dell’essere che nell’incontro è oggettivato, ma che nella prossimità – affettiva, o teleologica – tra i soggetti matura la feroce ambizione di oggettivare l’altro senza privarlo della sua soggettività. Watzlavick afferma l’impossibilità di non comunicare, Mead la ribadisce pure corredando l’evento comunicativo della non coincidenza tra una supposta forma (come il soggetto è percepito) e sostanza (come il soggetto si percepisce).
Pirandello, fine e astuto interprete delle opacità e trasparenze comunicative, lascia dire a Moscarda in “Uno, nessuno, centomila”:
Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”

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Della comunicazione sofferta

Sputologia dell’essere (Ma dici a me?)

La preparazione al mattino. Prima di andare al lavoro.
La lucidità di sapere che qualsiasi cosa facciamo in fin dei conti è uno sputo nel vuoto.
Se poi quel che facciamo è precisamente caricare della saliva comprimendo le guance, inarcare la schiena come un arco teso e poi espellere ogni cosa con uno spruzzo attraverso le labbra poste a becco. Si realizza una perfetta coincidenza tra volontà a atto.

E allora perchè non ci si rilassa tutti un po’. Sputiamo nel vuoto.
Ma forse il punto è che ci piace credere di non sputare nel vuoto. E allora sputiamo in faccia a qualcuno, si fa presto. Ché una persona può di certo confermare di aver ricevuto uno sputo in faccia.

Il fenomeno d’essere è un appello all’essere; esso esige, in quanto fenomeno, un fondamento che sia transfenomenico. Il fenomeno d’essere esige la transfenomenicità dell’essere.
(J. P. Sartre, L’essere e il nulla)

Rassicurandoci.

Una giornata vuota

Troppo rara e rapida è la giornata vuota. Trascorsa quasi senza far nulla, con pochi ma precisi impegni, privi di interlocuzione come auspicato.
Non sono mai stato uno scansafatiche. Tuttavia consideravo possibile porre uno strato spesso di pelle tra me e l’angoscia del tempo destinato.
Al di là delle derive sovversive, o supposte tali, ero affascinato dai passaggi del Capitale in cui si sussurrava di sussunzione reale, dalle pre-tesi divulgative di Ponzio nel suo elogio dell’infunzionale, o dall’impostazione del progetto di vita cui orientare l’essere, di un Sartre volto a giustificarsi.

Ho scelto forse di giocare col fuoco, di rischiare oltre il lecito: e mi sento troppo spesso investito dal compito di vivere per lavorare, dimenticando la potenza del lavorare per vivere.
E non è un problema di pesi sostanziali, carichi o alterne fortune; semplicemente accade che si prenda la decisione di investire nella codifica più tradizionale del sacrificio, confidando nel valore dell’amore che può spiegare aspirazioni e piegare resistenze.