Sons of Anarchy e l’epica transmoderna

Si è conclusa Sons of Anarchy. Un adattamento meraviglioso delle tragedie classiche e dei drama di William Shakespeare. Racconto sporco, violento, vuoto, pieno, di colpa e conciliazione, speranza e castigo. Kurt Sutter ha raccolto spettatori in tutto il mondo per sette anni dolorosi e li ha condotti nei cunicoli più stretti dell’etica, strappando la bandiera americana e ricucendone l’ordito così come grandi maestri del cinema e della letteratura hanno saputo fare. Sopravvive la contaminazione, l’ibrido, l’imperfetto che si arrende all’assenza dell’assoluto, ma l’azione epica è negli occhi del figlio che per essere padre sacrifica la sua vita. Sutter ha incarnato lo spirito più autentico della religione e il genio dell’essere umano che aspira oltre il proprio limite, senza mai fare un passo indietro. Quest’opera, che è una serie televisiva, ha attraversato gli oceani, ha unito nell’emozione e nella riflessione migliaia e migliaia di persone, pur non ricevendo mai premi o plausi ufficiali. Ha disturbato, nella sua estetica scomposta e sfacciata, la grande rete dei consensi e dei conflitti, ha attaccato la serenità dei mansueti e li ha privati della consueta compensazione nel simbolo. Jax Teller è morto e non tornerà, il suo stesso rinunciare alla vita appare grazie a piccoli, brevi cenni, non poter garantire la salvezza, il riscatto per chi ama. Ma la verità nell’immagine e nella parola è che al tramonto, come nei più straordinari western, i cattivi hanno perso.

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