Il capitale simbolico

Ogni specie di capitale tende a funzionare come capitale simbolico (al punto che sarebbe più corretto parlare di effetti simbolici del capitale) quando ottiene un riconoscimento esplicito o pratico, quello di un habitus strutturato secondo le medesime strutture dello spazio in cui si è generato.

P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane

Una società in cui diventa facile per ogni piccolo gruppo accordarsi e scegliere i propri singoli e particolari gusti, avrà in effetti maggiori difficoltà a mobilitarsi in nome dell’unità.

In Cultura convergente, Henry Jenkins cita questo passaggio da Ithiel De Sola Pool in Technologies Without Boundaries: On Telecommunications in a Global Age.

Concorso in associazione di stampo precario

Da qualche settimana il mio lavoro è entrato in una fase piuttosto pressante. Nel futuro prossimo si intravede qualche possibilità di stabilizzazione e questo significa almeno due cose: in primis che l’ente non dovrebbe chiudere; poi che qualcuno sarà dentro e qualcuno rimarrà senza lavoro.
La disoccupazione è una brutta bestia, specialmente poi se ti bracca quando sei impiegato da un decennio nello stesso posto, sai fare cose che non potrai utilizzare altrove, hai un profilo consolidato che scoprirai non significare nulla, accumuli responsabilità e affanni sperando che la contrizione dell’anima si riverberi sul corpo e i segni del sacrificio risultino chiari e percepibili a tutti (gli esaminatori che verranno).
Tutto questo però non è sufficiente per giustificare la sconfitta che contemplo oramai da qualche anno: sono uno dei circa cento precari dal 2004 ma la grande assente dai corridoi e dalle scrivanie è la solidarietà. Se ne intravede l’imitazione grottesca ogni qualvolta si realizza l’ipotesi di una vertenza minimalista, in cui un clan rivendica i privilegi già indebitamente riscontrati in un altro clan. Se ne assapora il gusto sintetico privo di sostanza, quando nelle assemblee poco praticate si manifesta l’ansia di non esserci dopo, non esserci già, non essere come, non essere abbastanza.
Sono arrivato a Firenze a ventisette anni, non pensavo di esser ancora un ragazzino. Lo ero invece, l’ho capito, perché ora che ho trentaquattro anni mi sembra di esser adulto nel disincanto, di aver ben chiaro che alcune idee di condivisione presentano sfumature petrolifere, che il potere s’asserve di divisioni e distribuzioni di parziali privilegi, che bisogna oramai stringere i denti sul futuro e allentarli sul presente, masticando a perditempo un po’ di quel passato ideale, laddove l’unione era la forza e la società poteva esser immaginata, con il lavoro, come un laboratorio in cui investire per migliorare tutti insieme questo mondo.

Siamo alle prese, dunque, con una supposta svolta nelle nostre vite e ognuno reagisce a suo modo. Mi sarebbe piaciuto arrivare insieme a questo punto, grazie alla determinazione collettiva, alla qualità del lavoro, e al perseguimento condiviso di una rinnovata giustizia in forma e sostanza. Tutti dalla stessa parte. Non riesco però a vederla così, a sentirla così, ci sono troppe interruzioni, troppe crepe, troppe pause. Non andrà così. Sarà, è, mors tua vita mea. Homo homini lupus. E via dicendo.
Non siamo riusciti a cambiar nulla, abbiamo atteso la concessione di un concorso, non abbiamo alle spalle un percorso insieme, solo infinite lagne. Credo ci sia rimasta la possibilità di chiudere bene però, nei prossimi mesi. Seminare serenità non è impossibile, per chi sa di fare del proprio meglio, contribuire all’equilibrio non è inverosimile se si lavora con un’etica. Dal canto mio coltivo un realistico distacco dalle cose, preservo la logica e custodisco il cuore.