In Flusser studies 19: Social network, narrazioni e identità digitali

Nel numero 19, il primo in italiano, della rivista dedicata agli studi sul pensiero di Vilem Flusser, ho potuto pubblicare un articolo dal titolo:

TUTTA UN’ALTRA STORIA? SOCIAL NETWORK, NARRAZIONI E IDENTITÀ DIGITALI

Ci sono a dialogare idealmente con Flusser, tra gli altri: Rodari, Bifo Berardi, Foucault, Deleuze e Guattari, Lindelof e alcuni personaggi di Lost&Leftovers, la Arendt, Bourdieu, Rifkin, Sennett, Castells.
Con grande soddisfazione per il lavoro fatto e gratitudine nei confronti degli autori che mi hanno tanto insegnato.
Un particolare ringraziamento a Vito Campanelli, per quello che ha scritto e che ho potuto leggere nelle sue pagine.

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Sons of Anarchy e l’epica transmoderna

Si è conclusa Sons of Anarchy. Un adattamento meraviglioso delle tragedie classiche e dei drama di William Shakespeare. Racconto sporco, violento, vuoto, pieno, di colpa e conciliazione, speranza e castigo. Kurt Sutter ha raccolto spettatori in tutto il mondo per sette anni dolorosi e li ha condotti nei cunicoli più stretti dell’etica, strappando la bandiera americana e ricucendone l’ordito così come grandi maestri del cinema e della letteratura hanno saputo fare. Sopravvive la contaminazione, l’ibrido, l’imperfetto che si arrende all’assenza dell’assoluto, ma l’azione epica è negli occhi del figlio che per essere padre sacrifica la sua vita. Sutter ha incarnato lo spirito più autentico della religione e il genio dell’essere umano che aspira oltre il proprio limite, senza mai fare un passo indietro. Quest’opera, che è una serie televisiva, ha attraversato gli oceani, ha unito nell’emozione e nella riflessione migliaia e migliaia di persone, pur non ricevendo mai premi o plausi ufficiali. Ha disturbato, nella sua estetica scomposta e sfacciata, la grande rete dei consensi e dei conflitti, ha attaccato la serenità dei mansueti e li ha privati della consueta compensazione nel simbolo. Jax Teller è morto e non tornerà, il suo stesso rinunciare alla vita appare grazie a piccoli, brevi cenni, non poter garantire la salvezza, il riscatto per chi ama. Ma la verità nell’immagine e nella parola è che al tramonto, come nei più straordinari western, i cattivi hanno perso.

Top of the lake

Ho appena finito di vedere Top of the lake. Per me la conferma. Il cinema di Jane Campion mi fa schifo.
Scelgo la sintesi, potrei argomentare, ma ho già sprecato molte ore con i suoi film e con questa serie poi. La cosa che più mi inquieta è quanto il suo sguardo compiaciuto e banale su tragedie e immoralità tagliate con l’accetta e condite da poesia cartonata sia oggetto di tanto appassionato voyeurismo. Sin da Un angelo alla mia tavola, passando da Lezioni di piano, per arrivare a massacrare Ritratto di signora o a deliziarci con Holy smokeIn the cut, JC si delizia di abusare dei suoi personaggi, rendendoli giusto un bolo alimentare masticato che possa andare di traverso, nascondendo il piatto che l’aveva originato: un malsano hamburger umano. Non le nego la perizia tecnica, anzi: trovo che la sua mano sia raffinata nell’agghindare la monnezza diegetica dei suoi trattamenti e questo ne accresce semplicemente la responsabilità. La critica ha regalato a questo pessimo cinema, e ora a questa pessima serialità televisiva, una celebrità ovvia in un tempo che richiede che persino i dolori più devastanti dell’animo umano si possano soffriggere con del burro e servire in tavola. Un pasto per il quale si prova immediatamente fastidio e poi ancor più rapidamente compensazione e appagamento. Ci si sente male per sentirsi meglio dinanzi a una mediazione vigliacca – e a guardar bene per certi versi involontariamente boccaccesca – del dramma umano. La peggiore.

Una recensione meno informale e più gentile su Bad Tv.

Endeavour

Come fa? A lasciarsi tutto alle spalle?

Devo farlo.

Casi come questo possono strappare via il cuore. Trova qualcosa che valga la pena difendere.

Pensavo di aver trovato qualcosa.

La musica? La musica va benissimo. Vai a casa. Metti su il disco più bello che hai al massimo volume e, a ogni nota, ricorda che c’è qualcosa che l’oscurità non è riuscita a portarti via.

Da Endeavour, Fugue, ITV. Grazie a Subsfactory.

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Rubicon finale: Storia vs storie

Non posso esser lieto della chiusura di Rubicon: trovo che si fossero messe le premesse per l’evoluzione dei personaggi ben introdotti dai 13 episodi. Per me meglio sempre una seconda stagione di un inutile primo capitolo senza compiutezza.
Il problema, preciso, non è nella “Storia”: di quella mi frega sempre piuttosto poco e quindi non temo mai le fasi calanti di uno sviluppo, persino pluriennale. Sto attento alle caratterizzazioni e per me in Rubicon l’unica cosa interessante erano proprio i profili dei personaggi, gli snodi della scrittura incaricati gradualmente di renderli interessanti, per dirla all’amerigana… speciali e quindi plausibili di una narrazione: potevano dunque avere a che fare con una cospirazione, con la prevenzione della carie, o con l’invasione delle cavallette marziane, il merito trovo sia irrilevante sia per il metodo che per le implicazioni. Oramai le tv series sono sguinzagliate alla ricerca di Storie da costruire; eppure trovo non siano funzionali, anzi incarnino il richiamo più reazionario in questa nouvelle vogue televisiva. E’ nel punto che hanno costruito un nuovo spazio di ricerca testuale, non nell’unire i punti – per rimanere in tema.

C’erano storie interessanti in Rubicon, e potevano svilupparsi in 2,3 o 10 anni. Cosa avrebbe fatto la corporation, la guerra contro Marte o contro i Venusiani… Who cares?
Il motivo per cui Lost in effetti mi ha sempre lasciato freddino è la Storia, dopo le prime due stagioni, è diventato  il termine a cui s’asservivano le storie. Ci sta che probabilmente questo meccanismo abbia prodotto i riscontri di pubblico sufficienti a tirare avanti. In Dexter, per esempio, c’è un discreto equilibrio: si evolve comunque con parsimonia la Storia del protagonista, gli altri intorno portano le merendine per la colazione, bilanciando al minimo; ma la coincidenza dell’introspezione dell’ottimo serial killer con il plot, in fin dei conti rende a mala pena sopportabile la coazione a ripetere e riscrivere, un po’ come nelle spinte che si danno sui pedali della bici.
In Rubicon i misteri li han subito scardinati, eravamo neanche a metà strada e il quadro era piuttosto definito: i cattivi erano svelati e in parte anonimi, il buono carismatico come un prosciutto appeso. Chi ha scritto questa serie ha però puntato su altro, ossia su una splendida caratterizzazione dei personaggi secondari, meno funzionali alla Storia -quasi sempre all’oscuro dei fatti-, ma destinati a riempire con un carico di umanità quello che altrimenti sarebbe l’ennesimo pistolotto spionistico dietrologico.
Insomma mi dispiace che Rubicon si sia conclusa, non temevo un seguito perchè il meglio era nelle carte sul tavolo e poteva produrre un buon sviluppo del gioco. Sempre se il gioco non fosse cambiato. Ad ogni modo il prodotto rimane incompiuto proprio nelle storie che ha introdotto, più che nella Storia che gli sceneggiatori han fortunatamente semplificato e buttato al macero da subito.
Proporrò queste righe a TvZapper, chissà che non torni a scrivere anche lì.